Bilancio di un anno nel campo della Giustizia? Di riforme capaci di ridurne i tempi e di migliorarne l'efficienza, poco o niente. Di veleni, un mare. Prima le leggi (falso in bilancio e rogatorie) che un autorevole studioso come Alessandro Pizzorusso ha definito «di assoluzione», perché possono sembrare finalizzate ad originare «sentenze di assoluzione» conseguenti, e quindi ad eliminare i «carichi pendenti» di prestigiosi esponenti dell'attuale maggioranza politica. Poi gli attacchi di uomini di governo contro i magistrati che osano interpretare la legge deludendo le aspettative dei parlamentari-difensori che quella legge avevano elaborato.
Una serie di attacchi sfociati in una mozione approvata dal Senato contro la quale circa 300 professori di diritto di tutte le università italiane hanno sottoscritto un documento che parla di «intimidazione» e di attentato «alla libertà di valutazione dei giudici». Un pezzo dopo l'altro, ecco delinearsi un quadro dove si scrive «giustizia giusta», mentre sono in molti a leggervi altro. Per esempio che la giustizia ordinaria non vale davvero per tutti; che l'autonomia della magistratura deve essere «raffreddata» quando sono in gioco gli interessi di chi ha denaro e potere. In questo quadro è venuto ad inserirsi - da ultimo - il progetto di riforma dell'ordinamento giudiziario varato dal Governo il 14 marzo 2002. A giudizio dei magistrati, che hanno persino indetto uno sciopero, alcuni punti del progetto mortificherebbero il Csm, garante della libertà dei giudici, sostituendolo con la Cassazione per alcune delicate funzioni (formazione professionale, progressione in carriera...), sulle quali il Governo potrebbe esercitare un'influenza assai forte. Un pericolo per l'indipendenza della magistratura e quindi per la possibilità stessa che la legge sia uguale per tutti.
Nell'interesse generale, per garantire l'equilibrio delle istituzioni, speriamo che siano concretamente smentiti tutti coloro che vorrebbero utilizzare, come chiave di lettura della situazione in atto, la tesi secondo cui per diventare capo di tutto (a chi è già primo ministro, leader principe di una coalizione politica ampiamente maggioritaria pronta a legiferare in favore dei suoi interessi e signore di un impero di Tv e giornali) manca una cosa soltanto: il controllo, appunto, sul potere giudiziario.
Gian Carlo Caselli

Gian Carlo Caselli

Gian Carlo Caselli (Alessandria, 1939) è stato giudice istruttore a Torino dove, per un decennio, ha condotto le inchieste sulle Brigate rosse e Prima linea. Dal 1993 al 1999 ha guidato la Procura della Repubblica di Palermo. È stato direttore generale del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Dal marzo 2001 è stato il rappresentante italiano a Bruxelles nell’organizzazione comunitaria Eurojust contro la criminalità organizzata. Nel 2013 ha lasciato l’attività di magistrato, raggiunta l’età della pensione. Con Feltrinelli ha pubblicato L’eredità scomoda. Da Falcone ad Andreotti. Sette anni a Palermo (con Antonio Ingroia; 2001).

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