Finalmente un film che recupera la figura paterna. Se ‟I pugni in tasca”, nel 1965, anticipava la disfatta esplosiva della famiglia, c’è da sperare che ‟L’ora di religione” abbia la stessa capacità profetica. Non perché la famiglia esca dal film intatta; al contrario, l’opera di Bellocchio rivela, in forme grottesche e allucinate, tutta l’ipocrisia e tutto l’opportunismo dei legami tradizionali. Ma proprio mentre il disfacimento si dà storicamente per scontato (il protagonista Ernesto e sua moglie stanno per separarsi), il rapporto tra il padre e suo figlio Leonardo si rinsalda, diventa adulto. Sarà anche un genitore in crisi, l’ateo Ernesto Picciafuoco, ma ha pur sempre qualche certezza da trasmettere al figlio: per esempio, la convinzione che ‟non bisogna aver paura”. E che persino un bambino può accettare l’idea della morte anche senza frequentare lezioni di religione. Che il padre laico, nella sua tormentata battaglia contro la superstizione e contro la sua stessa dolorosa infanzia, sia vincitore, lo dice il finale. Quando si alternano le immagini cupe dell’udienza pontificia (che dovrebbe annunciare l’iter di santificazione della madre di Ernesto) e le sequenze del bambino che lascia allegramente suo padre per unirsi ai compagni di scuola.
Dunque, sorprende leggere che il capolavoro di Bellocchio sarebbe un film sul legame con la madre. Perché il film si apre con un bambino posseduto da un Dio onnipresente e si chiude con la sua liberazione. Ostinatamente combattuta insieme al papà Ernesto. Sarà un paradosso. Ma se l’”Avvenire” di ieri intitolava una pagina intera ‟Un padre fragile”, riferendo di un intervento di Monsignor Tarcisio Bertone sulla crisi della famiglia e in particolare sulla ‟rinuncia del maschio”, guardando il film ‟blasfemo” di Belloccio dovrebbe trovare solidi motivi di speranza.
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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