E il Bush?, come direbbe Cipputi. Che ne è di quel guerrafondaio in pensione, delle sue lobbies militari, della sua presunzione di primato morale, religioso, politico? Obama, con ogni evidenza, ha quasi ribaltato i presupposti della politica americana: parla di disarmo, di concertazione con gli alleati e di dialogo con l’Islam, a nome di un America che non chiede e forse nemmeno desidera il ruolo, faticoso quanto impopolare, di padrone del mondo.
Di fronte a una cancellazione così rapida e in fin dei conti così "facile" del bushismo, all’improvviso silenzio della sua pletorica e potente schiera di laudatori (anche qui in Italia), all’oblio caduto sulla ringhiosa e vanitosa esibizione di superiorità morale e religiosa messa in campo dagli ideologhi teo-con, viene da chiedersi quale reale consistenza avesse quel blocco ideologico, travolto prima dalla crisi del liberismo, poi dalla convincente gentilezza di un outsider di colore che ha cercato di spiegare, con successo, che la prepotenza e la presunzione non servono, e non vincono. Non ci sembra di avere colto mezza parola di riflessione, e magari di autocritica, da parte della claque (anche italiana) che ha accompagnato l’amico Bush alla catastrofe. Se qualcuno, adesso, ritiene di poter applaudire con le stesse mani anche l’amico Obama, sappia che non vale.

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