La storia non ha pietà. Non conosce leggi contro la sofferenza e la crudeltà, non possiede un equilibrio interno capace di restituire il giusto posto nel mondo a un popolo che ha subìto grandi torti. Le visioni cicliche della storia mi sono sempre sembrate sbagliate per questa ragione, come se un giro di vite significasse che il male di oggi potrà trasformarsi in bene. Sciocchezze. Girare la vite della sofferenza significa altra sofferenza e non una strada verso la salvezza. La cosa più frustrante della storia, tuttavia, è che in gran parte sfugge completamente alle parole, all’attenzione e alla memoria. Così gli storici, per riempire gli spazi, ricorrono a metafore e a figure retoriche. Non a caso il primo grande storico, Erodoto, fu noto anche come il Padre della menzogna: le sue opere spesso servivano ad abbellire e, in grande misura, a nascondere la verità, tanto che è la potenza della sua immaginazione a renderlo uno scrittore straordinario, non l’enorme numero di fatti che ha registrato. Vivere negli Stati Uniti in questo momento è un’esperienza terribile. I maggiori organi d’informazione e il governo parlano del Medio Oriente facendosi eco, intanto su internet, al telefono, nei canali satellitari e sulla stampa araba ed ebraica locale circolano opinioni alternative. Sono informazioni che ogni americano medio può facilmente ottenere, ma che vengono sepolte da una valanga di immagini e notizie dall’estero ripulite da tutto ciò che non coincide con la linea patriottica voluta dal governo. Quindi, malgrado la mole di opinioni alternative, il quadro che ne risulta è stupefacente: l’America sta combattendo i mali del terrorismo; l’America è il bene e chiunque lo neghi è malvagio e antiamericano; la resistenza contro l’America, le sue politiche, le sue armi e le sue idee è quasi come una forma di terrorismo. Quello che trovo altrettanto stupefacente è che alcuni analisti di politica estera, influenti e a loro modo raffinati, ripetano di non riuscire a capire perché il mondo intero (e in particolare gli arabi e i musulmani) non voglia accettare il messaggio americano, e perché il resto del mondo - comprese l’Europa, l’Asia, l’Africa e l’America Latina - continui a criticare gli Stati Uniti per la sua politica in Afghanistan, per aver rinunciato unilateralmente a sei trattati internazionali, per il sostegno totale e incondizionato a Israele, per il trattamento incredibilmente crudele riservato ai prigionieri di guerra. La differenza tra la percezione americana della realtà e quella del resto del mondo è così profonda e inconciliabile da sfidare ogni descrizione. Le parole da sole non bastano a spiegare perché un segretario di Stato americano, che presumibilmente dispone di tutti i dati necessari per giudicare, possa senza ombra di ironia accusare il leader palestinese Yasser Arafat di non fare abbastanza contro il terrorismo e di avere comprato cinquanta tonnellate di armi per difendere la sua gente, mentre Israele viene rifornito gratuitamente con tutto ciò che vi è di più sofisticato nell’arsenale americano. (Va detto comunque che l’Olp ha gestito l’incidente della Karine A con un’incompetenza e una sciatteria persino al di sotto dei suoi miseri precedenti.) Nel frattempo Israele tiene rinchiuso Arafat nel suo quartiere generale a Ramallah, con la sua gente imprigionata nei Territori, i suoi leader assassinati, gli innocenti ridotti alla fame, i malati condannati a morire e la vita totalmente paralizzata. Eppure sono i palestinesi a essere accusati di terrorismo. L’idea, e tanto meno la realtà, di un’occupazione militare che dura da trentacinque anni è semplicemente ignorata dai media e dal governo statunitense. Non dovremo sorprenderci domani se Arafat e la sua gente verranno accusati di assediare Israele e di bloccarne gli abitanti e le città. No, non sono gli aerei israeliani a bombardare Tulkarem e Jenin, sono i terroristi palestinesi con le ali che distruggono le città israeliane.

Esperti nel mentire

Quanto a Israele e ai media statunitensi, i loro portavoce sono diventati così esperti nel mentire e creare falsità che nulla è troppo per loro. Ieri ho sentito un funzionario (perfino il nome mi resta in gola) del ministero della Difesa israeliano che rispondeva alle domande di un reporter americano sulla distruzione delle case a Rafah: quelle erano case vuote, ha dichiarato senza la minima esitazione, erano covi di terroristi usati per uccidere cittadini israeliani; noi dobbiamo difendere i cittadini israeliani dal terrorismo palestinese. Il giornalista non ha neppure accennato all’occupazione e tanto meno al fatto che i "cittadini" di cui si parlava erano coloni. Quanto alle varie centinaia di poveri palestinesi senza tetto, le cui immagini sono apparse di sfuggita sui media statunitensi dopo che i bulldozer (di fabbricazione americana) avevano portato a termine le demolizioni, erano completamente svaniti dalla memoria e dalla coscienza. Per non parlare dell’assenza di una risposta araba, che per infamia e vergogna ha superato i livelli abissali già toccati dai nostri governi negli ultimi cinquant’anni. Un silenzio così impietoso, un atteggiamento così servile e incompetente nell’affrontare gli Stati Uniti e Israele sono a loro modo altrettanto incredibili e inaccettabili delle posizioni di Sharon e di Bush. I leader arabi hanno tanta paura di offendere gli Stati Uniti da essere disposti a ingoiare non solo l’umiliazione palestinese ma anche la propria? E per che cosa? Semplicemente per poter andare avanti con la corruzione, la mediocrità e l’oppressione. Che squallido patto hanno stretto per promuovere i loro meschini interessi e ottenere l’indulgenza americana! Quanto meno le recenti critiche alla politica americana verso Israele pronunciate da alti funzionari sauditi nel corso di alcune conferenze stampa hanno aperto finalmente una breccia nel muro di silenzio, anche se il caos e la disorganizzazione che circondano il prossimo vertice arabo continuano ad aggiungersi al nostro già ricco campionario di incidenti gestiti con insipienza, che rivelano un’assoluta mancanza di unità nascosta dietro a posizioni plateali e inutili.

La verità del dolore

Credo veramente che l’aggettivo "malvagio" (shar) sia quello giusto per definire la distorsione della verità operata dagli israeliani: mi riferisco al disconoscimento del dolore inflitto da Sharon all’insieme della Cisgiordania e di Gaza. E mentre questo dolore non può essere adeguatamente descritto o raccontato, gli arabi non dicono e non fanno niente a sostegno della lotta palestinese, gli Usa sono spaventosamente ostili, gli europei sono terribilmente inutili (fatta eccezione per la loro ultima dichiarazione, che non prevede misure di attuazione). Tutto questo ha portato molti di noi a una disperazione che ben conosco, a una sorta di frustrazione rassegnata che è uno dei risultati a cui puntavano i funzionari israeliani e i loro colleghi americani. Ridurre la gente all’indifferenza e all’apatia, rendere l’esistenza così miserabile da far sembrare necessario rinunciare alla vita stessa: è questo lo stato di disperazione chiaramente voluto da Sharon. Lo hanno eletto per realizzare questo obiettivo e se non ci riuscirà sarà proprio questo che gli farà perdere l’incarico. E a quel punto subentrerà Netanyahu per cercare di portare a termine lo stesso compito terribile e disumano (ma in ultima analisi suicida). Di fronte a questa situazione, la passività e la rabbia impotente - persino una sorta di amaro fatalismo - sono risposte intellettuali e politiche sbagliate. Gli esempi del contrario non mancano. I palestinesi non si sono lasciati intimidire né sono stati persuasi ad arrendersi, e questo è un segnale di grande volontà e determinazione. Viste in questa prospettiva le misure di punizione collettiva e le umiliazioni costanti inflitte da Israele si dimostrano inefficaci. Come ha osservato un generale israeliano, fermare la resistenza assediando i palestinesi è come cercare di vuotare il mare con un cucchiaio. Non funziona e basta. Ma una volta preso atto di questo dobbiamo andare oltre la resistenza tenace per passare a un’opposizione creativa, dobbiamo superare gli stanchi vecchi metodi che sfidano gli israeliani ma non riescono a promuovere gli interessi palestinesi. Prendiamo per esempio il processo decisionale. Va benissimo che Arafat resista alla sua segregazione a Ramallah ripetendo all’infinito che vuole negoziare, però questo non è un programma politico né i suoi appelli sono in grado di mobilitare il popolo palestinese e i suoi alleati. Ovviamente è bene prendere nota della dichiarazione europea di appoggio all’Autorità Palestinese, ma sicuramente è più importante dire qualcosa sui riservisti israeliani che si sono rifiutati di prestare servizio in Cisgiordania e a Gaza. Se non cominciamo a riconoscere e a lavorare d’intesa con la resistenza israeliana all’oppressione israeliana, resteremo fermi al punto di partenza. Ogni giro di vite del crudele castigo collettivo crea dialetticamente nuovi spazi per nuovi tipi di resistenza di cui gli attentati suicidi non fanno parte, così come i proclami di Arafat (che ricordano fin troppo quanto diceva venti o trent’anni fa ad Amman, Beirut e Tunisi). Non sono nuovi e non sono all’altezza di quello che stanno facendo in Palestina e in Israele gli oppositori dell’occupazione militare israeliana. Perché non sforzarsi di distinguere i gruppi israeliani che si sono opposti alla demolizione delle case, all’apartheid, agli assassinii mirati o a ogni altra illegittima manifestazione della prepotenza israeliana? Non si potrà sconfiggere l’occupazione e ottenerne la fine senza una convergenza degli sforzi concreti e mirati di palestinesi e israeliani. E questo significa che i gruppi palestinesi (con o senza la guida della loro Autorità) devono prendere iniziative davanti alle quali fino a oggi hanno esitato (per il comprensibile timore di una normalizzazione), iniziative che implicano e sollecitano attivamente la resistenza israeliana, quella europea, araba e americana. In altri termini, con la scomparsa degli accordi di Oslo la società civile palestinese è stata liberata dalle pastoie di quel fraudolento processo di pace. Questa nuova situazione richiede di andare oltre gli interlocutori tradizionali come il Partito laburista e i suoi tirapiedi, ormai completamente screditati, per lanciare campagne più coraggiose e innovative contro l’occupazione. Se l’Autorità Palestinese vuole continuare a invitare Israele a tornare al tavolo del negoziato va benissimo, naturalmente, sempre che si riesca a trovare qualche israeliano disposto a farlo. Ma questo non significa che le ong palestinesi debbano unirsi al coro o che debbano continuare a temere la normalizzazione - che tra l’altro si riferiva ai rapporti con lo Stato di Israele e non con le correnti e i gruppi progressisti della sua società civile che appoggiano attivamente l’autodeterminazione palestinese e la fine dell’occupazione, degli insediamenti e del castigo collettivo. Sì, la vite gira, ma oltre a portare nuova repressione rivela anche, dialetticamente, nuove opportunità per l’ingegno e la creatività palestinese. Nella società civile palestinese ci sono già forti segnali di progresso (ne ho dato conto nel mio ultimo articolo - pubblicato da Internazionale nel numero 420): dobbiamo concentrarci soprattutto su questo, specialmente oggi che le crepe della società israeliana mostrano un popolo spaventato, chiuso e terribilmente insicuro, con un forte bisogno di essere scosso dal suo torpore. Spetta sempre alla vittima, non all’oppressore, indicare nuove vie di resistenza e i segnali dicono che la società civile palestinese sta cominciando a prendere l’iniziativa. Questo è un auspicio eccellente in un periodo di scoraggiamento e regressione agli istinti primordiali.

Traduzione di Giuseppina Cavallo
Edward W. Said

Edward W. Said

Edward W. Said è nato nel 1935 a Gerusalemme ed è morto a New York il 25 settembre 2003. Esiliato da adolescente in Egitto e poi negli Stati Uniti, è stato professore di Inglese e di Letteratura Comparata alla Columbia University di New York. Formatosi a Princeton ed Harvard, Said ha insegnato in più di centocinquanta Università e scuole negli Stati Uniti, in Canada ed in Europa. I suoi scritti sono apparsi regolarmente sul Guardian di Londra, Le Monde Diplomatique ed il quotidiano in lingua araba al-Hayat. Nel suo libro Orientalismo, - pubblicato per la prima volta nel 1978 - ha analizzato l'insieme di stereotipi in cui l'Occidente ha chiuso l'Oriente, anzi, l'ha creato. Questo saggio ha conosciuto un successo mondiale ed è più che mai di attualità perché rievoca la storia dei pregiudizi popolari anti-arabi e anti-islamici e rivela più generalmente il modo in cui l'Occidente ha percepito "l'altro". Edward W. Said ha sempre lottato per la dignità del suo popolo e contro coloro che hanno demonizzato l'Islam. Ex socio del Consiglio Nazionale Palestinese, fu un negoziatore "nell'ombra" del conflitto arabo-israeliano. A causa della sua pubblica difesa dell'autodeterminazione palestinese, a Said è stato impedito l'ingresso in Palestina per molti anni. Si è opposto agli accordi d'Oslo ed al potere di Yasser Arafat, che ha fatto vietare i suoi libri nei territori autonomi. Conosciuto tanto per la sua ricerca nel campo della letteratura comparata quanto per i suoi interventi politici incisivi, Said è stato uno degli intellettuali più in vista negli Stati Uniti. La sua opera è stata tradotta in quattordici lingue. Con Feltrinelli ha pubblicato: Dire la verità. Gli intellettuali e il potere (1994, 2014), Tra guerra e pace. Ritorno in Palestina-Israele (1998), Orientalismo (1999, 2013), Sempre nel posto sbagliato. Autobiografia (2000, 2013), Fine del processo di pace. La questione palestinese dopo Oslo (2002), Nel segno dell’esilio. Riflessioni, letture e altri saggi (2008), Musica ai limiti. Saggi e articoli (2010).

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