"Cartagena, destino final Cartagena"
E´ quasi l´una, mi sveglio di soprassalto. Ho russato un bel po´, da quando il treno ha preso la strada della notte. Esco imbambolato, la piazza della stazione è invasa da un vento secco profumato di origano. Oltre le vecchie mura e la baia, intravedo le gobbe nere, inquisitorie, del monte Galeras e del San Julian che finora ho visto solo sui libri, e per un attimo ho la netta sensazione che Lui ci sia. Come se tra noi fosse cominciato un gioco a guardie e ladri.
Destino final... un altro presagio! Già c´è stata quella partenza a Madrid all´ora fatale delle corride - le cinque della sera - dalla stazione di Atocha, sovraffollata come il giorno dell´attentato, nel marzo 2004. E poi, quel vuoto inquietante e un po´ funebre della Castiglia, fatto di pale eoliche, mandrie e praterie. Ora, questo sbarco al buio, questo mare come un sipario, questa città silenziosa dove un tempo è cominciata la prima guerra "mondiale" della storia.
Un tassista pazzo mi porta a cento all´ora tra le ramblas, rompe l´incantamento, sgomma, bestemmia, evita un frontale, per un attimo mi mette davanti al mio "destino final". Quando arrivo all´hotel - un bunker afflitto da un arredamento mortuario da catena americana - sono di pessimo umore. Ho perso anche l´orientamento: secondo le cronache di duemila anni fa dovrei essere su una laguna alle spalle della città. Invece sono su un fottuto interramento del secolo ventesimo. Intorno, cemento senza storia. E la sensazione che qui non ci sia niente da cercare.
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Al mattino trovo in soccorso nel cellulare un messaggio di mio figlio. ‟Ama Cartagena come l´ho amata io. Non troverai mai più una Spagna più Spagna di questa. Vai sulla piazza degli eroi di Santiago de Cuba. Il tuo viaggio comincia lì”. E´ un delizioso preludio di tapas, vino fresco e atmosfere forti. Finora è stato Michele a seguire le mie orme nei viaggi. Oggi scopro di essere io sulle sue, e subito la giornata prende la piega giusta.
Nell´atrio dell´hotel c´è una gigantografia color seppia di Cartagena nel 1876, ancora simile a quella narrata da Tito Livio. Le barche a vela dei pescatori sono quasi le stesse, le mura e il mare interno sono ancora al loro posto. Ora mi oriento. Sto cercando un mondo scomparso solo l´altroieri, non duemila anni fa.
Anche Pilar Ceniza, guida della regione Murcia che ho prenotato dalla Tunisia, m´illumina la giornata. Arriva con un casco di riccioli matti e una sporta di documenti sul passato punico della città. Ha capito al volo che il nostro sarà un viaggio dell´anima.
‟El sangre de la ciudad es su puerto - è il suo grandioso esordio - Cartagena es una ciudad naval”.
Fuori c´è una gran brezza, luce forte e limpida, e quando usciamo sulla rambla mi spiega che da lì bisogna guardare le alture della città vecchia "immaginando di stare con l´acqua alla cintura", a mollo nella laguna.
‟El viaje es imagination” sorride.
‟Giusto Pilar”, penso fra me, e poi ‟la vita è sogno”, no? Lo diceva nel Seicento un tale Calderon, di cognome Barca come il nostro eroe.
Sento in mano la chiave della storia.
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E´ brevissima l´epopea di Cartagena. Ne ricapitoliamo la storia davanti a un caffè. Dunque: Amilcare sente che il partito filo-romano vuol fargli la pelle, scappa dall´Africa e fa vela a Ovest e, con Annibale ancora bambino, approda a Cadice, ai margini del mondo conosciuto. Soggioga tribù, s´impossessa di miniere, trasforma il Sud dell´Iberia in una colonia, manda alla madrepatria favolosi carichi d´argento, riacquista il consenso perduto. E´ qui che il cognato Asdrubale fonda Cartago Nova, la più grande colonia africana in Europa. Ma dopo pochi anni dopo, mentre Annibale devasta l´Italia spadroneggiando in casa del nemico, Scipione lo beffa marciando sulla Spagna e prendendo Cartagena.
Erano così le guerre di una volta: più facili da vincere in trasferta.
Entriamo in città fra rondini in fregola e immigrate marocchine ciabattanti dai vicoli, lungo quello che fu "el camino de entrada de Escipion". Qui, spiega Pilar, prendono tremendamente sul serio la storia. Ogni fine settembre una confraternita celebra uno spettacolare scontro armato romani-cartaginesi. E quando la città deve chiedere autonomia alla Murcia, lo fa sbandierando la "diversità punica" esattamente come i "lumbard" fanno con i Celti per battere cassa a Roma. ‟La antiguidad - spiega - es un valor economico”. Ma Annibale è anche fascino, e Pilar non sfugge al rapimento per l´uomo del mistero.
La città cartaginese non è fatta di pietre. E´ un vuoto, un´impronta, uno stampo su cui è cresciuto tutto il resto: mondo arabo, Bisanzio e altro. Sopra le mura puniche sono sorte quelle settecentesche di Carlo III; sul porto militare è nato il primo grande arsenale della Spagna moderna. Oggi sull´arena dei gladiatori c´è la Plaza de Toros. E sulle orme dei cartaginesi passano - onnipresenti - i loro nipoti maghrebini, comparse perfette di un film d´epoca.
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Nel grande sonno dell´ora media a Cartagena non senti tamburi di guerra. E´ come se rullassero sempre altrove. A Sagunto, a Nord di Valencia, che Annibale assedia nel 219 per costruire il suo casus belli con Roma. O magari sugli immensi altopiani fra Tarragona, Valladolid e Albacete, verso la Sierra de Guadarrama, dove poco prima di partire il Nostro sconfigge gli indomiti Carpetani, due volte più numerosi di lui. Il grande africano non è mai dove lo cerchi.
Oleandri, cannoni arrugginiti, l´ombra di un portico dietro l´Arsenale. Mangiamo bottarga e mandorle, piatto - garantisce l´oste - di nobile origine punica. Intorno, panni stesi al vento, postriboli in disarmo e ficus grandi come case. ‟La ciudad tiene un aire napolitano” sorride Pilar, e cerca di ignorare la modernità blasfema che si fa strada. Un centro fitness sopra il foro e, sul cardo romano, orribili case gialline finanziate dalla Cassa Murcia.
Ma il senso del luogo resta più forte del cemento. In un´androna suona un pianoforte, sul colle di Esculapio con la cisterna araba gridano i pavoni reali, sul lungomare comincia il vocìo dello struscio. Le comari si chiamano dai balconi e agavi enormi cantano nel vento. Ora capisco a pieno il messaggio di mio figlio. Cartagena non ha un´anima bellica, ma musicale. Si lascia trascinare controvoglia in questa pazzesca avventura.
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Ma Lui dov´è? Se il porto è davvero il "Corazon de la ciudad", è là che dobbiamo cercare. Andiamo dritti all´Arsenale, in fondo alla baia, all´imbocco del canale d´accesso all´ex laguna interna. E´ un posto dove i turisti non entrano, ma in Spagna lo stato è meno "spagnolo" che in Italia, e i militari ci fanno passare. All´ingresso, la scritta "Valor, lealtad, disciplina y honor". Dentro, cacciatorpediniere e sommergibili transoceanici al posto dei galeoni. La banchina è la stessa dove attraccava la flotta cartaginese.
L´ammiragliato è una meraviglia. Scaloni scricchiolanti di mogano con rinforzi antiscivolo di ottone, azulejos con l´effige della Madonna del Pilar e un modellino del primo sommergibile, costruito dall´ebreo spagnolo Isaac Peral. Ma l´elenco dei caduti "per la patria" è solo quello dei falangisti di Francisco Franco, che pure attaccò Cartagena operaia con i battaglioni di "primera limpieza", orde di assassini incaricati di spianare la strada all´esercito. C´è anche il nome dell´ammiraglio Carrero Blanco, fatto saltare in aria dai baschi nel dicembre del ‘73. Ma sono dettagli, rispetto a duemila anni di storia.
Vado nella sterpaglia verso l´ultima banchina dimenticata, dove sorge il "Penal de reos y galeras", l´antico carcere dei galeotti, diroccato e deserto, verso l´uscita della baia. Ne faranno - che dio li stramaledica - un museo e una "business school", e io sono forse tra gli ultimi a vivere questo incanto.
Mi siedo sulla riva a fiutare il vento africano. A Est si spegne l´incendio del tramonto sulla Sierra Minera, dove Amilcare Barca trovò il suo argento, e in un lampo la pietraia diventa color cenere, poi azzurra di luce lunare.
Che capolinea. Sono nello stesso tempo a Casablanca, Trapani, Haifa e Marsiglia. E´ tutto così chiaro: Cartagine fu la Venezia del Mar d´Occidente, e Cartagena la sua base in Europa.
Pilar se n´è andata, ora sono solo con i gabbiani. Domani comincia la lunga marcia.
Paolo Rumiz

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli”, 2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (con Riccardo Carnovalini; 2016), Il filo infinito. Viaggio alle radici d'Europa (2019) e, nella collana digitale Zoom, La Padania (2011), Maledetta Cina (2012), Il cappottone di Antonio Pitacco (2013), Ombre sulla corrente (2014), Gulaschkanone (2017).

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