La sintesi più spietata dell’estate italiana me la fornisce un amico: ‟Ovunque una massa di poveri tatuati che guarda con invidia dei ricchi tatuati”. Laddove il modello (trucido) e gli aspiranti imitatori sembrano l’uno prigioniero degli altri, e viceversa. E laddove non c’è apparente dislivello da superare, se non il censo che (oggi più che mai) appare il solo evidente arbitro dei destini individuali. Il circolo è vizioso. Naturalmente non contempla le molte e silenziose e invisibili varianti che pure esistono, ma come dire, non hanno una percepibile rappresentanza sociale e mediatica, e probabilmente neppure la cercano. Se ne stanno quatti, a migliaia, a milioni, sperando che l’epoca infine trascorra. Sono quelli che non invidiano. Che non vogliono "diventare come". Curiosamente, i padroni dell’Italia di oggi spesso nominano "l’indivia" come il motore psicologico dei loro nemici. È vero il contrario. Chi li invidia è con loro, chi li invidia è dei loro. Il loro vero nemico è chi non li invidia. Il loro vero nemico è chi sa come sopravvivere ignorandoli.

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