Chiariamola una volta per tutte, questa faccenda che noi interisti ci sentiremmo nobilitati dalla disgrazia, che saremmo una specie di aristocrazia della sfiga, di eterni secondi che considerano molto volgare vincere. Volgare un cacchio!, scusate il francesismo. Vincere dev´essere bellissimo, anche farlo in casa di un´arrendevole succursale bianconera come l´Udinese, anche con un allenatore poco amabile (diciamo così) come Lippi, anche con dirigenti che hanno l´aplomb da padroncini destri come Moggi Bettega e Giraudo.
Perfino giocando da cani come ha fatto la Juve per mezzo campionato (come vedete, l´ho presa bene). Vincere è una meraviglia, meglio ancora per il rotto della cuffia, meglio ancora beffando l´avversario nel finale, meglio ancora se la quantità di scudetti vinti è già insultante (venticinque, più uno ventisei!), perché la vittoria non si inflaziona mai, è una moneta più solida del dollaro e più giovane dell´euro.
E dunque, siamo incazzati neri, e rinunceremmo molto volentieri al nostro patetico snobismo pur di rubare alla Juve la triviale soddisfazione di gridare "primi! primi!". Ci stringiamo al nostro presidente, agli ottocento miliardi spesi per ritrovarci con Gresko sulla fascia sinistra e una fitta ambidestra tipo colica renale, e formuliamo fervidi auspici perché quest´estate, con la Juve, si faccia finalmente lo scambio del secolo: a noi un po´ del loro carattere grifagno e traffichino, a loro tutto il nostro superiority complex di perdenti perbene, di malinconici capri espiatori.
C´è tutta una vipperia interista e di sinistra (temo di farne parte: autodafé) che, da qualche anno, ammira compiaciuta la sua doppia vocazione al lutto. Si provasse un po´ a godere, e addirittura a vincere, rinunciando a quel nostro sguardo inappetente e superiore per intignare finalmente il grugno in un bel mucchio di nutrienti vittorie? Non so, lisciare qualche arbitro, contare un po´ di più in Lega e in Federazione, avere anche noi quattro o cinque squadre vassalle, come la Juve, che nella provincia del Nord fa campagna acquisti già in area di rigore...
Non farsi tremare le gambe al solo pensiero di battere gli altri, e anzi batterli come consuetudine, come mestiere, come assuefazione al potere... Se proprio dobbiamo restare l´opposizione del calcio, facciamola dalemiana e inciucista, l´opposizione...
Ah, il potere! Almeno nel calcio, come dev´essere bello non andarlo a cercare in mezzo ai retti princìpi, alle integerrime prese di posizione, al politicamente corretto, e cominciare ad arraffare con la dimestichezza di quelli lì, i bianconeri, democristiani del pallone, tutti sottosegretari a vita, tutti convocabili in Nazionale... Presidente Moratti, diventi, la prego, appena un po´ furbastro, appena un po´ cinico, si rincafonisca quel tanto che basta per sembrare il presidente del Milan, all´appoggio a Emergency e agli incontri culturali alla Comuna Baires aggiunga qualche iniziativa pacchiana e produttiva, tipo uno di quegli orridi corsi di autostima per manager neurolabili che farebbero così bene ai suoi giocatori.
Sì. In questo giorno nobile e triste, noi interisti facciamo voto per diventare ignobili e gaudenti. Abbiamo deciso: sporcarci le mani con la vittoria e con il potere è il nostro obiettivo futuro. Un presidente troppo signore, un pubblico troppo raffinato (nessuno aveva mai lanciato motorini dagli spalti: fu una performance artistica, quella, non un banale gesto teppistico), un allenatore troppo intenso umanamente, un destino troppo letterario, una rosa di troppo talento ci hanno portato all´ennesimo insuccesso.
Diventiamo più juventini, presidente, la prego. Attiriamoci, finalmente, un po´ di meritata antipatia, e chissà che non arrivi anche per noi, prima di avere l´età di Biscardi e la faccia di Moggi, anche qualche piccola soddisfazione.
Noi interisti siamo stufi di essere artisti e di stare all´opposizione. Vogliamo essere sottosegretari e stare al governo. Almeno nel calcio, no?
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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