Vittorio Zucconi: Primarie 2008. Hillary allontana Bill per cercare la vittoria nel nome delle donne
07 Febbraio 2008
Il lungo viaggio verso la notte elettorale della signora in ansia era cominciato al mattino fra i coriandoli di una Manhattan coperta dalla monnezza felix lasciata dal trionfo sportivo tributato ai campioni di football, i suoi Giants. ‟Esausta ma eccitata”, come si era descritta lei al talk-show di Letterman la sera prima, usando un curioso, ma non casuale, linguaggio da sposa novella per mobilitare l’”armata rosa” dell’elettorato femminile, la voce arrochita da una tracheite che l’ha costretta ad abbandonare un’intervista in diretta tv squassata dalla tosse e dalle lacrime che ormai puntuali le spuntano dagli occhi quando i sondaggi vacillano, la senatrice Hillary Rodham Clinton si era preparata alla notte del Martedì Grasso elettorale esattamente come il suo avversario Obama: senza sapere se quelle sette od otto ore di attesa per conoscere l’esito del voto in 24 stati, sparsi su tre fusi orari, sarebbero state un’incoronazione o una veglia funebre. Per la sua notte, Hillary aveva scelto di tornare a casa, ma non quella natale, Chicago, già occupata dall’odiato avversario, ma la città che la ha adottata politicamente, New York, dove lei, sopravvissuta all’ordalia di otto anni al fianco di Bill ‟Bubba” Clinton, l’infedele incriminato, nella Casa Bianca, si era rifugiata per rifarsi una vita come donna e come protagonista politica. E incassare i dividendi del suo sacrificio da "vedova indiana" bianca costretta a immolare la propria dignità di moglie e di donna per non distruggere la presidenza del marito accusato in sostanza, dietro tutte le tecnicalità costituzionali e legali, di adulterio flagrante e seriale. Tanto per evitare guai, proprio l’ingombrante e incontrollabile coniuge era stato spedito durante il weekend il più lontano possibile, a duemila chilometri dai due stati cruciali dove si votava, California e New York, fotografato accanto all’ormai innocuo governatore Richardson nel suo ranch del New Mexico a guardare la finale del campionato di football e a sgranocchiare patatine e tostitos con salsa, come un pensionato. Troppi danni aveva fatto Clinton, con la prepotenza del ‟fattore Bubba”, la lingua sciolta, e soprattutto il paternalismo maschilista che lui trasudava quando spiegava sospirando al pubblico di un comizio che lui ‟non poteva certo rendere Hillary più alta, più giovane o farla diventare un maschio”, di nuovo un commento che sarebbe valso, al marito di una coppia non corrosa dall’ambizione e dal calcolo politico, un piatto rotto in testa. Proprio per riparare i disastri combinati dall’entusiasmo di Clinton (lui) incontenibile come un vecchio cagnone affettuoso che rovescia le suppellettili scodinzolando, e per restaurare la mistica fondamentale della proposta di Clinton (lei), la "mistica femminile" della prima donna presidente, la signora ha fatto campagna da sola, nelle ultime 48 ore, puntando tutto sul proprio possibile elettorato, quello femminile. Ha ingentilito la propria mise, spezzando quegli abiti da agente del servizio segreto sempre scuri, con giacche sgargianti gialle sopra i pantaloni neri. Si è rifugiata alla sorgente della propria vita di ragazza e poi di adulta, a Yale, dove aveva studiato e dove era sbocciata come futuro avvocato di successo, inumidendosi gli occhi al ricordo del vecchio prof che la presentava alle ex compagne, in stile dolcemente malinconico da riunione di classe 30 anni dopo. È andata nello studio di una televisione via cavo, con pochi abbonati, ma quasi tutte donne, la Hallmark, specializzata in soap, telefilm sentimentali e in quelli che sprezzantemente i maschi chiamano i ‟chick flick”, i film da pollastrelle, in un dialogo in diretta con il pubblico, mentre Obama spendeva 2,6 milioni per uno spot in onda durante la finalissima del football, evento "macho" per eccellenza. La strategia del mostrarsi ‟più dura dei duri”, ‟più falco dei falchi” concepita sei mesi or sono, quando lei si sentiva la vincitrice inevitabile e predestinata, e quindi doveva cominciare ad arare il campo dell’elettorato maschile e sbarazzare ogni sospetto di morbidezza femminea, è stata rapidamente abbandonata, di fronte alla formidabile ascesa e al successo di Barack Hussein Obama. E Hillary, con la leggendaria lacrimuccia nel New Hampshire che le valse una rimonta contro ogni sondaggio, è tornata donna e donnista, ‟pensate che cosa rappresenterebbe avere la prima donna presidente degli Stati Uniti” aveva detto nell’ultimo testa a testa con Obama, donna fra le donne, per salvarsi dal rischio mortale di una sconfitta o di un mediocre risultato nel filotto dei 24 stati che ieri anno votato. L’elettorato femminile, anche se diviso fra una Caroline Kennedy che abbraccia Obama e la lobby organizzata delle femministe, il ‟Now”, che ha scelto Hillary, rimane la base senza la quale lei, che è costantemente minoritaria fra i giovani, i maschi e persino le studentesse universitarie, non avrebbe potuto scampare al Marted¡i Grasso delle primarie né, ancor meno, a un futuro duello per la Casa Bianca contro un uomo repubblicano. E se nessuno dei due ha vinto la guerra, ieri sera, dovendo contentarsi di vittorie tattiche o di onorevoli sconfitte per continuare la guerra, se Hillary avesse visto cedere il fronte delle donne, la sua sarebbe stata una disfatta. Più ancora dei risultati complessivi arrivati a notte fonda, e del calcolo complicatissimo dei delegati alla Convention democratica di Denver a fine agosto che deciderà il ‟nominato”, Clinton (lei) ha voluto consolidare la propria armata rosa. Compattare e contare quello che le appartiene esiliando il marito e ripresentandosi come girl fra le girls, come ‟una di voi”. Lo ha dovuto fare perché i sondaggi seri, quelli di intenzione di voto, dicono che proprio fra le elettrici si stava aprendo per lei un crepaccio insidiosissimo: la rivolta delle girls vere, delle adolescenti e delle ventenni che vedono in lei non la senatrice, la possibile presidente, la donna di valore e di successo, ma la propria madre. ‟E ne ho già abbastanza di una nella mia casa, per volerne un’altra anche alla Casa Bianca”, ha scritto Gail Collins sul New York Times.