La seconda generazione è per sua natura destinata alla rivolta: lo insegna ormai da un secolo la sociologia dell’immigrazione, e non è certo difficile intuire il perché. I figli degli affamati giunti da lontano in cerca di un lavoro purchessia, non provano la medesima rassegnazione dei genitori. Percepiscono semmai la falsità di una cittadinanza formale concessa loro dal paese in cui sono nati senza riuscire a sentirsi veramente a casa propria.
Invece di stupirci per la scoperta di una "rabbia nera" che per la prima volta - da Castelvolturno al centro di Milano - si manifesta con intemperanza contro gli "italiani bastardi", dovremmo rammaricarci di non averne colto per tempo le avvisaglie.
Lo scatenarsi delle pandillas, le bande giovanili latino-americane, a Genova nel 2004. La rivolta della Chinatown milanese, con tanto di bandiere rosse, nell’aprile 2007. La pacifica disobbedienza civile dei beurs, i giovani maghrebini laici che a Treviso inscenano da mesi improvvise adunate di "preghiera proibita" per protestare contro il generalizzato boicottaggio leghista del culto islamico. Le (per ora) timide manifestazioni dei rom e dei sinti oggetto di sgomberi e taglio di luce e acqua nelle baraccopoli di Roma. I blacks italo-africani sono dunque solo gli ultimi a organizzarsi, forse perché più deboli degli altri, ma il conflitto etnico fa già parte del nostro panorama metropolitano. Inesorabili presagi di una guerra favorita dall’assenza di sensibilità condivisa: solo di rado i loro morti ottengono la visibilità tributata agli italiani assassinati da stranieri. Tanto meno la cronaca registra gli innumerevoli episodi quotidiani di umiliazione della loro dignità. Anche perché nel nostro paese gli immigrati, nonostante molti di loro abbiano già conseguito con fatica la cittadinanza italiana, restano quasi del tutto privi della rappresentanza politica di cui già godono nelle altre democrazie europee.
Purtroppo parlando di seconda generazione ci soffermiamo soprattutto sulle nude cifre - i giovani di origine straniera erano circa 400 mila nel 2003, si calcola che saranno un milione nel 2015 - ma fatichiamo a inquadrarne la condizione esistenziale. Ragazzi i cui genitori hanno pochissimo tempo da dedicare alla loro educazione. Famiglie spesso ancora separate, con madri e padri impreparati a seguire il percorso scolastico dei figli, quasi sempre prive di quel sostegno di accudimento fondamentale rappresentato dai nonni. Giovani smarriti, dunque, come ci ricorda il più autorevole studioso italiano della seconda generazione, Maurizio Ambrosini.
Eppure si tratta di ragazzi bene o male inseriti in una società che fornisce loro un reddito sufficiente alla sopravvivenza, e che condividono le mode, i miti consumistici, le aspirazioni dei loro coetanei. Qui scatta la maledizione di un sistema bloccato che penalizza qualsivoglia aspettativa di ascesa sociale. I figli degli immigrati sono italiani che dunque tenderanno a rifiutare i lavori tipici degli immigrati. Non vorranno fare la vita dei loro genitori, anche perché ce l’hanno sotto gli occhi. Entrano nel mondo del lavoro con standard occidentali, del tutto ignari delle condizioni di vita nei loro paesi d’origine. Se la prima generazione immigrata era disposta a sopportare enormi sacrifici pur di realizzare un progetto di sistemazione a lungo termine, i giovani nati in Italia (o approdati nella prima infanzia) sono titolari di ben altre aspettative. E se l’alternativa proposta loro fosse solo quella fra condizioni di lavoro degradanti e una vita di espedienti, siano pure illegali, potrà apparire loro conveniente anche il reclutamento o l’auto-organizzazione criminale. Tutto, pur di non fare la fine dei loro padri sfruttati nel lavoro nero o delle loro madri badanti.
È in questo retroterra che si diffonde il pericoloso stato d’animo degli stranieri in patria, intenzionati a sfuggire l’antica condizione dei meteci relegati alle necessità produttive ma privi di cittadinanza reale. Senza che possa essere presa in considerazione neppure l’ipotesi di un ritorno al paese da cui partirono i genitori, entità mitica che gli appartiene solo nella fantasia, oggetto di quella nuova forma di nostalgia che le diaspore esasperano nella relazione con luoghi sconosciuti, irrecuperabili. La seconda generazione è italiana, dunque non estradabile.
La tunica di raso marrone indossata dal padre di Abdoul Salam Guiebre alla cerimonia funebre di Cernusco sul Naviglio, preannunciava ben di più che un richiamo folklorico. Perché quella salma di un giovane cittadino italiano stava per essere imbarcata su un aereo, destinata a una sepoltura nel Burkina Faso, lontano migliaia di chilometri dal luogo in cui aveva vissuto. Segno di rottura con un paese rivelatosi d’improvviso atrocemente inospitale. In Africa, la seconda generazione può ritornarci da morta, mentre i fratelli di Abdoul soffriranno d’ora in poi una cittadinanza dimezzata. Coltiveranno probabilmente un’africanità che le circostanze paiono contrapporre all’italianità, spezzando il percorso dell’integrazione cui pure avevano lavorato gli insegnanti, gli amici, i vicini di casa, i datori di lavoro.
Il recupero di un’identità alternativa, anche se spesso deformata e posticcia, pare l’esito inevitabile di questa disgregazione sociale. Tipico è il caso di Meryem Fourdaus, la fantasiosa marocchina ventunenne di Treviso che ha dato vita al movimento "Seconda generazione". Giunta in Italia all’età di 10 anni, il padre operaio in cassa integrazione, la madre addetta alle pulizie in un ospedale, Meryem frequenta all’università di Padova un corso di Economia Internazionale e intanto fa la commessa part time. Non porta il velo islamico, si dichiara non praticante. Ma ciò non le ha impedito di organizzare per dieci settimane in un parcheggio della sua città la sorpresa della "preghiera segreta". Paradossalmente, la sua storia dimostra come possa essere l’ottusità leghista, il divieto di moschea, la causa di un riavvicinamento forzato alla religione di giovani che se n’erano allontanati.
La deriva di una guerra annunciata, il diffondersi sul nostro territorio di un conflitto etnico a cui si sentono richiamati molti cittadini italiani immigrati di seconda generazione, procede dunque come la più classica delle profezie di sventura che si autoavverano. A renderlo probabile, e ancor più pericoloso, è un’altra caratteristica del nostro sistema: gli immigrati da noi sono totalmente privi di rappresentanza politica. Col bel risultato che gli unici portavoce disponibili sul territorio e nel teatro mediatico sono dei capi comunità, per loro natura separatisti, spesso legittimati solo da una pseudo-autorità religiosa integralista. Non esistono oggi leader democratici dell’immigrazione perché, salvo eccezioni irrilevanti, i partiti politici italiani finora li hanno esclusi. Un deficit di rappresentanza che la seconda generazione rischia di colmare ben presto affidandosi a capiclan e militanti radicali, scavando ulteriormente il fossato della mancata integrazione.
Gad Lerner

Gad Lerner

Gad Lerner è nato a Beirut nel 1954 da una famiglia ebraica che ha dovuto lasciare il Libano dopo soli tre anni, trasferendosi a Milano. Come giornalista, ha lavorato nelle principali testate italiane da inviato o con ruoli di direzione. Ha ideato e condotto vari programmi d’informazione televisiva alla Rai, La7 e Laeffe. Ha diretto il Tg1. Le sue ultime trasmissioni d’inchiesta sono “Operai” e Ricchi e poveri. Con Feltrinelli ha pubblicato Operai (1988, 2010) e Tu sei un bastardo. Contro l’abuso delle identità (2005), Scintille (2009) e Concetta. Una storia operaia (2017).

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