Guido Olimpio: Il piano segreto di Saddam dalla Germania agli Usa

01 Marzo 2006
È il 18 dicembre 2002. Saddam Hussein, inquieto per i preparativi di guerra americani, convoca a palazzo i generali più importanti e insieme al figlio Qusay organizza il piano anti-invasione. In base agli ordini ricevuti gli ufficiali creeranno quattro cerchi di difesa, con quello più esterno affidato ai pretoriani della Guardia repubblicana. Perno del sistema la capitale, attorno alla quale prendono posizione su altrettanti cerchi le unità della sicurezza interna, i Feddayn Saddam, i militanti del Baath, l’Amn Al Khas (la divisione oro). I dettagli del piano però finiscono nelle mani dell’intelligence tedesca che, nel febbraio 2003, li passa agli americani. Un regalo prezioso, che contrasta in modo netto con le posizioni negative nei confronti del conflitto e di Washington da parte dell’allora cancelliere tedesco Gerhard Schröder. I rapporti trans-atlantici in quei mesi sono tesi. Gli Usa non nascondono la loro rabbia nei confronti di Germania e Francia, definite le rappresentanti della ‟vecchia Europa”. Berlino e Parigi rispondono a tono. Le rivelazioni sulla collaborazione - emerse ieri sulle pagine del ‟New York Times” e fra qualche giorno in un nuovo libro (Cobra II: storia segreta dell’invasione e dell’occupazione dell’Iraq) - ci raccontano un’altra realtà. Mentre i leader si scambiano frecce velenose enfatizzando i contrasti, i militari riducono le distanze collaborando in nome di una generica lotta all’estremismo. Un abito double-face indossato anche da Parigi. In luglio è emersa l’esistenza di un patto segreto (Alliance Base) con gli Usa, grazie al quale i francesi hanno collaborato a pieno in indagini ed ‟espulsioni” di elementi sospetti. E quello ciò che più conta è che i funzionari di Parigi - tra i quali un giudice - non hanno negato la cooperazione. Ma torniamo alle tappe chiave del dossier iracheno. Per il ‟New York Times” gli 007 tedeschi raccolgono le confidenze di un loro informatore che fornisce loro il resoconto della riunione a Bagdad. La spia allega un disegno con le coordinate del piano di difesa. Nel documento - pubblicato dal giornale - si vede chiaramente il sistema di protezione a cerchi concentrici. Le informazioni raccolte dalla talpa vengono trasmesse al comando americano nel Qatar nel febbraio 2003, ossia alla vigilia dell’offensiva. E in effetti è in quel periodo che diversi giornali, tra cui il ‟Corriere della Sera”, pubblicano indiscrezioni sui ‟cerchi attorno a Bagdad”, compreso quello affidato ai fedelissimi della Guardia, definito ‟la linea rossa”. All’epoca si sostenne - sbagliando - che l’attraversamento di questo limite avrebbe innescato l’uso di armi chimiche da parte degli iracheni. Non solo. Il 1° marzo del 2003 vengono aggiunti altri dettagli, come l’approntamento di sistemi attorno alla capitale (con raggio tra i 30 e i 100 km) affidati alle divisioni Medina e Hammurabi della Guardia. Dati che riemergono adesso nell’articolo del giornale americano. Il progetto non era comunque nulla di rivoluzionario. Fonti statunitensi hanno precisato che Saddam ha rispolverato quanto insegnato dai consiglieri britannici negli anni ‘50 e tecniche studiate in Pakistan. Uno spiegamento che non aveva convinto molti ufficiali. Il responsabile del settore sud avrebbe espresso dei dubbi durante un colloquio con il figlio del dittatore Qusay, ma la risposta di quest’ultimo fu netta: ‟Saddam ha deciso così”. L’ufficiale era stato facile profeta. Davanti alla potenza di fuoco americana - e a causa anche dell’atteggiamento di alcuni generali - lo scudo iracheno venne spazzato via in pochi giorni. Le rivelazioni del ‟New York Times” - peraltro smentite da Berlino ma confermate da un rapporto riservato del Pentagono del 2005 - si aggiungono a quelle che attribuiscono agli 007 tedeschi un ruolo nel fallito raid aereo americano sul quartiere di Al Mansour. Un’operazione mirata ad uccidere Saddam e i suoi figli, una ‟decapitazione” che avrebbe dovuto accorciare ulteriormente i tempi del conflitto. Nella coalizione sotterranea hanno avuto un ruolo - conclude il quotidiano - anche Egitto e Arabia Saudita, due importanti stati che in pubblico non hanno mai nascosto la loro avversione alla campagna contro l’Iraq. Nei mesi precedenti al Grande Attacco il presidente Hosni Mubarak e il re saudita non hanno perso occasione per mettere in guardia Bush dalle ripercussioni nella regione. Instabilità, terrorismo, violenza. Parole che coglievano sia i timori espressi dal loro establishment che la rabbia della piazza araba. Ma nascondendosi dietro la cortina di dichiarazioni hanno trovato il modo di aiutare il Pentagono. Gli egiziani hanno messo a disposizione degli aerei cisterna americani alcune basi. I sauditi hanno invece autorizzato l’infiltrazione in Iraq, a partire dal loro territorio, delle unità speciali statunitensi.

Guido Olimpio

Guido Olimpio, 48 anni, è giornalista del ‟Corriere della Sera”. Dal 1999 al 2003 corrispondente in Israele. Da vent'anni segue il terrorismo internazionale e, in particolare, quello legato alle crisi …