Podcast: “Le stanze del male” di Piergiorgio Pulixi
La serie: Piergiorgio Pulixi, autore di romanzi noir, indaga le diverse sfaccettature del male attraverso le parole di chi, per destino o per mestiere, deve farci i conti tutti i...
Roma, anni settanta. Una bambina cilena entra alle elementari in un collegio di suore. Ha sei anni e un nome che, in bocca ai compagni di classe, suona “strano”. Nel cortile della scuola la interrogano: da dove vieni? Dov’è il Cile? Com’è fatto?
Da quel momento comincia il suo apprendistato da straniera, tra lo spagnolo a cui si aggrappano i suoi genitori e l’italiano che parla con i coetanei, tra il desiderio di somigliare agli altri e la vergogna di dover spiegare un paese lontano, che ricorda a malapena, abbandonato di fretta dopo il golpe di Pinochet.
Attorno a lei, gli adulti vivono sospesi: discussioni politiche, telefonate con Santiago, la nostalgia e la paura. La famiglia cambia case, amicizie, abitudini; al posto di zii e cugini c’è una tribù di esuli che prova a ricostruire una quotidianità mentre la Storia continua a bussare alla porta.
Con l’adolescenza arrivano altre frontiere: il corpo, il desiderio, le prime libertà e le prime esclusioni. Ogni conquista porta con sé il timore di perdere di nuovo tutto. Perché chi è “di passaggio” non costruisce mai niente senza questo pensiero.
Quando, dieci anni dopo, la famiglia torna in Cile, l’idea di casa si incrina ancora: anche lì la protagonista si sente straniera. È in questo doppio scarto – non del tutto italiana, non del tutto cilena, in una famiglia che sembra non poter mai essere felice sotto lo stesso cielo – che prende forma il cuore del romanzo: un racconto intimo e politico dove l’esilio non è solo un evento storico, ma un’eredità emotiva.
“Quando scendo dall’aereo, sono la figlia di un fuggitivo, di un perseguitato, di un rifugiato, di un esule.
Dieci anni dopo, sarò la figlia di un rimpatriato.”
Roma, 1974. Una bambina cresce divisa tra due Paesi – il Cile di Pinochet e l’Italia –, due culture e due lingue.
Un romanzo intenso e delicato sull’eredità taciuta dei traumi politici e il desiderio ostinato di appartenenza.