Per capire l’Iran, le sue donne e le proteste nelle strade di Teheran
La voce di una delle donne che hanno occupato le strade al grido di “Donna, vita, libertà”, che Gramma ha pubblicato nel libro Nelle strade di Teheran di Nila, pseudonimo di una donna iraniana.
Nelle strade di Teheran è il racconto di una testimone e di una delle maggiori esponenti dell’eroica resistenza delle donne iraniane. Come ogni autentica testimonianza, grazie alla sua forza e tensione narrativa, questo piccolo libro consente di comprendere più di mille saggi perché la loro insurrezione abbia scosso e scuota dalle fondamenta il potere degli ayatollah.
Nila narra dei giorni successivi alla morte di Mahsa Amini, quando le donne riscoprono la “vita notturna” abolita dal regime e si riversano come una sola famiglia ferita nei quartieri delle città al grido di “Libertà!”. Sono i giorni dell’entusiasmo e della condivisione, della riscoperta di un’esistenza comune libera da millenarie costrizioni. Racconta poi dei cupi giorni della repressione in cui le umiliazioni inferte dai miliziani alle giovani donne sono soltanto il prologo crudele di assassinii a catena, lapidazioni, esecuzioni senza processo. Mostra, infine, come la protesta non arretri di un passo, poiché viene da lontano, da una grande e nobile cultura dell’emancipazione, che culmina in una radiosa giornata della metà dell’Ottocento, quando Tahereh, “la pura”, poetessa mistica, oratrice impareggiabile, teologa sapiente, si toglie il velo dinanzi ai religiosi. Un gesto simbolico che segnava la fine della sharia ai suoi occhi, un gesto che viene ripetuto oggi da migliaia di donne in Iran, “unite in una sola luce”.
Un estratto dall’incipt:
A differenza delle manifestazioni precedenti, si può notare che stavolta, oltre al centro della città, altri grandi quartieri sono in agitazione; sono piccole macchie chiare in una tazza tappezzata di fondi di caffè.
Ma perché siamo così tanti a scendere in strada? Vogliamo cancellare quanto è successo nel 1979? Rigettare il regime islamico? Anche se non eravamo ancora nati all’epoca, solcando le strade, cerchiamo di ripulire la nostra coscienza nazionale dai rimorsi che la macchiano.
Di solito raggiungo un viale del centro. Un grande canale, ora asciutto, più di un secolo fa lo attraversava. Ma la malasorte non tocca soltanto i fiumi.
Prima della rivoluzione del 1979, proprio nel mezzo di questo viale (di fronte al ministero dell’Agricoltura) c’era la lugubre statua di una donna e di un uomo. La buona società dell’epoca non la considerava affatto un’opera d’arte. Anzi, era di fattura così rozza che le pesava addosso un’accusa di comunismo. Una donna con una camicetta e una gonna larga che le arrivava al ginocchio, felice ma seria, innaffiava le piante. Accanto a lei, un uomo con in mano una ruota dentata.
Dopo la rivoluzione, gli ulema di Qom, il centro religioso dell’Iran sciita, ordinarono per prima cosa di coprire con una tela cerata i capelli della donna, a mo’ di foulard. Non si dovette attendere molto perché anche le sue gambe venissero coperte alla stessa maniera. Prima, la gente passava accanto alla statua senza farci caso. Do-po questa decisione paternalistica, invece, l’attenzione dei passanti fu attirata dalle gambe della contadina. Proprio come avviene per i siti porno, niente è più efficace di una mentalità religiosa nel far sì che una situazione insignificante diventi un fenomeno artatamente eccitante. A quel punto, la statua venne rimossa e trasferita nel cortile posteriore del Museo d’arte contemporanea.
Quando mi trovo su questa strada, a volte penso al significato di quella statua. Ma per la verità, in quei momenti, non le dedico tanta attenzione. Nessuno ci pensa. Andiamo lì perché quello è il punto di intersezione di diverse arterie principali. Scendo giù per il viale grigio e scolorito e attraverso incroci presidiati da squadre di poliziotti antisommossa. Schieramenti disordinati, con una gran quantità di moto, manganelli e accessori vari, buttati là, come i ritratti di Khomeini e Khamenei, onnipresenti sui muri delle scuole o degli uffici. La rappresentazione caotica di un potere caotico.
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Oggi, gennaio 2026: sui dati non c’è chiarezza, le stima parlano di 2000 morti, uccisi a causa della feroce repressione attuata dalle forze di polizia, sicurezza e intelligence del regime. In molti casi questi militari rispondono direttamente alla Guida Suprema Ali Khamenei, la massima autorità politica e religiosa dell’Iran. Tra queste vi è la sezione di polizia religiosa o morale, la Gasht-e Ershad, quella che in alcune fasi della storia della Repubblica islamica è stata molto attiva per le strade per controllare il rispetto delle norme religiose e soprattutto l’abbigliamento delle donne e il corretto impiego dello hijab, il velo. Mahsa Amini, la donna morta in carcere nel 2022, era stata arrestata proprio dalla polizia religiosa: le successive, enormi proteste erano cominciate proprio contro questo corpo militare.
Il numero delle vittime della repressione è però impossibile da verificare, a causa del protratto blocco di internet che viene imposto da giorni nel paese. Sembrerebbero quattro volte quelli delle proteste del 2022, causate dalla morte in carcere di Mahsa Amini, vicende al centro del romanzo Nelle strade di Teheran.
Nelle strade di Teheran di Nila
Dalla morte di Mahsa Amini, la giovane ragazza curda arrestata dalla polizia morale per aver indossato l’hijab in un modo poco appropriato, la ribellione delle donne in Iran ha avuto un’eco enorme in Occidente. Le imponenti manifestazioni al grido di “Donna, vita, libertàR…