Le strette strade di Kabul sono ancora piene di macerie – il risultato di dieci anni di guerra civile e di pesanti bombardamenti. Ma questo non impedisce a decine di migliaia di donne di sorridere, chiacchierare e, senza guardie in vista, scendere nelle strade e fare acquisti nei bazar affollati. I ragazzi fanno volare gli aquiloni, le ragazze aspettano la riapertura delle scuole e i negozi che vendono le antenne paraboliche costruite con lattine di Coca-Cola stanno facendo affari d’oro.
Possono sembrare dei piaceri semplici, ma negli ultimi cinque anni di regime taliban alle donne è stato impedito di fare acquisti, la televisione è stata vietata e l’istruzione delle ragazze proibita.
La capitale, con la sua popolazione multietnica di 1,2 milioni di abitanti, sta tornando rapidamente alla normalità, anche se molti non riescono ancora a credere che i taliban se ne siano andati. Sotto l’occhio attento di circa quattromila soldati del Fronte unito (Uf), anche noto come Alleanza del Nord, ci sono stati pochi episodi di regolamenti di conti o sciacallaggio.
Ma Kabul è solo un’isola di stabilità. Le strade che dalle province vicine portano alla capitale restano insicure e infestate dai gruppi di taliban. I bombardamenti statunitensi hanno ucciso centinaia di taliban e dei loro alleati arabi, pachistani e centroasiatici prima che Kunduz, roccaforte taliban nel nord afgano, il 25 novembre cadesse nelle mani dell’Alleanza. E a Maidan Shahr, ad appena trenta chilometri dalla capitale, duemila soldati taliban hanno resistito per due settimane prima di consegnare le loro armi all’Alleanza del Nord, il 24 novembre.

Alleanza lacerata
Ma resta il problema dell’ampia zona pashtun, nel sud del paese, ancora in pieno caos e divisa tra i signori della guerra alleati e nemici dei taliban – questi ultimi controllano direttamente diversi territori di tre province meridionali. Ogni città pashtun che non sia in mano taliban è contesa da diversi signori della guerra rivali e non è ancora emersa una chiara leadership pashtun.
Per gli afgani la parte difficile viene adesso: arrivare alla pace e alla formazione di un governo di transizione, che potrebbe ricevere il riconoscimento internazionale e gli aiuti per la ricostruzione. Il 27 novembre quattro fazioni afgane hanno cominciato un incontro vicino a Bonn, sotto gli auspici di Lakhdar Brahimi, rappresentante speciale del segretario generale dell’Onu.
La pace non dipenderà tanto dai signori della guerra, i capi tribali, i mullah e i trafficanti di droga che hanno sottratto città e province al controllo dei taliban, quanto da una nuova e giovane generazione di politici che hanno una visione moderna e nazionalista e faticano a far sentire la loro voce perché è coperta dal rumore delle armi e della lotta per il potere.
"Questo è un momento critico nella storia dell’Afghanistan", dice il ministro degli Esteri dell’Alleanza, Abdullah Abdullah, uno dei tre leader moderati che controllano Kabul. "O finiamo di nuovo nel buio e nella guerra civile. O ci muoviamo in avanti ed entriamo a far parte del mondo moderno formando un governo di transizione che comprenda tutti i gruppi etnici. Per fare questo abbiamo bisogno di leader con una visione nazionale e non regionale o provinciale".
L’Alleanza è lacerata tra i suoi vecchi signori della guerra, il cui unico obiettivo è diventare dei baroni regionali, e una giovane generazione di politici con una visione più ampia. Le differenze sono evidenti: da un lato c’è il generale uzbeco Rashid Dostum che il 9 novembre, quando ha conquistato Mazar-e-Sharif, ha massacrato circa seicento taliban, e nella notte del 25 novembre altri quattrocento taliban stranieri che cercavano di uscire di prigione. Dall’altro lato ci sono i politici della fazione tagica dell’Alleanza come Abdullah e il ministro dell’Interno Younis Qanuni (alla guida della delegazione dell’Alleanza a Bonn), che hanno negoziato con successo la resa delle forze taliban in diverse aree come Kunduz e Maidan Shahr.

Dilemma pashtun
I leader dell’Alleanza sono ansiosi di rivolgersi a quei pashtun, nel sud del paese, che condividono la loro visione di un Afghanistan moderno e unito. "Non abbiamo partner nel sud. Abbiamo bisogno di ponti tra noi e i pashtun e siamo in cerca di alleati. Ma finora ci sono solo uno o due uomini che possono ricoprire questo ruolo", dice Abdullah. Leader del genere, comunque, stanno lentamente emergendo: figure come Hamid Karzai, oggi governatore della provincia Urzoghan, e Abdul Khalid Nurzai, un comandante chiave della regione di Kandahar. Entrambi sono importanti capi tribali e fedeli all’ex re Zahir Shah, ma sono istruiti, prudenti e vorrebbero mettere d’accordo i pashtun con il nord del paese.
Lakhdar Brahimi afferma che l’incontro di Bonn ha l’obiettivo di costruire questi ponti. In Germania sono presenti circa 25 leader afgani, in rappresentanza di quattro fazioni: l’Alleanza del Nord; il gruppo di Roma guidato dall’ex re; il gruppo di Cipro appoggiato dall’Iran e composto da emigrati afgani filoiraniani; il gruppo di Peshawar, appoggiato da Islamabad e guidato da Pir Sayed Gailani, composto da pasthun emigrati in Pakistan. Tre delegazioni comprendono in totale cinque donne, un passo importante per reinserire le donne nella politica afgana dopo la repressione subita sotto i taliban.
Gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e il Consiglio di sicurezza dell’Onu si augurano che dall’incontro di Bonn possa uscire un accordo su un nuovo governo di transizione. Ma queste speranze sembrano troppo ottimistiche. La situazione di caos nel sud del paese fa sì che siano presenti alla riunione solo due pashtun provenienti dall’interno dell’Afghanistan, anche se ci sono degli emigrati di questa etnia. La mancanza di importanti personalità pashtun dall’interno del paese limiterà gli obiettivi dell’incontro.
L’Alleanza del Nord cercherà di convincere le altre fazioni del bisogno di incontrarsi sul suolo afgano prima di arrivare alla formazione di un nuovo governo provvisorio. "Vogliamo pace, sicurezza e un governo di unità nazionale. L’incontro di Bonn è un primo passo, senza dubbio utile e di buon auspicio, ma speriamo che sia l’ultimo a svolgersi fuori del paese", dice il presidente Burhanuddin Rabbani, il capo dell’Alleanza titolare del seggio dell’Afghanistan alle Nazioni Unite.
Brahimi si dice pronto a trasferire il processo di pace in Afghanistan, ma deve anche assicurare che un incontro a Kabul non porti a un riconoscimento informale del controllo della capitale da parte dell’Alleanza, a cui le altre fazioni afgane e la comunità internazionale si oppongono. Younis Qanuni, il capo delegazione dell’Alleanza, dice che sarà flessibile sul come garantire la neutralità di Kabul.
Il ministro degli Esteri Abdullah sottolinea che il massimo che ci si può aspettare dall’incontro di Bonn è "un insieme di principi che tutti possano condividere, in modo da formare un governo di transizione", anziché la formazione del governo in sé. "Il prossimo incontro potrebbe svolgersi a Kabul tra un paio di settimane", dice. La riunione di Bonn non ha una scadenza, ma dovrà finire prima che il 6 dicembre si svolga a Berlino la conferenza ad alto livello di paesi donatori, impegnati a fornire aiuti umanitari all’Afghanistan.

Il ritorno della società civile
Nel frattempo esperti tedeschi e svizzeri organizzeranno a Bonn, dal 30 novembre, un incontro di tre giorni sulla società civile afgana, a cui parteciperanno professionisti afgani, tecnici, gruppi di donne e organizzazioni non governative, attivi sia all’interno sia fuori del paese. Questi afgani incontreranno anche i leader politici: sarà la prima reale interazione tra i due gruppi.
L’incontro deve fornire anche una risposta unitaria da parte afgana alla delicata questione dei contingenti di truppe straniere che dovrebbero contribuire a riaprire gli aeroporti del paese e assicurare la logistica per la distribuzione degli aiuti internazionali.
Anche se alcuni ufficiali militari occidentali potrebbero essere dislocati nelle principali città per coordinare l’operato delle forze di polizia afgane, da nessuna delle fazioni locali ci si può aspettare l’approvazione della presenza a Kabul di una grande forza di sicurezza occidentale. Le Nazioni Unite e altre agenzie umanitarie internazionali chiedono una certa presenza di truppe straniere: negli ultimi giorni queste organizzazioni hanno inviato a Kabul decine di loro alti funzionari per discutere i problemi della sicurezza, affinché il loro personale possa tornare nel paese e riprendere le operazioni umanitarie.
Inoltre, tutti i gruppi afgani vogliono anche che l’Onu garantisca che non ci saranno le interferenze dei paesi confinanti con l’Afghanistan che da dieci anni vanificano la mediazione delle Nazioni Unite. "L’Onu dovrebbe imporre pesanti sanzioni contro ogni paese che cercasse di interferire negli affari interni dell’Afghanistan", dice Rabbani. Questo è un problema per le Nazioni Unite, che stanno cercando di impedire interferenze esterne ma che hanno anche bisogno di creare un consenso tra gli Stati della regione sulla futura composizione di un qualsiasi nuovo governo a Kabul. Se da un lato il Pakistan è molto contrario al predominio degli uomini dell’Alleanza, questa è sostenuta da Iran e Russia.
Un’altra questione delicata per l’Alleanza è come e a chi Burhanuddin Rabbani – il leader nominale dell’Alleanza e riconosciuto dall’Onu come presidente dell’Afghanistan – debba passare le consegne una volta formato un nuovo governo di transizione.
Se altri leader dell’Alleanza sono disposti ad accettare un nuovo capo del governo provvisorio, Rabbani cerca di restare aggrappato alla sua carica. "Saranno i cittadini a decidere il ruolo di ognuno", afferma. "Io accetterò le decisioni dell’incontro di Bonn, e voglio dire che non ho alcuna ambizione personale". Ma altri leader dell’Alleanza dicono che in privato Rabbani ha ricevuto l’assicurazione che, se i colloqui di Bonn falliranno, Russia e Iran sono pronte a riconoscerlo come capo di Stato. Con tutti questi punti da discutere è improbabile che dall’incontro di Bonn esca un governo di transizione. Allo stesso tempo, però, funzionari delle Nazioni Unite fanno sapere che "non ci si può permettere di fallire, perché troppe cose dipendono da un risultato positivo".
Se l’Onu riuscirà a costruire dei ponti tra la nuova generazione di politici che vogliono riunificare il paese e portare stabilità, sarà un primo passo importante verso un rinnovato clima di fiducia e la formazione di un nuovo governo.

Traduzione di Nazzareno Mataldi

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