Amos Oz: La nostra vita sotto il vulcano

24 Settembre 2007
Solitudine, delusione, insuccesso, alienazione, disgrazia, malattia, declino, e la morte è sempre in attesa, di ciascuno di noi, appena fuori dalle mura domestiche.
Ciò nonostante il vulcano non controlla la nostra vita e non possiamo consentirglielo. Le nostre notti sono sempre piene – ed è meglio così – di smanie, ambizioni, tutta una serie di progetti e ipotesi, piccole speranze e piccole delusioni, preparativi per il giorno dopo, passioni segrete, e infinita ansia per i nostri cari. Ogni notte, tute le notti, facciamo sogni ridicoli, confusi, vividi. E tutto questo è stato, è e continuerà ad essere oggetto della letteratura della commedia umana. (Non sto parlando per il momento di quel genere di letteratura che ha perso interesse nella nostra tragica farsa, abbandonando il villaggio ai piedi del vulcano per una qualche Disneyland in cui si lancia in corsa su montagne russe verbali).
Ora immaginiamo che nel paesino alle falde del vulcano, oltre alla vedova e a sua figlia, al ragazzo e al politico abiti uno scrittore. Che farà in quelle notti a tratti illuminate dalla lava fiammeggiante?
Finché la vedova resterà sveglia, il ragazzo si rivolterà nel letto in preda alle sue fantasie e il candidato misurerà a passi nervosi la stanza, al nostro scrittore non mancherà il materiale.
Quando ero ragazzo a Gerusalemme avevamo un parlamento di quartiere, ovvero chi aveva desiderio di parlare e discutere si radunava ogni sera nella drogheria all’angolo, di proprietà del signor Auster. Tra i membri del parlamento c’erano ideologi e ideofili, e c’era anche un rilegatore che aveva elaborato in dettaglio un teoria utopica di comunismo erotico globale. Tutti, uomini e donne, sarebbero stati disponibili a concedersi a chi li desiderasse, facendo sparire dalla terra definitivamente odi, gelosie, rivalità, guerre e pregiudizi sociali. Il nostro ideologo espose il suo pensiero in lunghe lettere che inviò a Stalin e, in copia, al Papa a Roma e al Mahatma Gandhi in India. Ma ogni volta che doveva pronunciare la parola "donna" o la parola "gambe", avvampava e iniziava a balbettare. C’era anche un giovane nazionalista radicale che giurava che avrebbe ucciso con le sue mani l’alto commissario britannico a Gerusalemme ma una volta che al signor Auster uscì il sangue dal naso, svenne nella drogheria.
Non ci sarà mai bisogno di cercare nuovi soggetti per la letteratura.
Ma ora domandiamoci: lo scrittore del villaggio ai piedi del vulcano ha anche una qualche responsabilità di carattere morale, sociale o politico? Deve alzar la voce per protesta? Ogni giorno? Tutto il giorno? O forse solo una volta la settimana?
Mettiamola in questi termini: uno scrittore lavora con le parole. Da mattina a sera è circondato dai trucioli e dalla segatura del suo linguaggio, come un falegname lo è dai vapori del legno e della colla. Questo impone allo scrittore una responsabilità nei confronti del linguaggio. Ovunque parole cariche d’odio siano brandite come un’ascia contro determinati gruppi di esseri umani ben presto comparirà una vera ascia. Lo scrittore può fungere da pompiere del linguaggio o quanto meno da rivelatore antincendio. Può farlo, quindi deve.
Ecco un esempio che mi riguarda personalmente: le parole "cosmopolita", "parassita" e "intellettuale disimpegnato" sono epiteti spregiativi usati sia dai nazisti che dai comunisti. Mio padre e mia madre, i miei nonni e le mie nonne, appartenevano per lo più proprio a questa categoria: erano intellettuali europei cosmopoliti. I nazisti e per i comunisti li giudicavano anche dei parassiti, così cacciarono i miei nonni e i miei genitori dall’Europa negli anni ‘30. Li cacciarono disgustati perché in quegli anni i miei familiari, ed altri ebrei come loro, erano gli unici europei nell’intera Europa. Tutti gli altri erano patrioti lettoni o patrioti serbi. In quegli anni i muri d’Europa erano coperti di scritte piene d’odio: «Ebrei tornate in Palestina», proprio come oggi quegli stessi muri sono coperti di scritte piene d’odio che dicono: «Fuori gli ebrei dalla Palestina». In realtà i miei familiari furono fortunatissimi. Se l’Europa non li avesse cacciati negli anni ‘30 trenta, la Germania li avrebbe ammazzati negli anni ‘40.
Cosmopoliti, parassiti. Intellettuali disimpegnati. Uno dei compiti dello scrittore è intervenire e dare l’allarme ogni volta che il linguaggio, che è il suo strumento di lavoro, viene profanato. Ogni volta che un gruppo etnico o religioso o di altro genere riceve epiteti come "feccia", "cancro" o "minaccia strisciante", lo scrittore deve intervenire e, quanto meno, suonare la campana del villaggio.
E cosa non dovrebbe fare?Non dovrebbe rinunciare alla sua particolare attitudine ad avere una visione d’insieme e non scambiarla con una semplicistica nel momento in cui prende una posizione politica. Molti intellettuali europei si beffano degli americani in genere e di Hollywood in particolare per la visione del mondo superficiale e infantile tipica dei film western, in cui è sempre chiaro chi sono i buoni e chi sono i cattivi. Ma nel momento in cui quegli stessi intellettuali europei si esprimono sul conflitto in medio oriente, subito ricalcano la sceneggiatura di un western hollywoodiano.
Sono irresistibilmente spinti a schierarsi dalla parte dei buoni e a condannare i cattivi, a firmare petizioni, ad organizzare manifestazioni per i buoni contro i cattivi per poi farsi una bella dormita.
Quando si discuteva di colonialismo e decolonizzazione era facilissimo individuare i buoni e i cattivi. Durante la guerra nel Vietnam era facile e giusto non fare sfumature. Di fronte all’apartheid in Sud Africa era chiaro chi fossero le vittime e chi i carnefici. Ma il conflitto arabo-israeliano non è un film western, è una tragedia. Una tragedia nell’antica accezione del termine: lo scontro tra due facce della giustizia. Gli arabi palestinesi sono in Palestina perché la Palestina è la loro patria. Non hanno altra patria nel mondo. Gli ebrei israeliani sono in Israele perché per migliaia di anni non è esistito un altro paese in cui gli ebrei, come nazione, potessero sentirsi in patria. Come individui sì, ma come nazione gli ebrei non hanno mai avuto altra patria che Israele.

Metà degli ebrei israeliani, come i miei familiari, sono stati cacciati fuori a calci dall’Europa. L’altra metà è stata scacciata, o è fuggita appena in tempo dalle terre degli arabi e dei musulmani.
Così né i palestinesi né gli israeliani hanno un altro posto dove andare. Poiché non c’è modo di costringerli a diventare una famiglia felice (gli israeliani e i palestinesi non sono una famiglia – sono due famiglie infelici), la loro piccola abitazione deve essere divisa in due appartamenti ancor più piccoli in cui possano vivere come vicini di casa. Una sorta di divorzio di velluto come quello tra i cechi e gli slovacchi. E’ tutto così dolorosamente semplice, e sarà questa la realtà, perché non esiste altra possibilità.

Traduzione di Emilia Benghi
Amos Oz: La nostra vita sotto il vulcano