Ho trascorso gran parte degli ultimi vent’anni in Asia, in particolare in Cina. E ogni volta che tornavo, mi sembrava di tornare dal futuro, da un mondo che, nel bene e nel male, mi ha sempre dato l’idea di anticipare quanto da lì a poco avremmo vissuto anche noi. In cinese futuro si dice wèilái:
wèi significa “non ancora”, e lái “avvenire”. Il futuro è ciò che non è ancora avvenuto, e mi pare lavori per sottrazione: non ci indica cosa ci sarà, piuttosto cosa manca. E presuppone un movimento, qualcosa che può anche essere avvertito, “sentito”. Lo scrittore cinese Liu Cixin, nella sua trilogia dei Tre corpi, al futuro mette un arrivo e una data: una flotta aliena è partita e arriverà tra quattro secoli. L’umanità lo sa, e dato che lo sa, si trova a ragionare su come pensarlo. Nascono due correnti contrapposte: il disfattismo e la convinzione, imposta dalla tecnologia, della vittoria. Liu Cixin ci propone un metodo: non conta quanto e quale futuro abbiamo, conta come lo pensiamo e cosa ci mettiamo dentro. Il numero di “Volume” che avete tra le mani mi ricorda proprio questo: non è un inventario profetico, non cede al disfattismo o all’ottimismo; è una specie di manuale su cosa potremmo mettere nel futuro. Non per forza eventi, cose, sentimenti, ma anche “chi”, chi sarà in barca con noi, chi ci verrà incontro, chi lasceremo a riva, chi troveremo quando toccheremo terra. Il futuro smette di essere un elenco di cose da ottenere e diventa un “noi”, più che un domani. Come una canzone chiusa in una scatola, che nessuno potrà ascoltare prima del 2045, “noi” potremmo preferire aspettarlo preparati, immaginando con chi essere quando l’avvenire sarà avvenuto.
E nel futuro c’è anche questo numero di “Volume”, il primo che firmo, accompagnato dalla cura editoriale (a proposito del “chi”) di Silvia Nucini. Il timone me l’ha passato Mario Calabresi, che questa rivista l’ha immaginata quando non c’era ancora, quando era ancora wèilái. Ma poi è arrivata.