Maurizio Caprara: Il “caso” Spogli. La Farnesina all’ambasciatore Usa: ingeneroso

23 Aprile 2007
Non sarà una vera e propria crisi diplomatica tra Washington e Roma, ma è evidente che sulla rinuncia della società americana At&t ad acquisire il controllo di Telecom Italia è in atto un intenso ping pong con valutazioni di segno diverso. Dopo che l’ambasciatore degli Stati Uniti Ronald Spogli ha sostenuto, in una lettera pubblicata ieri dal Corriere, che il nostro Paese ‟ha perso l’interesse da parte di un’impresa di altissimo livello, capace di migliorare i servizi di telecomunicazione”, la Farnesina gli ha riservato una risposta. Non una risposta dura, non uno schiaffo. Tuttavia quel tanto che basta per ributtare la palla sullo spazio di campo dal quale era partita, difendere la linea dello Stato italiano e dimostrare di non assistere con placida indifferenza a critiche del genere. ‟Ovviamente interesse primario dell’Italia è quello di attrarre investimenti. Sarebbe ingeneroso considerare le iniziative del governo italiano come invece volte a ostacolare gli investimenti stranieri” ha detto ai giornalisti il portavoce del ministero degli Esteri Pasquale Ferrara commentando la lettera. A parlare è stato un diplomatico che lavorava fino al 2006 nell’ambasciata del nostro Paese a Washington, uno che l’America la conosce e che non si è certo inventato la linea da difendere senza un input dal ministro degli Esteri Massimo D’Alema. ‟Gli investimenti in aziende nuove o già esistenti in Italia sono scarsi. Si preferisce investire nelle proprietà immobiliari o nella casa per il figlio, piuttosto che scommettere su una nuova azienda” aveva scritto Spogli. ‟L’intervento dell’ambasciatore va inquadrato in un contesto, diciamo, di discussione generale sui modelli economici” è l’interpretazione della lettera al Corriere che ha preferito assecondare il portavoce. ‟Il mondo anglosassone preferisce un modello liberista in cui c’è il libero gioco di mercato. In Europa, da tempo ormai, direi dalla metà del secolo XX, c’è un modello di economia che i tedeschi stessi hanno definito di economia sociale di mercato, nel quale lo Stato non è estraneo al gioco economico, nel senso che promuove un equilibrio, promuove una redistribuzione del reddito” ha riepilogato Ferrara. Al rappresentante della Farnesina è stato domandato se l’articolo di Spogli, preceduto da una dichiarazione di senso analogo che era già stata commentata da uomini di governo, avesse provocato ‟una reazione”, un passo italiano di qualche genere. ‟Non intendiamo minimamente limitare la libertà di manifestazione del pensiero degli ambasciatori accreditati in Italia, siamo in favore dei diritti umani fondamentali anche in questo” ha detto Ferrara per sdrammatizzare. Ecco una differenza con l’incidente, fragoroso, del 3 febbraio scorso, quando una lettera aperta sull’Afghanistan firmata da sei ambasciatori di Paesi della Nato, e promossa da Spogli, si attirò reazioni infastidite e offese del governo italiano. A quel messaggio diffuso in vista del voto parlamentare sulle missioni militari all’estero, che invitava a non ‟esitare” nell’‟aiutare il governo afghano a garantire condizioni di sicurezza”, D’Alema addebitò di essere ‟irrituale”. Un’accusa che, con la battuta di Ferrara, è stata risparmiata alle pronunce dell’ambasciatore americano su Telecom. In sostanza, se sull’Afghanistan il governo aveva risposto a Spogli di farsi gli affari suoi, questa volta lo prende in parola e alla sua proposta di ‟un’analisi più ampia” della questione dà seguito con considerazioni teoriche. Così in pubblico. Ma in diplomazia non tutta la partita è su tavoli visibili da chiunque. Fra l’altro, lontano dall’ufficialità, nei palazzi del governo si obietta alle tesi di Spogli ricordando che il Congresso degli Usa ha bocciato la cessione dei servizi portuali di sei città americane, New York compresa, a una società degli Emirati, la Dubai Port World, la quale l’aveva ottenuta. Malgrado le lezioni sull’antiprotezionismo.

Maurizio Caprara

Maurizio Caprara (Napoli 1961), ha cominciato a fare il giornalista al "Manifesto" nel 1978. Dopo un periodo di collaborazione, nel 1982 è stato assunto al"Corriere della Sera", dove ha lavorato …