Nel centro di Milano, nel cuore della capitale del capitalismo italiano, si trova una piccola oasi socialista: la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, uno dei più importanti archivi della storia del Movimento operaio. Sono qui conservati molti volumi preziosi, tra cui una stupenda edizione dell’Utopia di Tommaso Moro (1518), l’unico esemplare al mondo del "Giornale Patriottico di Corsica" di Filippo Buonarroti (1790) e la prima edizione delle Pensées diverses sur la comète di Pierre Bayle (1682).
Nel 1989, dapprima sottoforma di articolo e quindi di volume, Francis Fukuyama presentò la sua tesi della "fine della Storia". In essa sosteneva il superamento dell’"evoluzione ideologica dell’umanità" nella convinzione che con la "democrazia liberale" si sarebbe raggiunta quella forma di società che rappresenta lo sbocco ultimo della Storia umana. Fukuyama prescindeva ampiamente dagli "eventi periferici", e pur dimostrando nel suo libro di saper fare dei distinguo, il suo incrollabile credo secondo cui la storia "coerente e mirata" avrebbe infine condotto la maggior parte dell’umanità alla democrazia liberale risultava veramente irritante.
Fukuyama riconosceva in tal modo all’attuale sistema sociale una pretesa egemonica, che suona al contempo dogmatica e scaramantica, e la contrapponeva al comunismo, definitivamente screditato a suo avviso dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989 e il crollo dell’Unione Sovietica. Indipendentemente dalla sua correttezza, questa tesi solleva delle domande anche sulla nostra relazione con il passato: se non vi fosse alcuna speranza in un futuro non ancora riscattato, l’archiviazione della memoria collettiva non avrebbe ormai più senso. L’evoluzione sociale avrebbe raggiunto un punto fermo e basterebbe mettere a tacere le ultime inquietudini "periferiche".
La Biblioteca Feltrinelli comprende anche un’edizione della rivista antifascista "Europäische Hefte", in cui, nell’estate del 1934, Heinrich Mann sosteneva di non aver mai inteso la democrazia come qualcosa di già esistente, bensì come una conquista perennemente perseguita di natura morale. Tra le prime vittime della repressione politica, Mann era fuggito da quel potere che proclamava per sé il Reich millenario già nel febbraio del 1933: la sua esperienza gli diceva che era il principio della fine.
Sino a quando simili esperienze rimangono possibili, all’ottimismo di Fukuyama si può contrapporre anche la frase che Mary Wollstonecraft scrisse nel suo Vindication of the Rights of Woman del 1792: "Alla luce dell’attuale condizione della società sembra necessario un ritorno ai principi originali per trovare le verità più semplici e al tempo stesso necessario confutare alcuni pregiudizi perduranti". Questa citazione si può leggere in una bella prima edizione conservata nella Biblioteca Feltrinelli a Milano.
Di certo ha contribuito anche la fortuna alla decisione presa da Giangiacomo Feltrinelli nel 1948, su sollecitazione dell’allora segretario generale del PCI Palmiro Togliatti, di fondare una biblioteca dedicata alla storia dei movimenti socialisti e proletari – memore di una nota di Gramsci secondo cui "il futuro affonda le proprie radici nel presente e nel passato".
Appena ventiduenne, Feltrinelli era da tre anni membro del PCI e disponeva di un grande patrimonio che gli consentiva di realizzare i propri sogni. Assieme all’amico Giuseppe Del Bo cominciò dunque ad allestire un archivio, dapprima in collaborazione, e in seguito in reciproco scambio, sia con l’International Institute of Social History (IISG) di Amsterdam, fondato nel ’34, che con l’Istituto per il marxismo-leninismo di Mosca.
Nel suo discorso per la nuova inaugurazione della Biblioteca, il 25 marzo 1961, Feltrinelli ricordò il tempo dei fondatori come "un’epoca di fervore, di aperture e illuminazioni politiche, sociali, morali". L’obiettivo fu sin dall’inizio duplice: da un canto si voleva "preservare dalla dispersione e dalla distruzione una quantità di prezioso materiale storico e documentario, testimonianza di quei tempi difficili; [dall’altro]… fondare l’esegesi politica e filosofica di quel punto nodale della nostra storia, di quella svolta che salvò i popoli e le coscienze dal fascismo".
Anche se agli inizi in modo "necessariamente nebuloso", la Biblioteca andò profilandosi sempre più grazie alle discussioni tra Feltrinelli e Del Bo, nonché grazie all’apporto di altri eminenti specialisti. Tra questi ultimi spiccavano Theo Pinkus di Zurigo e l’inglese Eric Hobsbawm, che passavano periodicamente in rassegna antiquari e cataloghi per informare Milano sui documenti importanti reperibili in commercio, dando così modo a Feltrinelli di acquisire intere biblioteche e archivi, esemplari unici e prime edizioni. Per ordinare al meglio il volume sempre crescente di materiale si fece ricorso alla consulenza di esperti famosi, e così crebbe rapidamente una delle più imponenti biblioteche sulla storia del Movimento operaio.
Nel 1956 si ridiscusse il suo completo riallestimento. Su proposta di Feltrinelli si decise allora che la Biblioteca (o l’Istituto, secondo la nuova denominazione) dovesse diventare un centro di studi scientifici con lo scopo primario di assicurare la ricerca critica sul Movimento operaio. Una delimitazione e al tempo stesso un’apertura, poiché per Movimento operaio si intendevano, senza limitazioni ideologiche, tutti i movimenti di emancipazione che da mezzo millennio analizzavano le relazioni sociali da punti di vista politici, economici e utopici.
Per approfondire l’attività di ricerca uscirono regolarmente, a partire dal ’58, gli "Annali" dedicati alla pubblicazione di documenti inediti, al dibattito marxista e alla presentazione di repertori bibliografici. Essi furono seguiti, dal 1974 in poi, da seminari e colloqui regolari sulla storia del Movimento operaio, ancora oggi promossi e sostenuti dalla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli e tenuti in parte negli spazi stessi della Biblioteca. Tra il 1977 e il 1995 apparvero infine i "Quaderni" trimestrali, destinati alla documentazione e all’approfondimento dei dibattiti sollevati in quelle occasioni.
Le due ultime novità sono tuttavia già il risultato di quel capovolgimento istituzionale compiutosi nel 1974, a due anni dalla scomparsa del fondatore, quando la Biblioteca e l’Istituto Feltrinelli sono diventati la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, con il compito di preservare la Biblioteca come archivio e luogo di studio. Una considerevole fetta del suo budget – oggi più di un milione di euro – proviene da allora dalle casse dello Stato.

"Il ne suffit pas de vaincre…" Sino al 1961 la Biblioteca Feltrinelli si trovava in via Scarlatti, vicino alla Stazione Centrale, poi venne trasferita nella sua attuale sede di via Romagnosi, nel complesso di edifici in cui abita la famiglia Feltrinelli ed è ospitata la casa editrice. La Biblioteca si trova ora in una posizione unica, a due passi dalla Scala e da via Manzoni, una spina nel cuore del capitalismo italiano, collocata com’è al centro dell’Eden consumistico, appannaggio di quell’esclusivo cinque per cento che ha già varcato il traguardo della Storia.
Quasi senza farsi notare, sulla facciata di uno di questi ricchi palazzi si apre una porta che conduce in tutt’altro paradiso. Chi supera la prima e, dopo essersi annunciato, anche la seconda porta di vetro opaco, si ritrova in una sala di lettura ovale circondata da pareti di libri e coperta da una cupola vetrata attraverso cui penetra la luce diurna: basta uno sguardo per capire che qui si conservano tesori.
La sala di lettura della Biblioteca Feltrinelli è situata nell’antica cappella del palazzo, divenuta così un monumento profano al Movimento operaio. Ciò che distingue questa da altre biblioteche e archivi è l’atmosfera: non vi è nulla della stagnante aria universitaria, anche se è evidente che i libri non vengono spolverati ogni giorno, e i suoi collaboratori, a iniziare dal direttore David Bidussa, sembrano rallegrarsi piuttosto che irritarsi davanti ai desideri più inconsueti.
Nelle sale adiacenti alla sala di lettura, nelle cantine e nei due piani superiori trova posto il patrimonio della biblioteca, disposto su mensole aperte o in armadi metallici. Il tesoro vero e proprio è tuttavia custodito personalmente dal direttore in una sala climatizzata accanto al suo ufficio. Consiste di archivi personali, manoscritti, archivi fotografici, originali selezionati, per i quali non è solo l’età a decidere il valore, bensì piuttosto il contenuto ideale. Alcuni originali della penna di Lenin, tra cui cinque lettere a Camille Huysmans, segretario della II Internazionale, sono qui conservati assieme ad alcuni manoscritti di Marx e agli ampi lasciti di Angelo Tasca, Pietro Secchia e Felice Cavallotti.
Archivi e biblioteche sono magazzini. Da un lato contengono provviste per i tempi di privazione e bisogno; dall’altro proteggono i ricordi del passato dalla minaccia di distruzione. Ma ecco la domanda chiave: che cosa occorre realmente preservare? A causa dell’immensa quantità di materiale, i responsabili dell’archivio devono necessariamente saper decidere quali documenti e testimonianze sono degni di essere archiviati e perciò meritevoli di ricordo piuttosto che di oblio. Una memoria archivistica non potrà mai immagazzinare tutto, ma quanto effettivamente è immagazzinato diventa parte della storia. Una storia che, come Walter Benjamin ha acutamente rilevato nelle sue Tesi sul concetto di storia, è sempre storia dei vincitori: "Ma i dominatori sono di volta in volta gli eredi di tutti quelli che in precedenza hanno vinto. La capacità di mettersi nei panni del vincitore torna dunque utile i dominatori di turno".
Da qui si deduce facilmente che i "perdenti" della storia, per quanto concerne la loro presenza negli archivi, sfuggono sempre alle maglie e potenzialmente cadono nell’oblio: donne, lavoratori, emarginati, minoranze. Di norma non c’è spazio per loro negli archivi statali e nelle biblioteche borghesi, né spazio, né interesse, né competenza: queste istituzioni si ritengono troppo importanti per conservare testimonianze "periferiche" della quotidianità.
Istituzioni come la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, l’IISG di Amsterdam o la Biblioteca di studio della storia del Movimento operaio fondata a Zurigo da Theo Pinkus, si sono invece posti proprio questo compito: raccogliere e salvare le esperienze rimosse. La loro specificità consiste nel porre al centro delle loro attenzioni proprio i gruppi sociali politicamente e socialmente marginalizzati, dunque i perdenti e le vittime.
Siffatti archivi sono importanti elementi del sapere collettivo, magazzini usati dalla ricerca storica per fornire un quadro della complessità delle strutture e dei meccanismi sociali. Gli approcci critici così acquisiti consentono di prevenire le temerarie semplificazioni del populismo reazionario e profetico.
Dal 1948 l’idea e l’iniziativa di Feltrinelli hanno dato origine a un’imponente biblioteca, il cui patrimonio conta oggi circa 17.500 periodici (450 dei quali dei giorni nostri), 170.000 monografie, un milione di documenti e 1800 microfilm. Coerente con la propria identità, la Biblioteca Feltrinelli si dedica alle "Social Sciences, alla storia dell’economia politica e sociale, nonché allo studio della società moderna con un’attenzione particolare alla storia del Movimento operaio". Gli spazi di via Romagnosi accolgono in gran parte documenti originali e periodici. Le opere di importanza letteraria minore vengono considerate tali, poiché la completezza qui non è mai stata un obiettivo. Ma vi si conservano anche documenti e libri che fanno battere il cuore ai bibliotecari borghesi.
Non solo le cifre impressionano, ma anche i contenuti. Oltre ad alcune rarità già citate, risulta oltremodo spettacolare la biblioteca dei secoli dal XVI al XVIII, con edizioni originali da Bayle a Diderot, Montesquieu, Voltaire, Babeuf, Wollstonecraft e Godwin. Di enorme interesse per lo studio vi sono poi i primi periodici, tra cui vanno citati la "Bibliothèque Universelle et Historique" (1687-1718), "Il Caffè" (1764-1766), il "Journal de l’agriculture, du commerce et des finances" (1765-1783) o le "Ephémérides du Citoyen ou Chronique de l’esprit national" (1765-1772), con il loro slogan preso a prestito da Orazio: "Quid pulchrum, quid turpe, quid utile, quid non".
Illuminismo e Rivoluzione francese costituiscono assieme un ragguardevole punto di forza. In uno degli scaffali si trova l’edizione completa del Vitam impendere vero e dell’"Ami du peuple" redatta da Jean-Paul Marat, e ancora il "Pêre Duchèsne" di Jacques-René Hébert. Tra i tesori di quell’epoca ci sono anche i 36 volumi dei Voyages imaginaires, nonché diverse preziose edizioni dell’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert. Inoltre, il Dictionnaire historique et critique di Pierre Bayle e una traduzione italiana della Cyclopaedia, or an universal dictionary of arts and sciences di Ephraim Chambers.
Da un punto di vista storicoculturale e sociale, simili opere sono inestimabili, poiché consentono di vedere come concetti a un certo punto definiti si siano sedimentati nella consapevolezza storica o modificati nel corso del tempo. In questo risiede anche una delle qualità di questa biblioteca: la quantità di testimonianze in un piccolo spazio invita a una lettura comparativa. Ciò vale anche per la raccolta delle edizioni originali del Manifesto del Partito comunista di Marx ed Engels che spinge a seguirne la percezione attraverso diverse regioni linguistiche ed epoche verificandone le traduzioni e confrontandone prefazioni e annotazioni. L’edizione più recente, datata 1998, è pubblicata nientemeno che da "Silvio Berlusconi Editore"!
Se sino al 1800 la lingua predominante è il francese, nel XIX e XX secolo fanno la loro apparizione l’inglese, il tedesco e l’italiano. Le principali voci accanto alle correnti socialiste sono la teoria economica e politica, il Risorgimento, i precursori della Rivoluzione del 1917, industrializzazione e finanza nell’Europa occidentale, Resistenza ed esilio, cui si aggiungono nuovi settori dedicati all’America latina, all’Asia centrale e orientale, alla Primavera di Praga, a Solidarnosc e ai movimenti democratici cinesi. Periodicamente la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli cerca di ordinare il proprio patrimonio in cataloghi tematici e commentati. In questo modo è trattata per esempio l’epoca fascista, con edizioni complete dell’"Avanti", dell’"Unità", dell’"Humanité" o di "Der Kampf", fino ai semplici fogli d’esilio, come "Austria libre", redatto in spagnolo dagli austriaci rifugiatisi in Messico.

"… il faut profiter de la victoire!" Essendo una biblioteca di studio, la Biblioteca Feltrinelli non è aperta al pubblico. Chi desidera lavorarvi necessita di una referenza che attesti un interesse particolare e un lavoro di ricerca. Ogni anno sono circa 4500 i visitatori che rispondono a questi requisiti.
L’accesso limitato presenta l’enorme vantaggio di strutturare il lavoro in modo meno complicato rispetto a istituzioni analoghe. I libri sono a disposizione negli scaffali e i sei impiegati possono occuparsi tranquillamente dei loro ospiti.
Ma se dall’esterno sembrano regnare la tranquillità e il rilassatezza, all’interno l’attività ferve. Il gigantesco patrimonio crea problemi di spazio, e nuovi movimenti politici e sociali sfuggono alle strategie di archiviazione. È tempo di trovare nuove vie. Dopo il 1956 e il 1961, è giunto il momento della più radicale trasformazione nella storia della Biblioteca Feltrinelli.
David Bidussa è all’opera con la sua squadra per ridare vitalità allo studio con un nuovo sito Internet (www.feltrinelli.it/fondazione/index.htm) che non servirà solo a presentare la Fondazione a un pubblico più vasto, ma proporrà informazioni e servizi avanzati, sino al catalogo online e al download di documenti. L’obiettivo è quello di consentirne la fruizione anche a chi non sta a Milano. D’altro canto, grazie alla digitalizzazione, i documenti originali possono essere conservati nelle cantine facendo spazio ai piani superiori.
Il patrimonio deve infatti essere costantemente completato, il che è tutt’altro che facile. Le difficoltà maggiori provengono dalle tattiche di resistenza e dalle forme di mobilitazione contemporanee, quali quelle dei Sans-papiers, del New Poor Movement o degli attivisti anti-WTO, movimenti che non sono uniti né da una coscienza di classe né da una disciplina organizzativa, ma costituiscono delle comunità temporanee spesso "virtuali". Esse non comunicano più attraverso libri, giornali, volantini ma mediante siti Internet che forniscono sommarie piattaforme di informazioni.
Parallelamente al sito Internet Bidussa sta sviluppando un nuovo concetto metodologico per il lavoro nella biblioteca. Un’impostazione che si riassume nel concetto di "etnologia politica" e che prescinde sempre più dalle pure costellazioni e strategie politiche per occuparsi dei modi e dei linguaggi usati dai vari gruppi sociali, delle loro parole chiave e metafore, dei segni e miti attraverso cui si esprime il loro immaginario collettivo. Bidussa definisce il suo tentativo di "dare nuova vita a un vecchio documentario" una forma di metastoria, che elabora la presenza e l’uso sociali dei documenti testuali in relazione ai loro diversi contesti politici ed economici.
"Il ne suffit pas de vaincre, il faut profiter de la victoire", proclamava un tale Nicolas Villiaumé sulle barricate di Parigi nel 1848.
È vero che dopo il crollo del blocco dei Paesi dell’Est non si può più parlare di vittoria, ma la fine del comunismo rappresenta anche qualcosa di insperato per le idee socialiste e il Movimento operaio. Liberi da dogmi e apparati ideologici, sono in atto nuovi tentativi di lettura di Marx: la voglia di pensare si sviluppa al meglio senza condizionamenti.
Ma le lotte non sono ancora finite. E quella cappella nel centro di Milano sta a indicare un’eredità che non si sente impegnata nei confronti della storia dei vincitori. In quella cappella della resistenza si onora una virtù profana rivolta al futuro. "Solo la storia ci permette di orientarci, e chiunque guardi al futuro senza di essa non è solo cieco, è pericoloso" (Eric Hobsbawm).
Tratto da "du", marzo 2002, Zurigo

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