Israele ha cercato di limitare la copertura giornalistica dell’invasione delle città e dei campi profughi palestinesi. Ma le informazioni e le immagini sono filtrate comunque. Internet ha fornito centinaia di testimonianze sia scritte sia fotografi - che, e così hanno fatto i servizi delle televisioni arabe ed europee, quasi tutti ignorati dai grandi media statunitensi. Queste testimonianze forniscono la dimostrazione di ciò che è realmente stata – da sempre – la campagna israeliana: la conquista irreversibile della terra e della società palestinesi. La linea ufficiale – che gli Stati Uniti hanno appoggiato, insieme a quasi tutti i commentatori americani – è che Israele si difende compiendo azioni di rappresaglia per gli attentati suicidi, che ne hanno minato la sicurezza e perfino minacciato l’esistenza. Questa tesi ha guadagnato lo status di verità assoluta, non messa in discussione né da ciò che Israele ha fatto né da ciò che in realtà gli è stato fatto. Sradicare la rete terroristica, distruggere le infrastrutture del terrore, attaccare i covi terroristici (notare la totale disumanizzazione implicita in queste frasi): sono espressioni ripetute così ossessivamente da aver dato a Israele il diritto di fare ciò che ha voluto – devastare la vita civile palestinese con quanta più distruzione gratuita, quante più uccisioni, quanta più umiliazione, quanto più vandalismo possibili. Nessun altro paese della terra avrebbe potuto fare quello che ha fatto Israele con lo stesso sostegno da parte degli Stati Uniti. Ci sono comunque segni che la natura stupefacente, per non dire grottesca, di queste affermazioni (la sua «lotta per l’esistenza») sia lentamente erosa dalla quasi inimmaginabile devastazione operata dallo Stato ebraico e dal suo primo ministro assassino, Ariel Sharon. Si prenda l’articolo di prima pagina di Serge Schmemann sul New York Times dell’11 aprile: «Non c’è modo di valutare la vera dimensione dei danni a villaggi e città – Ramallah, Betlemme, Tulkarem, Qalqilya, Nablus e Jenin – finché restano sotto stretto assedio, con pattuglie e cecchini che sparano nelle strade. Ma è certo che l’infrastruttura della vita e di un futuro Stato palestinese – strade, scuole, pali della luce, condotte idriche, linee telefoniche – è stata devastata». Per quale calcolo disumano l’esercito israeliano, usando 50 carri armati, 250 missili al giorno e decine di missioni degli F-16, ha assediato per oltre una settimana il campo profughi di Jenin, un’area di un chilometro quadrato di baracche che ospitano 15mila profughi e alcune decine di uomini armati di fucili automatici e senza nessunissima difesa, nessun leader, nessun missile, nessun carro armato, e ha chiamato quest’azione una risposta alla violenza terroristica e alla minaccia alla sopravvivenza d’Israele? Si parla di centinaia di persone sepolte nelle macerie che i bulldozer israeliani cercano adesso di seppellire tra le rovine del campo. Non c’è sicurezza senza pace E che dire della cattura di migliaia di uomini palestinesi portati via dai soldati senza lasciare traccia, dell’indigenza e dell’abbandono di così tante persone comuni che cercano di sopravvivere nelle rovine create dai bulldozer israeliani in tutta la Cisgiordania, dell’assedio che ormai si protrae da mesi, della mancanza di elettricità e acqua in tutte le città palestinesi, dei lunghi giorni di coprifuoco totale, della penuria di cibo e medicine, dei feriti morti dissanguati, degli attacchi sistematici alle ambulanze e agli operatori umanitari? Queste azioni non saranno risucchiate così facilmente in un vuoto di memoria. Gli amici di Israele devono chiedere allo Stato israeliano come pensa che le sue politiche suicide potranno ottenere pace e sicurezza. La mostruosa trasformazione di un intero popolo in poco più che «militanti» e «terroristi» – una trasformazione compiuta dalla più formidabile e temuta macchina propagandistica del mondo – ha permesso non solo all’esercito d’Israele ma anche alla sua armata di giornalisti e difensori di cancellare una terribile storia di sofferenze e di abusi al fine di distruggere impunemente l’esistenza civile del popolo palestinese. Nella memoria collettiva non c’è più traccia della distruzione della società palestinese nel 1948 e della creazione di un popolo diseredato; della conquista della Cisgiordania e di Gaza e della loro occupazione militare dal 1967; dell’invasione del 1982 con i 17.500 morti libanesi e palestinesi e i massacri di Sabra e Chatila; della continua aggressione alle scuole palestinesi, ai campi profughi, agli ospedali, alle installazioni civili di ogni tipo. Che obiettivo antiterroristico si persegue distruggendo l’edificio del ministero dell’Istruzione e poi portando via i documenti? E distruggendo il municipio di Ramallah, l’Ufficio centrale di statistica, vari istituti specializzati in diritti civili, sanità e sviluppo sanitario, gli ospedali, le stazioni radiofoniche e televisive? Non è ancora chiaro che Sharon è determinato non solo a «spezzare» i palestinesi, ma anche a cercare di eliminarli come popolo dotato di istituzioni nazionali? In un simile contesto di disparità e di forza asimmetrica sembra folle continuare a chiedere ai palestinesi – che non hanno né esercito né aviazione né carri armati né una leadership funzionante – di «rinunciare» alla violenza, ed esigere che non ci sia alcuna limitazione paragonabile alle azioni d’Israele. Anche la questione degli attentati suicidi, ai quali mi sono sempre opposto, non può essere esaminata da un punto di vista che permetta a un dissimulato standard razzista di valutare le vite israeliane superiori alle molte più vite palestinesi che sono state cancellate, mutilate, alterate e accorciate dalla prolungata occupazione militare israeliana e dalla brutalità sistematica usata da Sharon. A mio avviso non è immaginabile una pace che non affronti le vere questioni, cioè il completo rifiuto d’Israele di accettare l’esistenza sovrana di un popolo palestinese che ha precisi diritti su quella che Sharon e la maggior parte dei suoi sostenitori ritengono essere esclusivamente la terra della Grande Israele, cioè la Cisgiordania e Gaza. Nel 1988 l’Olp riconobbe che la spartizione della Palestina storica in due Stati era accettabile. Questo fu riaffermato in molte occasioni e anche nei documenti di Oslo. Ma solo i palestinesi hanno riconosciuto esplicitamente l’idea della spartizione. Israele non lo ha mai fatto. Ecco perché ci sono oggi oltre 170 insediamenti sulle terre palestinesi; perché esiste una rete di 500 chilometri di strade che li collega e impedisce gli spostamenti dei palestinesi; perché nessun primo ministro israeliano da Rabin in poi ha mai concesso nessuna reale sovranità palestinese e, naturalmente, perché gli insediamenti crescono di anno in anno. Uno sguardo a una cartina dei Territori rivela cosa ha fatto Israele durante tutto il processo di pace e quale è stata la conseguente discontinuità e contrazione geografica nella vita palestinese. In realtà Israele ritiene che il suo Stato e il popolo ebraico possiedano la terra d’Israele nella sua totalità: nell’Israele vero e proprio ci sono leggi sulla proprietà fondiaria che garantiscono questo elemento, ma in Cisgiordania e a Gaza la rete di insediamenti e di strade e l’assenza di concessioni ai palestinesi sulla questione dei diritti sovrani sulla terra assolvono la stessa funzione. Quel che lascia allibiti è che nessun funzionario – statunitense, palestinese, arabo, dell’Onu, europeo, nessuno in assoluto – abbia mai contestato Israele su questo punto, che è stato fatto passare in tutti i documenti, in tutte le procedure e negli accordi di Oslo. Ecco perché dopo quasi dieci anni di «negoziati di pace» Israele controlla ancora la Cisgiordania e Gaza. Oggi i Territori sono controllati – posseduti? – più direttamente da oltre mille carri armati e migliaia di soldati israeliani, ma il principio di fondo è lo stesso. Nessun leader israeliano ha mai riconosciuto i Territori occupati come territori occupati, né si è mai spinto a riconoscere che i palestinesi potrebbero avere – anche solo in teoria – diritti sovrani, cioè senza il controllo israeliano sui confini, le risorse idriche, lo spazio aereo, la sicurezza di quella che la maggior parte del mondo considera terra palestinese. Parlare perciò della «idea» di uno Stato palestinese, come è diventato di moda, rimane nel campo delle idee, ahimè, a meno che la questione della proprietà e della sovranità della terra non sia ufficialmente riconosciuta dal governo israeliano. Nessuno lo ha mai fatto né, mi pare, nessuno lo farà nel futuro immediato. Va ricordato che Israele è oggi l’unico Stato al mondo che non abbia mai avuto dei confini internazionalmente riconosciuti; l’unico Stato a non essere lo Stato dei suoi cittadini ma dell’intero popolo ebraico; l’unico Stato dove oltre il 90 per cento della terra è tenuta in amministrazione fiduciaria per l’uso esclusivo del popolo ebraico. Che sia anche l’unico Stato al mondo a non avere mai riconosciuto nessuna delle norme fondamentali del diritto internazionale suggerisce l’ampiezza e la complessità strutturale dell’assoluto rifiuto che i palestinesi hanno dovuto affrontare. La pace significa rinunciare alle terre palestinesi Ecco perché sono stato scettico sui negoziati di pace, che è una parola meravigliosa ma nell’attuale contesto significa solo che i palestinesi dovranno smettere di opporsi al controllo israeliano sulla loro terra. È tra le molte inadeguatezze della terribile leadership di Arafat – per non dire degli ancora più deplorabili leader arabi in generale – il non aver mai fatto concentrare i decennali negoziati di Oslo sulla questione della proprietà della terra, senza così obbligare Israele a dichiararsi disposto a restituire il diritto di proprietà sulla terra palestinese. Così come non aver mai chiesto che Israele debba rispondere delle sue responsabilità per le sofferenze inflitte ai palestinesi. Ora ho il timore che Arafat possa cercare semplicemente di salvare se stesso, mentre ciò di cui abbiamo davvero bisogno sono degli osservatori internazionali e delle nuove elezioni per assicurare un vero futuro politico al popolo palestinese. La grande domanda a cui devono rispondere Israele e i suoi cittadini è questa: sono disposti giuridicamente ad assumersi i diritti e gli obblighi di essere un paese come ogni altro e ad abbandonare le rivendicazioni impossibili sulla proprietà della terra per cui Sharon e i suoi soldati combattono? Nel 1948 i palestinesi persero il 78 per cento della Palestina, nel 1967 il restante 22 per cento. Entrambe le volte a vantaggio d’Israele. Adesso la comunità internazionale deve imporre a Israele l’obbligo di accettare il principio della spartizione reale, non fittizia, e di accettare il principio di limitare le insostenibili rivendicazioni extraterritoriali, le assurde pretese fondate sulla Bibbia e le leggi che finora gli hanno permesso di calpestare un altro popolo. Perché questo tipo di fondamentalismo è tollerato senza riserve? Finora tutto ciò che sentiamo dire è che i palestinesi devono rinunciare alla violenza e condannare il terrorismo. Ma è mai stato chiesto a Israele qualcosa di significativo, oppure può continuare a fare quello che ha fatto fino a oggi senza preoccuparsi delle conseguenze? Questa è la vera questione della sua esistenza: può Israele esistere come uno Stato uguale a tutti gli altri, o deve essere sempre al di sopra delle restrizioni e dei doveri di tutti gli altri Stati del mondo? I precedenti non sono rassicuranti. Traduzione di Nazzareno Mataldi
Edward W. Said

Edward W. Said

Edward W. Said è nato nel 1935 a Gerusalemme ed è morto a New York il 25 settembre 2003. Esiliato da adolescente in Egitto e poi negli Stati Uniti, è stato professore di Inglese e di Letteratura Comparata alla Columbia University di New York. Formatosi a Princeton ed Harvard, Said ha insegnato in più di centocinquanta Università e scuole negli Stati Uniti, in Canada ed in Europa. I suoi scritti sono apparsi regolarmente sul Guardian di Londra, Le Monde Diplomatique ed il quotidiano in lingua araba al-Hayat. Nel suo libro Orientalismo, - pubblicato per la prima volta nel 1978 - ha analizzato l'insieme di stereotipi in cui l'Occidente ha chiuso l'Oriente, anzi, l'ha creato. Questo saggio ha conosciuto un successo mondiale ed è più che mai di attualità perché rievoca la storia dei pregiudizi popolari anti-arabi e anti-islamici e rivela più generalmente il modo in cui l'Occidente ha percepito "l'altro". Edward W. Said ha sempre lottato per la dignità del suo popolo e contro coloro che hanno demonizzato l'Islam. Ex socio del Consiglio Nazionale Palestinese, fu un negoziatore "nell'ombra" del conflitto arabo-israeliano. A causa della sua pubblica difesa dell'autodeterminazione palestinese, a Said è stato impedito l'ingresso in Palestina per molti anni. Si è opposto agli accordi d'Oslo ed al potere di Yasser Arafat, che ha fatto vietare i suoi libri nei territori autonomi. Conosciuto tanto per la sua ricerca nel campo della letteratura comparata quanto per i suoi interventi politici incisivi, Said è stato uno degli intellettuali più in vista negli Stati Uniti. La sua opera è stata tradotta in quattordici lingue. Con Feltrinelli ha pubblicato: Dire la verità. Gli intellettuali e il potere (1994, 2014), Tra guerra e pace. Ritorno in Palestina-Israele (1998), Orientalismo (1999, 2013), Sempre nel posto sbagliato. Autobiografia (2000, 2013), Fine del processo di pace. La questione palestinese dopo Oslo (2002), Nel segno dell’esilio. Riflessioni, letture e altri saggi (2008), Musica ai limiti. Saggi e articoli (2010).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>