Al Gore: Il mio programma contro la catastrofe

16 Ottobre 2007
L’importante dibattito sulla crisi del clima è passato a occuparsi del quesito successivo: come creare soluzioni d’emergenza adeguate a evitare questa catastrofe? La discussione sulle possibili soluzioni ha preso seriamente il via con grande ritardo. Ciò è accaduto non soltanto perché alcuni dei nostri leader trovano tuttora più conveniente negare la realtà della crisi, ma anche perché per noi tutti è difficile accettare una scomoda verità: il massimo che pare politicamente fattibile è di gran lunga inferiore al minimo che sarebbe efficace per porre rimedio alla crisi. Questa terra di nessuno - o per meglio dire quest’area di nessun politico - collocata nel bel mezzo delle più avanzate possibilità della fattibilità politica e i primi segnali di un cambiamento davvero efficace è l’area che mi piacerebbe esplorare. Il mio obiettivo non è quello di presentare un programma completo e dettagliato - essendo questo compito della nostra democrazia nel suo complesso - bensì cercare di far luce sul percorso che in questa terra incognita collega il punto nel quale ci troviamo e quello nel quale dobbiamo dirigerci. Se infatti ammettessimo candidamente che ciò che dobbiamo fare trascende i limiti delle nostre attuali capacità politiche, affermeremmo in altre parole che dobbiamo espandere quanto prima possibile i limiti di ciò che è politicamente possibile. Noi americani degli Stati Uniti d’America abbiamo una responsabilità particolarmente importante, dopo tutto, perché il mondo - malgrado gli errori morali che abbiamo commesso di recente - ci considera tuttora i leader naturali della comunità delle nazioni. In altre parole, affinché il mondo risponda sollecitamente alla crisi del clima, gli Stati Uniti devono indicare la strada. Nessuna altra nazione può farlo. Paesi in via di sviluppo quali Cina e India hanno afferrato quanto perniciosa e rischiosa sia per loro la crisi del clima del pianeta, ma non troveranno mai la volontà politica di apportare i cambiamenti necessari alle loro economie in piena espansione a meno che e finché gli Stati Uniti non indicheranno loro il cammino. Il nostro ruolo naturale è quello di essere l’auto battistrada della corsa a fermare il riscaldamento globale. Se qui in America avessimo un approccio responsabile per risolvere la crisi del clima, quale sarebbe? Prima di tutto dovremmo iniziare congelando immediatamente le emissioni di CO2 e subito dopo iniziare a ridurle. Il mero impegno in nobili dibattiti su speculative e teoriche riduzioni delle emissioni in futuro nel momento stesso in cui continuiamo incessantemente ad aumentarle è un approccio deludente e sconsiderato. Da un certo punto di vista, un simile approccio è di gran lunga peggiore rispetto all’inerzia più assoluta, perché rasserena gli sprovveduti, facendo credere loro che si sta facendo qualcosa mentre di fatto non si fa nulla. Il congelamento immediato delle emissioni ha il pregio di essere inequivocabile, comprensibile e semplice. Si tratta di un provvedimento che può attirare consensi bipartisan ed essere considerato un valido e ragionevole punto di partenza in vista del lavoro molto più difficile che si prospetta in futuro. Ricordo la mia esperienza di venticinque anni fa, quando fui autore di un complesso piano di controllo degli armamenti nucleari per far fronte all’escalation della corsa agli armamenti in atto a quel tempo da parte del nostro Paese e dell’ex Unione Sovietica. All’epoca mi opponevo rigidamente al movimento che auspicava il congelamento del programma nucleare, reputandola un’iniziativa semplicistica e ingenua. Tre quarti della popolazione americana invece era favorevole a essa e ripensando a quegli anni capisco adesso con grande chiarezza che quella valanga di supporto da parte dell’opinione pubblica per quel provvedimento semplice e chiaro di fatto cambiò il panorama politico e rese possibile infine l’adozione di proposte più dettagliate e particolareggiate. Oggi il Trattato di Kyoto dà corpo al sistema globale di scambio delle emissioni di CO2. Incoraggia la riduzione di CO2 e aiuta molti Paesi aderenti al trattato a trovare le modalità migliori e di maggior efficacia per rispettare i loro obiettivi di riduzione. Che gli Stati Uniti non aderiscano al trattato significa che il 25 per cento dell’economia mondiale non lo rispetta. In pratica, è come riempire un secchio che sul fondo ha un grosso squarcio. Quando gli Stati Uniti si uniranno finalmente al resto della comunità mondiale per far funzionare a dovere questo sistema, il mercato globale delle emissioni di biossido di carbonio diventerà un sistema chiuso molto efficiente, e per tutelare il valore azionario di ogni singola società ogni consiglio di amministrazione di questo pianeta avrà il dovere fiduciario di gestire al meglio e ridurre le emissioni di CO2. Questo testo è tratto dal discorso pronunciato da Al Gore il 18 settembre 2006 alla facoltà di legge della New York University.

Traduzione di Anna Bissanti
Al Gore: Il mio programma contro la catastrofe