Goffredo Fofi e "Il Gattopardo"
Goffredo Fofi è stato un giornalista, saggista e critico mai allineato, sempre controcorrente. La sua riflessione si è sempre rivolta alla distanza tra la situazione sociale reale e le varie rappresentazioni che ne hanno fatto, di volta in volta, il cinema, il teatro e la letteratura. Per Feltrinelli ha tradotto, curato e commentato molti libri di successo. Ha scritto la postfazione al libro di John Cheever, Falconer (2013). Per i “Classici” ha introdotto tra gli altri Notre-Dame de Paris di Victor Hugo, Mephisto di Klaus Mann, Pensieri sulla vita di Gandhi, Il Tallone di Ferro di Jack London.
In queste pagine, tratte dalla prefazione al saggio di Alberto Anile e Maria Gabriella Giannice Operazione Gattopardo, Goffredo Fofi si concentra sulla storia editoriale del romanzo di Tomasi di Lampedusa e sull’importanza della sua trasposizione cinematografica da parte di Luchino Visconti.
Uno scrittore antipatico, un regista arrogante, un grande libro, un film magnifico - di Goffredo Fofi
Quando lessi per la prima volta Il Gattopardo, subito a ridosso della sua pubblicazione, mi sembrò un grande libro di un autore antipatico – ma questo non era la prima volta che accadeva, no? Ero troppo giovane e inesperto per motivare un giudizio critico ma abbastanza adulto per dare un giudizio “di classe” sul principe di Lampedusa. Al seguito di Dolci avevo battuto la provincia di Palermo e visto da vicino le condizioni di vita dei contadini nei grandi feudi dell’interno, di inaudita miseria ai miei occhi – che pure venivo da una famiglia mezzadrile dell’Italia centrale – e sapevo che l’agio in cui viveva il principe veniva di lì, dallo sfruttamento di quelle persone, di quella “forza lavoro”. E inoltre avevo già letto Signora Ava di Francesco Jovine e il paragone tra i due romanzi mi sembrò a tutto vantaggio di Jovine, perché, in definitiva, raccontava il Risorgimento dal punto di vista dei contadini del Sud e non dei nobili del Sud. (Non avevo ancora letto I Viceré e I vecchi e i giovani, gli altri due grandi romanzi su quel periodo storico, né di De Roberto L’imperio, che corrisponde in qualche modo alla seconda parte del romanzo di Pirandello e tratta della corruzione romana e parlamentare, della delusione verso una nuova Italia non meno equivoca, e classista, della vecchia.) Oggi parlerei invece della complementarità tra le due opere, due punti di vista ugualmente significativi, importanti e utili per capire da dove veniamo, o da dove viene il nostro Sud con le sue piaghe antiche e le sue nuove sconnessioni.
Il romanzo di Tomasi merita assolutamente il posto che si è conquistato con non poca fatica nella storia della nostra letteratura – documentata e interpretata dagli autori di questo saggio –, e merita tutta l’attenzione che hanno continuato e che continuano a dedicargli sia i critici letterari che gli storici. Ed è merito degli autori spingerci a rileggerlo alla luce degli scontri che essi documentano, e a rileggerne in particolare l’ultimo capitolo, su cui giustamente essi insistono, e che serve a ridimensionare le letture più comode e più comuni, quelle che finiscono sempre nel consueto “tutto cambi” eccetera diventato proverbiale ma tirato in troppe direzioni, anche tra loro contrastanti. Perché, sì, la memoria del film ha finito per sovrastare la memoria del romanzo – perché la forza delle immagini, la loro evidenza, si dimostra alla lunga superiore alla forza ed evidenza della parola.
Il balletto delle opinioni e dei contrasti ha provocato attorno al romanzo una discussione serrata, appassionante perché appassionata. E l’intervento dei politici (del Pci, di Togliatti in particolare), nella sua invadenza, nella sua pretesa a indirizzare il gusto e il giudizio dei lettori comuni, impressiona anch’esso, a ritroso, positivamente, nel senso – vituperato dalle destre o dai centri del potere ideologi-co odierno, cioè dai giornali – che ebbe una volta a dirmi Paolo Volponi: i politici della sinistra tenevano in gran conto gli intellettuali e li corteggiavano o aggredivano perché consideravano importanti le loro opinioni e la loro possibilità di influenzare le masse, o le loro avanguardie; mentre oggi non gliene importa niente, li hanno anzi in disprezzo e credono di poterne fare a meno, sostituendosi a loro. E, non ultimo, gli schieramenti avevano un senso in quanto corrispondenti a contrapposizioni sociali reali, rappresentanti di opzioni forti e dotate di buone radici. I conflitti che si scatenavano attorno a opere particolarmente significative o ingombranti, si trattasse di Vittorini o di Gadda, di Pratolini o di Moravia, di Rossellini o di Pasolini, di Antonioni o di Fellini, di Licini o di Guttuso, ma anche di Fortini o di Asor Rosa, di Aristarco o di Chiarini, e prima ancora di Croce o di Gramsci (la pubblicazione dei Quaderni) eccetera, rientravano nonostante tutto in un’epoca di enorme vivacità sociale, animata in primo luogo dalla convinzione di poter contribuire all’edificazione di una società nuova.
Il film Il Gattopardo “correggeva” il romanzo Il Gattopardo, forzandone l’analisi e le intenzioni, e gli si sovrapponeva, ma in qualche modo consentendo al suo pessimismo. Anile e Giannice constatano infine come il film possa essere letto in definitiva, per Visconti, come il punto più avanzato nelle sue convinzioni storico-politiche, ma anche il punto di svolta nella sua carriera, a giudicare dalle opere successive, di resa alle sue origini, di ritorno a un’estetica “borghese” (o “decadente”) per la perdita di fiducia nella possibilità di una rivoluzione, di una qualsivoglia trasformazione positiva del nostro paese.
Alla fine, essi dicono, è Tomasi di Lampedusa ad aver vinto, nel progressivo avvicinamento del film al romanzo, e tutte le giustificazioni teoriche avanzate dal regista nelle molte dichiarazioni pubbliche sono sopravanzate da quel che il film finisce per dire: la morte di una classe, l’impossibilità di un cambiamento successivo al Risorgimento, “rivoluzione” incompiuta o tradita (la vagheggiata continuazione della sua azione in quella della Resistenza e nel risveglio popolare del dopoguerra), la coscienza, infine, che forse – e qui la morale va ben oltre il “tutto cambi” eccetera – il mondo “di dopo” è perfino peggiore del mondo “di prima”.
Dopo Il Gattopardo, Visconti si libera definitivamente, ho scritto anni addietro, del super-io gramsciano che lo aveva conquistato fino ad allora, proprio mentre il suo massimo rivale nel cinema italiano, Federico Fellini, rivendicava con 8 ½ la libertà dell’artista rispetto a ogni presunto “mandato sociale”.
Certo, rivedere oggi Il Gattopardo ci dà l’idea di una grandezza – e di una varietà e importanza dei problemi che vi si agitavano – di cui a suo tempo ci rendevamo conto solo in parte, prigionieri anche noi dei conflitti ideologici dell’epoca. Certo, oggi Il Gattopardo ci piace molto più di allora, ci sembra anzi un film magnifico (e la parte finale ci convince quanto e forse più di quella che gli contrapponevamo, come racconto della decadenza di una classe, del ballo di L’orgoglio degli Amberson, formalmente più libero e meno teatrale) e anche le nostre resistenze si rivelano fragili di fronte alla lezione della Storia, che dà ragione al pessimismo del romanzo e al sentimento di morte della speranza che è suggerito dal film. E non si può non citare, a conclusione della lettura di questo bel saggio su un episodio fondamentale nella storia della cultura italiana del Novecento, quanto ebbe a scrivere sul “Mondo” qualche anno dopo la morte del regista un non-amico di Visconti (e non-amante di Tomasi), Alberto Arbasino, alla fine di una sua pungente carrellata sul teatro e sul cinema italiani dei tardi anni settanta: “Torna, Luchino, tutto ti è perdonato”.
Goffredo Fofi
Operazione Gattopardo di Alberto Anile, Maria Gabriella Giannice
Alla sua pubblicazione Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa fu ritenuto da Sciascia, Alicata, Moravia e altri esponenti della cultura di sinistra un libro di “destra”. Ma dopo la vittoria del premio Strega e la pubblicazione in Unione Sovietica, il Pci appoggiò con discrez…