Il dio della guerra sta accecando il governo israeliano. E' un dio potente e vigliacco, che manovra terribili macchine militari ma che dimostra un cervello insieme futile e feroce. Che senso ha uccidere una povera donna che cammina lenta sotto la pioggia? E' accaduto ieri, intorno a mezzogiorno, a Ramallah. La donna è passata tra di noi, che siamo qui all'ospedale come «Osservatori internazionali», e 200 metri dopo era già morta. L'ha uccisa un colpo, precisissimo, sparato da un soldato israeliano, appostato accanto a un tank. Forse la morte di questa donna non avrà grande eco, coperta da troppe altre e dal rombo continuo di questa strana e crudele guerra. Invece è una morte esemplare e racconta molto di ciò che sta accadendo qui: la futilità appunto - che senso ha uccidere un'inerme? - e la devastante ferocia, che non potrà fare altro che aumentare ancora. Tutto, qui, sembra ora unicamente in balia delle strategie e degli umori dello stato maggiore israeliano e, a volte, dei singoli soldati. Se il disegno di Sharon assomiglia al suo antico sogno di sradicare e cancellare i palestinesi per sempre, non si capisce invece come Israele nel suo insieme non riesca a produrre un progetto diverso da questo. La società civile israeliana parla poco, per paura e per sconcerto, questa palestinese è ridotta al silenzio dalla pesantissima pressione militare. Sono i falchi, e i gesti dei kamikaze, hanno spazio questo vuole il dio della guerra. Se non si spezza questa spirale infernale tra odio e silenzio, tra disperazione e violenza, queste giornate cupe e di piombo, di freddo e di pioggia come oggi o di sole e di caldo come ieri, dureranno ancora a lungo. Purtroppo, non si vede nella comunità internazionale una vera consapevolezza di quanto sta accadendo.
Da giorni, da Ramallah, da Betlemme, da Gerusalemme, i pacifisti gridano ai potenti d'Italia, d'Europa e del mondo di venire a vedere, almeno, di cercare di rendersi conto direttamente di cosa sta succedendo davvero. Ancora non vi sono state risposte, solo parole, ipocrite dichiarazioni di cordoglio e preoccupazione o apertamente di impotenza, come ha fatto Prodi. O come quella dell'ambasciata italiana che alla nostra denuncia sui colpi sparatici dall'esercito ha risposto soltanto di tornarsene a casa. A casa, dove finora sono rimasti coloro che potrebbero spendere potere e prestigio e autorevolezza per aiutare ad evitare il peggio, anche se è difficile immaginare qualcosa di peggio di quello che già è accaduto. Intanto qui a fianco, nel parcheggio dell'ospedale si stanno ora scavando le prime fosse comuni. All'obitorio infatti non c'è più posto. Ultima ora: un cecchino ha aperto il fuoco sul funerale collettivo che si stava celebrando, ci sono feriti e panico. E' la guerra che diventa terrorismo, una vecchia vocazione di Sharon.
Gianfranco Bettin

Gianfranco Bettin

Gianfranco Bettin è autore di diversi romanzi e saggi. Con Feltrinelli ha pubblicato, tra gli altri, Sarajevo, Maybe (1994), L’erede. Pietro Maso, una storia dal vero (1992; 2007), Nemmeno il destino (1997; 2004, da cui è stato tratto il film omonimo di Daniele Gaglianone), Nebulosa del Boomerang (2004), Gorgo. In fondo alla paura (2009). Insieme a Maurizio Dianese, ha pubblicato per Feltrinelli l’inchiesta La strage. Piazza Fontana. Verità e memoria (1999), Petrolkiller (2002) e La strage degli innocenti. Perché Piazza Fontana è senza colpevoli (2019). Con Marco Paolini ha scritto lo spettacolo teatrale Le avventure di Numero Primo e il romanzo omonimo (2017). Con Andrea Segre ha scritto il docufilm Il pianeta in mare (2019), in selezione ufficiale alla Mostra del Cinema di Venezia 2019. Il suo ultimo romanzo è Cracking (2019).

 

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