Ne L’imperdibile risuona la domanda: cosa raccontano di noi i nostri desideri?
È un romanzo binario: da una parte c’è la storia di Walter Hunt, dall’altra c’è il racconto di me che indago su di lui, e che in qualche modo in lui mi specchio.

L’idea di questo racconto “doppio” – dove dimensione ottocentesca e narrazione presente sono complementari, e corrono parallele dall’inizio alla fine del testo, parlandosi una con l’altra – nasce dalla ragione stessa per cui, all’inizio di tutto, mi sono messa in testa di scrivere questo libro.

L’imperdibile non nasce per essere il racconto biografico della vita di un uomo dal destino curioso: naturalmente, per forza di cose, il libro è anche questo, ma quando ho iniziato a lavorarci, ormai parecchi anni fa, è stato perché questa esistenza in apparenza remota e lontana da noi mi offriva l’occasione di riflettere su domande sempre attuali (perché senza tempo), di indagare più precisamente sui concetti di riuscita e fallimento, di provare a uscire dalla narrazione imposta del successo a tutti costi, banalmente, che è gabbia e cornice del nostro presente. Ma anche dall’idea abusata di “beautiful losers”, altro cliché di questo tempo. La storia personale di Walter Hunt, oltre a essere un’esistenza di per sé appassionante, mi sembrava l’occasione di riflettere su un certo modo di intendere la vita, sul mestiere che ognuno di noi sceglie di fare, sulle cose e questioni che nel corso di un’esistenza ciascuno di noi per qualche motivo sceglie di mettere in cima alla lista, o si ostina a ritenere importanti. “L’imperdibile” in questo senso è, o almeno voleva essere, una storia che si interroga su dove vanno a finire i nostri sforzi, grandi o piccoli che siano, sull’ambiguità del metro di giudizio in base al quale si valuta che un’esistenza sia o meno “compiuta”. Sulla bellezza e la necessità di riuscire o fallire o astenersi, perché no, in santa pace, senza che ci sia bisogno di misurare sempre tutto in base a parametri arbitrari a cui ormai ci siamo assuefatti. Genio o fallito? Riuscita o défaillance? La verità, ci dice Hunt col suo stesso destino, sta banalmente nel mezzo.

Proprio per questo, credo, le vicende di questo quacchero americano in apparenza lontanissimo non hanno nulla di desueto, ma possono risuonare nel presente, offrirci degli spunti a partire dai quali chiederci di cosa siano fatti oggi i nostri stessi desideri, e cosa raccontino in fondo di noi stessi.

Eleonora Marangoni

L'imperdibile di Eleonora Marangoni

Che forma ha una vita riuscita? Walter Hunt arriva a New York come molti altri: in cerca di fortuna. Originario di una provincia remota, porta con sé una piccola valigia e una filatrice da lino, il primo brevetto della sua lunga carriera di inventore. Comincia così l’avven…