No, decisamente non sono d’accordo con chi sostiene la tesi dello "scontro tra civiltà" teorizzata da Samuel Huntington. Non sono d’accordo con chi presuppone che civiltà e cultura siano cose fisse, immutabili, come giacche vecchie che si chiudono negli armadi. Questo è un cattivo modo di fare storia, cattiva filosofia, cattiva politica. Perché tutte le culture e tutte le civiltà sono dinamiche, tutte in uno stadio di sviluppo destinato a divenire, a svilupparsi; tutte percorse e spesso lacerate da polemiche interne sulla definizione stessa della loro identità profonda. Così avviene che i musulmani si chiedano sovente: "Che cosa è l'Islam?". E che arrivino di continuo risposte diverse, contraddittorie. Così come la "christianitas" antica, medioevale e moderna, via via sino ad oggi, si è continuamente interrogata su se stessa. Ne consegue che al posto di "scontro tra civiltà" dovremmo invece parlare di "scontro di definizioni" e di "perenne scontro tra interpretazioni differenti". A ciò aggiungerei che i confini tra le culture non sono mai chiari. Impossibile definire dove inizia l’Occidente e dove invece l’Oriente. Chi cerca di farlo è guidato da considerazioni politiche e ideologiche, non culturali o storiche. E comunque non è rilevante, perché le culture oggi sono mischiate, si compenetrano a vicenda. Quando si pensa per esempio all’Europa, o in particolare all'Italia, si scopre che nella sua civiltà si sono inserite influenze della cultura araba, africana, persino indiana e cinese. Un altro esempio più universale: sino a pochi anni fa era consuetudine insegnare nelle scuole che la Grecia classica è stata all’origine della cultura occidentale "bianca". Ma ormai è assodato che gli insegnamenti di Socrate e Platone si fondano sul retaggio delle influenze orientali, semitiche e africane. Radici a vasi intercomunicanti che non influenzarono soltanto i principi del pensiero dei filosofi classici, ma anche le origini semantiche della lingua greca. Pensatori fenici, egiziani e siriani, astrologi mesopotamici e persiani ebbero diretta influenza sui colleghi di Atene, tanto da vanificare qualsiasi idea totalizzante di cultura unica, autarchica e autoctona.
Per tornare a Huntington, la maggioranza della gente non sa che il suo articolo originale - "Scontro tra civiltà" - venne scritto nel 1993 ispirandosi alle tesi dell’orientalista britannico Bernard Lewis, il quale, in uno studio intitolato significativamente "Le radici della rabbia musulmana", argomentava che sarebbe stato inevitabile un conflitto tra Occidente e Islam poiché, a suo dire, quest'ultimo avrebbe rifiutato la modernità. Dunque l'Occidente avrebbe dovuto erigere una barriera di difesa contro questi nuovi barbari sottosviluppati. Io e altri studiosi abbiamo categoricamente rifiutato questi concetti, perché poggiano su criteri politici e ideologici, sono privi di qualsiasi fondamento scientifico. In verità è impossibile generalizzare e cercare di riassumere l’Islam in un’unica definizione. Ci sono tanti Islam, oggi sono una galassia che comprende oltre un miliardo e 400 milioni di musulmani, come del resto ci sono tanti Occidenti.
Ecco perché ho giudicato pericolose le dichiarazioni del premier italiano Silvio Berlusconi, poi corrette. Non bisogna mobilitare passioni primitive e paure collettive per l’altro, ostracizzare chiunque sia percepito come diverso. Allo stesso modo è assurdo affermare, come purtroppo molti hanno fatto negli ultimi giorni, che la democrazia è incompatibile con l’Islam. Non hanno tenuto conto che, per esempio, l’Egitto fu una democrazia vitale e avanzata tra i primi del Novecento e la fine degli anni Quaranta. Così fu anche per Libano e Siria, proprio mentre in Europa le dittature più terribili consumavano massacri senza precedenti. Anche in questo caso non esiste un solo modo di applicare la democrazia, ci sono invece formule diverse per separare Chiesa e Stato o Moschea e Stato. E nessuno può davvero provare che l’Islam stia alla base della mancanza di democrazia.
Credo che le dittature contemporanee nel mondo islamico nascano invece da fattori economici e sociali. La lotta per il controllo delle fonti petrolifere e le disparità sociali sono elementi molto più importanti della religione. Anche l’imperialismo ha avuto un ruolo determinante. Per esempio, nel caso dell’Algeria: 130 anni di dittatura coloniale francese pesano tuttora come macigni sui problemi interni del Paese. Non ritengo che Hitler o Mussolini nacquero dalla Germania o dall’Italia cristiane, allo stesso modo non penso che le dittature arabe dipendano dalla religione islamica. Però sono preoccupato. Molto preoccupato. Mi fanno paura tutti coloro che tanto facilmente pensano che il problema sia risolvibile in termini militari. Cerco i valori e gli slogan per un nuovo umanesimo, vorrei si parlasse di categorie unificanti, come la lotta contro l’inquinamento planetario, l’eguaglianza economica, ma troppo spesso trovo solo il terrore della "guerra tra civiltà".

Testo raccolto e tradotto da Lorenzo Cremonesi
Edward W. Said

Edward W. Said

Edward W. Said è nato nel 1935 a Gerusalemme ed è morto a New York il 25 settembre 2003. Esiliato da adolescente in Egitto e poi negli Stati Uniti, è stato professore di Inglese e di Letteratura Comparata alla Columbia University di New York. Formatosi a Princeton ed Harvard, Said ha insegnato in più di centocinquanta Università e scuole negli Stati Uniti, in Canada ed in Europa. I suoi scritti sono apparsi regolarmente sul Guardian di Londra, Le Monde Diplomatique ed il quotidiano in lingua araba al-Hayat. Nel suo libro Orientalismo, - pubblicato per la prima volta nel 1978 - ha analizzato l'insieme di stereotipi in cui l'Occidente ha chiuso l'Oriente, anzi, l'ha creato. Questo saggio ha conosciuto un successo mondiale ed è più che mai di attualità perché rievoca la storia dei pregiudizi popolari anti-arabi e anti-islamici e rivela più generalmente il modo in cui l'Occidente ha percepito "l'altro". Edward W. Said ha sempre lottato per la dignità del suo popolo e contro coloro che hanno demonizzato l'Islam. Ex socio del Consiglio Nazionale Palestinese, fu un negoziatore "nell'ombra" del conflitto arabo-israeliano. A causa della sua pubblica difesa dell'autodeterminazione palestinese, a Said è stato impedito l'ingresso in Palestina per molti anni. Si è opposto agli accordi d'Oslo ed al potere di Yasser Arafat, che ha fatto vietare i suoi libri nei territori autonomi. Conosciuto tanto per la sua ricerca nel campo della letteratura comparata quanto per i suoi interventi politici incisivi, Said è stato uno degli intellettuali più in vista negli Stati Uniti. La sua opera è stata tradotta in quattordici lingue. Con Feltrinelli ha pubblicato: Dire la verità. Gli intellettuali e il potere (1994, 2014), Tra guerra e pace. Ritorno in Palestina-Israele (1998), Orientalismo (1999, 2013), Sempre nel posto sbagliato. Autobiografia (2000, 2013), Fine del processo di pace. La questione palestinese dopo Oslo (2002), Nel segno dell’esilio. Riflessioni, letture e altri saggi (2008), Musica ai limiti. Saggi e articoli (2010).

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