La vecchia pellicola, a parte il deperimento organico, da oggi comincia a morire anche tecnologicamente: a partire dal prossimo "Star Wars", i film arriveranno via satellite direttamente nelle sale cinematografiche. Niente più celluloide, né proiettore, né problemi di messa a fuoco: tutto sarà soppiantato dal digitale. Pare che costui, il digitale, abbia una definizione così perfetta che anche i pori della pelle di Michelle Pfeiffer ci parleranno d´amore. Benone, siamo qui apposta.
Ma a parte le piccole intense malinconie che ogni passaggio d´epoca porta con sé; e a parte il dubbio lessicale se i film (pellicole) potranno ancora chiamarsi film; la vera domanda è se tutto questo fulgore modernista porterà poi a una riduzione dei costi così percepibile, e diffusa, da permettere una produzione e una distribuzione un tantino più democratica del cinema.
Sono reduce, tanto per dire, dalla visione di uno dei più film più stupidi, brutti e inutili dai tempi dei fratelli Lumière, l´americano «Amore a prima svista», proiettato in decine di mega-sale italiane per la sola presumibile ragione che la grande distribuzione lo preferisce a degnissime pellicole oscurate sul nascere dalla mancanza di quattrini o di coraggio o di fantasia dei due o tre boss che decidono che cosa dobbiamo e che cosa non dobbiamo vedere noi provinciali. Poiché del Dvd, in sé, mi importa abbastanza poco (Michelle Pfeiffer era strepitosa, e altissimamente definita, anche su pellicola), la sola domanda che mi pongo, da spettatore, è se la nuova tecnologia sarà in tempi brevi disponibile per tutti, abbassando i pesantissimi costi dell´attuale duplicazione e distribuzione su pellicola, oppure se renderà le majors e la grande distribuzione ancora più potenti e prepotenti.
Pare che in questa fase pionieristica i costi della proiezione satellitare e digitale siano esorbitanti, cioè sopportabili solo dai soliti pochi. Il fatto che siano proprio questi soliti pochi ad assicurare che, a medio termine, anche le sale più scalcinate e i mercati più ansimanti potranno digitalizzarsi, e abbattere i costi, spinge a una sospettosa cautela. Ogni nuova tecnologia promette «orizzontalità» e accessibilità democraticissima, salvo poi accorgersi che le strozzature non dipendono tanto dal medium, quanto dalla cultura, dal potere e dagli obiettivi di chi lo maneggia e/o manipola. Nessuna illusione, sotto questo profilo: il mercato è orientato dal desiderio di guadagno, e questo è normale e perfino sano, ma è pesantemente influenzato anche da scelte culturali e da discriminazioni preconcette. Ci sono, a monte della produzione, persone convinte di «conoscere i gusti del pubblico», che indirizzano risorse finanziarie e artistiche lungo strade predeterminate, «generi» codificati, linguaggi considerati più sicuri di altri perché premiati al botteghino. Si fa cinema, si fa spettacolo e si fa cultura consultando preventivamente i tabulati che mettono in riga i famosi «gusti del pubblico», in qualche modo eternandoli. Potrà mai cambiare gusti un pubblico i cui gusti sono già etichettati?
Quelle che mancano, spesso, sono le controprove, confinate nei festival-ghetto. Mancavano nell´era della pellicola, continueranno a mancare anche nell´epoca del digitale, se non muta profondamente anche la tecnologia più importante e incisiva: la testa di chi produce e distribuisce cinema.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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