Professione vagabondo. Intervista a Ryszard Kapuscinski

Professione vagabondo. Intervista a Ryszard Kapuscinski

‟Ci si mette in viaggio a causa di una tragedia, o perché travolti da un’insana passione. Ma andare altrove serve a scoprire gli altri. E se stessi”. Parola del massimo reporter vivente, Ryszard Kapuscinski, che nel suo nuovo libro Autoritratto di un reporter racconta la sua ‟folle” passione per il viaggio e per la scoperta dell’altro attraverso la professione giornalistica.
‟Ci si mette in cammino per fuggire dalla fame, dalla peste, dalla guerra, per cercare la sicurezza altrove”.

Amos Oz: ‟Compromesso unica scelta”. Un’intervista

Amos Oz: ‟Compromesso unica scelta”. Un’intervista

‟Ci sono 5.5 milioni di ebrei che non possono andare da nessuna parte perche non c'è alcun posto dove andare. E ci sono 4 milioni di palestinesi che non possono andare da nessuna parte perche non c'è alcun posto dove andare. Non possiamo diventare una famiglia felice, perche non c'è una sola famiglia. Casomai ci sono due famiglie infelici che devono dividere la loro casa in due piccoli appartamenti. Questo è il compromesso che alla fine dovrà prevalere. Non so dire quando avverrà, ma ci sarà semplicemente perché non ci sono alternative.”

Le opere di Oz tra esilio e immigrazione

Le opere di Oz tra esilio e immigrazione

‟Israele è un Paese di immigrati. Gli israeliani scherzano su questo argomento. C'è una barzelletta che dice: qual è la definizione di ‘nuovo immigrato’? È una persona che il primo anno si lamenta del governo che non fa mai abbastanza per integrare gli immigrati; il secondo si lamenta che gli autoctoni non sono gentili come dovrebbero e il terzo anno se la prende con gli immigrati appena arrivati perché ricevono troppe attenzioni. Ecco, questo è Israele.”

Amos Oz: ‟Questa politica che fa ridere le pietre”. Un’intervista

Amos Oz: ‟Questa politica che fa ridere le pietre”. Un’intervista

Amos Oz torna in Italia con un nuovo romanzo, Non dire notte. Non proprio nuovo: lo ha scritto nei primissimi anni Novanta, pubblicato nel 1994. Storia di una coppia a metà della vita, lui, Theo, architetto sessantenne, lei, Noa, insegnante di quindici anni più giovane. Vita monotona, forse rassegnata, in una cittadina di provincia (Tel Kedar, ma è un’invenzione), alla frontiera con il deserto del Negev. Poi uno studente di lei, Immanuel, amico di un cane ‟tristissimo”, viene ritrovato cadavere ai piedi di una rupe, forse suicida, forse in preda alla droga. Il padre Avraham Orvieto si ripresenta dalla Nigeria per il funerale e perché vorrebbe che nel ricordo del figlio venisse creato un centro per aiutare altri giovani come Immanuel, tossicodipendenti d’Israele. Affida il compito a Noa, l’insegnante più amata dal figlio, almeno secondo Avraham. Tel Kedar è un posto come qualsiasi altro: paure, rancori e altro. La stampa insorge: non ci lasceremo trasformare nella spazzatura di tutta la nazione. Malgrado la generosità di Noa e dei suoi amici, si immagina come finirà. Il bilancio tuttavia, almeno per lei e per Theo, sarà buono: lei e Theo riaccendono un amore stanco.