A Kabul e altrove i funzionari delle Nazioni Unite sono impegnati in colloqui con i signori della guerra e i comandanti afgani per convocare una conferenza urgente che potrebbe aiutare a insediare a Kabul un governo transitorio. E tutti, compresi i diplomatici occidentali, fanno precedere le loro previsioni dall’islamico inshallah, "se Dio vuole".
Secondo i calcoli più ottimistici, l’obiettivo è portare circa quaranta leader afgani a Berlino in questo fine settimana, farli sedere intorno a un tavolo insieme al rappresentante speciale dell’Onu Lakhdar Brahimi e al suo vice Francesc Vendrell e definire un accordo – inshallah.
Le Nazioni Unite vorrebbero convocare a Berlino quattro gruppi: l’Alleanza del Nord; l’ex re Zahir Shah, che guida il processo di pace da Roma; il gruppo di Cipro, appoggiato dall’Iran, che comprende emigrati afgani filoiraniani; e quello di Peshawar, appoggiato dal Pakistan, guidato da Pir Sayed Gailani e composto da emigrati pashtun. Il rappresentante dell’Onu Brahimi insiste anche perché ogni gruppo comprenda donne afgane e tecnici ed esperti afgani emigrati all’estero.
Ma l’Alleanza, che ha conquistato metà del paese, è restia a svolgere un ruolo di partner paritario con gli altri tre gruppi che non hanno alcun controllo territoriale e non sono nemmeno presenti in Afghanistan. Né, d’altra parte, l’Onu sa chi dei numerosi comandanti pashtun del sud sarà rappresentato alla conferenza. Allo stesso tempo le tensioni tra etnie e tra comandanti rendono fragile e instabile l’Alleanza, soprattutto ora che l’unico fattore unificante – cacciare i taliban – è quasi scomparso.

Le tensioni tra i leader
La città settentrionale di Mazar-e-Sharif e sei province sono state conquistate da tre comandanti dell’Alleanza, alla guida di forze tagiche, uzbeche e hazare, ma sono ancora in disaccordo su come gestire Mazar. I funzionari dell’Onu che vogliono cominciare l’invio di aiuti umanitari nell’Afghanistan settentrionale dicono di non poter ancora entrare a Mazar dal vicino Uzbekistan perché la città non è sicura.
Nell’Afghanistan occidentale il generale Ismail Khan controlla tre province ed è il leader non riconosciuto della regione, ma ha dei contrasti con i leader dell’Alleanza a Kabul. Khan, che è originario di Herat e parla persiano, è stato convinto dalle forze speciali statunitensi e da altri leader dell’Alleanza a lasciare Kandahar alle forze pashtun antitaliban, per evitare scontri etnici. Ma il 19 novembre, a Herat, ha dichiarato ai giornalisti che "se i terroristi non abbandoneranno Kandahar, li cacceremo via".
Kabul è stata occupata principalmente dalla fazione tagica dell’Alleanza, erede del leader assassinato Ahmed Shah Massud. Massud ha creato la forza militare più disciplinata e organizzata del paese, e questa è l’unica fazione che abbia una strategia dettata da politici anziché da signori della guerra: Massud aveva incoraggiato una generazione più giovane di afgani istruiti e preparati a emergere sotto la sua ala protettrice.
Il nuovo triumvirato di leader tagichi che ha sostituito Massud è composto dal ministro degli Interni Younis Qanuni, che sta organizzando le forze di sicurezza a Kabul; dal ministro degli Esteri Abdullah Abdullah, che parla correntemente inglese; dal generale Mohammed Fahim, capo dell’esercito. Insieme a un quarto leader, il generale sciita Sayed Husain Anwari, questi uomini rappresentano la fazione più moderata e conciliante dell’Alleanza, e dicono di essere impegnati a costituire un governo che abbia un’ampia base di consenso.
Ma devono affrontare molte sfide interne. La principale proviene dal loro capo formale Burhanuddin Rabbani, riconosciuto dall’Onu come presidente dello Stato islamico dell’Afghanistan. I quattro leader moderati hanno fatto del loro meglio per tenere Rabbani fuori della città, temendo che si proclamasse presidente e distruggesse così le loro speranze di raggiungere un compromesso con i pashtun e insediare un nuovo governo. Il 17 novembre, tuttavia, Rabbani è arrivato a Kabul con un grande seguito. Anche se le pressioni dei leader moderati dell’Alleanza lo hanno spinto a dichiarare di "non essere qui per estendere il mio governo, ma per la pace", Rabbani, appoggiato da Russia e Iran, sta temporeggiando: se la conferenza Onu fallisse, potrebbe costringere i moderati a dichiararlo presidente.
L’altra sfida arriva dai combattenti hazari (sciiti) del partito Hizb-e-Wadahat, che fa parte dell’Alleanza. Gli uomini del Wadahat chiedono di poter formare a Kabul una forza di sicurezza hazara, separata dai quattromila poliziotti prevalentemente tagichi già presenti in città. Se il loro piano avesse successo la città sarebbe divisa in zone etniche come all’inizio della guerra civile, nel 1992. I moderati dell’Alleanza sono anche preoccupati per l’arrivo di truppe straniere, che non hanno richiesto e che sono politicamente imbarazzanti.
Ma le differenze all’interno del Fronte unito sono niente in confronto ai problemi nel sud del paese, dove città e province sono state conquistate da signori della guerra, comandanti e mullah antitaliban. Nel sud non esiste un raggruppamento politico come l’Alleanza e non è nemmeno chiaro a chi siano fedeli i nuovi comandanti. Molti sosterrebbero Zahir Shah, se l’ex re tornasse in patria rapidamente. Ma da Roma i suoi assistenti fanno sapere che, avendo 87 anni, Zahir Shah tornerà in Afghanistan solo "quando ci sarà un meccanismo adeguato per creare un nuovo governo".

Evitare la catastrofe
I funzionari dell’Onu sperano che da Berlino esca un consiglio ristretto di capi, che poi convocherà, a Kabul, una riunione molto più ampia di tutte le fazioni e di tutti i leader locali, riunione che dovrebbe nominare un governo, un capo di Stato e un premier provvisori. La comunità internazionale si aspetta che l’Onu trovi una soluzione. James Dobbins, recentemente nominato ambasciatore statunitense presso i gruppi afgani ed esperto negoziatore in altri conflitti, sta conducendo una serie di colloqui in Pakistan e Asia centrale e dice che la strategia politica di Washington si basa sul pieno sostegno a Brahimi. È in corso anche un gioco di potere regionale. Iran, Russia e Turchia, che sostengono l’Alleanza, si sono affrettate a riaprire le ambasciate a Kabul e i consolati a Mazar-e-Sharif. Il Pakistan, che vuole a Kabul un governo a maggioranza pashtun, sembra non avere rappresentanti visibili nel sud. Mentre avanza l’inverno, si aggrava la crisi umanitaria in Afghanistan: la mancanza di un governo unito a Kabul ritarda infatti la consegna degli aiuti umanitari. Anche se la disastrata popolazione afgana e la comunità internazionale confidano negli sforzi dell’Onu di creare questo governo, alla fine toccherà ai signori della guerra mettere da parte le divergenze e salvare i loro concittadini.

Traduzione di Nazzareno Mataldi

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