Il senso di Vonnegut per l'assurdo

12 Aprile 2007
Beffardo, caustico, profetico, tragico, visionario. La somma degli aggettivi che la critica ha usato per determinare le coordinate dell'opera di Kurt Vonnegut non basta a spiegare l'originalità dello scrittore forse più lontano dagli stereotipi americani. Si rileggono Mattatoio N. 5 e Ghiaccio nove, proposti da Feltrinelli nell'ambito di una meritoria operazione di rilancio che prevede una decina di titoli, e a distanza di quasi 40 anni si resta stupiti dalla forza sovversiva di un autore che ha intuito, e spiattella sulla pagina, una verità che l'Occidente si ostina a rifiutare: il Grande Sogno ci è sfuggito di mano. Ribelle, mai pedagogico, di fronte alla violenza della società contemporanea (il bombardamento alleato di Dresda, di cui era stato testimone, in Mattatoio N. 5), Vonnegut si limita a ripetere un ritornello: "Così va la vita". Un cortocircuito che con prodigiosa semplicità convoglia tanti sensi: sdegno, impotenza, sgomento di fronte alle assurde scelte dell'uomo. Ma Kurt Vonnegut è un sovversivo anche dal punto di vista della struttura. Le sue opere sono congegni raffinati. L'autore annuncia di voler raccontare una storia, l'inutile rogo di Dresda o il giorno in cui fu sganciata la bomba atomica su Hiroshima. Poi dice che è confuso, deve rinunciare. E alla fine firma due capolavori che, per via apparentemente obliqua, sbattono la follia della Storia in piena luce.

Ghiaccio-nove di Kurt Vonnegut

Uno scrittore decide di scrivere un libro sul giorno in cui è stata sganciata su Hiroshima la prima bomba atomica. Si intitola Il giorno in cui il mondo finì ed è centrato sull'idea di descrivere cosa stessero facendo alcuni scienziati nucleari nell'esatto momento in cui avveniva la catastrofe. Att…