"Temo le schermaglie e gli incidenti tra India e Pakistan nel Kashmir: potrebbero deteriorare e portare la situazione fuori controllo per arrivare a una vera e propria guerra. E' questa la mia paura". E' il giornalista-intellettuale pakistano più autorevole e famoso del mondo a parlare, Ahmed Rashid, autore del best seller sui taleban, che recentemente ha scritto anche un saggio sulla Jihad nell'Asia centrale. Grande conoscitore di quell'area cruciale per i nuovi equilibri geopolitici post-guerra fredda e post-11 settembre, Rashid è in partenza per l'Afghanistan, ma lascia preoccupato a Lahore la moglie spagnola e i due figli. "Se scoppia la guerra tornerò di corsa da Kabul per portare la mia famiglia fuori dal Paese..." Da sempre abituato a vivere conflitti e tensioni, analizza lucidamente l'allarmante danza sull'orlo della guerra di due potenze nucleari, inserite in un'altrettanto inquietante realtà di crescente instabilità di una regione fondamentale per il dominio delle risorse energetiche e per il controllo del fondamentalismo islamico. 53 anni, cresciuto in un'intrigante mix di valori occidentali e cultura islamica, ha studiato in Gran Bretagna, ha sposato una cattolica e alla domanda su come vengono educati i suoi figli e se la religione è un tema di discussione, per motivi di sicurezza non vuole rispondere. Il suo Pakistan è oggi, infatti, in balia di fortissime spinte sociali e politiche contrapposte, da quando in nome della guerra al terrorismo si è schierato con l'America di Bush, ha tagliato i saldi legami con i taleban, silurato i capi militari e dell'intelligence troppo vicini agli estremisti di Kabul. Con una grande incognita per il futuro: quale delle due anime pakistane prevarrà, quella laica, musulmana ma laica, del suo padre fondatore, Alì Jinnah, o l'altra fanatica, oltranzista, ultrareligiosa che non ha digerito l'accordo con Bush e che si fa sentire sempre più spesso con le sue bombe e i suoi assassinii politici? "Dopo l'11 settembre il presidente Musharraf non aveva in realtà altra scelta che associarsi alla linea americana - sostiene Rashid - ma una volta decisa la svolta contro i taleban, doveva colpire anche l'estremismo in Pakistan e fermare gli aiuti all'insurrezione nel Kashmir. L'attuale crisi con l'India è da ascrivere anche alla mancanza di questi passi ulteriori; inoltre l'Occidente e gli Stati Uniti erano talmente contenti dell'appoggio ottenuto contro Al Qaeda che negli ultimi mesi non hanno mai veramente richiamato Islamabad alle responsabilità dentro casa propria".

Quale sarà il risultato delle tensioni di queste settimane, che hanno portato all'ammassamento di un milione di uomini alla frontiera indo-pakistana nel Kashmir?
"L'unico modo per ridurre le tensioni su entrambi i fronti è che il Pakistan cessi di infiltrare guerriglieri, che smantelli i campi di addestramento dei militanti nel Kashmir pakistano e che i giovani vengano mandati a casa. A quel punto l'India deve rispondere con un paio di gesti distensivi che salvino la faccia al generale Musharraf e che giustifichino il proprio ritiro delle truppe dai confini. Tutto ciò dovrà essere monitorato dagli americani, anche con i satelliti e segretamente sul terreno, per accertarsi che Islamabad tenga davvero fede alle sue promesse. Solo allora l'India si potrà dire soddisfatta".

Se queste due potenze nucleari si dichiarassero guerra, quale potrebbe essere l'impatto sulla situazione interna del Pakistan?
"C'è già una situazione estremamente precaria con tutti i maggiori partiti politici che rifiutano di supportare Musharraf e chiedono le sue dimissioni. Le chiedono anche i fondamentalisti ma per ragioni diverse. Se ci fosse una guerra, la nazione pakistana sicuramente si schiererebbe con l'esercito, però solo temporaneamente perché la società resta fortemente polarizzata contro il regime dei militari".

Certamente non ha aiutato il referendum-truffa dello scorso mese che ha conferito il potere a Musharraf per altri cinque anni. Peccato che solo il cinque-sette per cento dei pakistani sia andato a votare. A questo punto, crede che si terranno le previste elezioni politiche di ottobre oppure il Paese è sulla via di una dittatura militare?
"Le elezioni saranno fortemente manipolate a favore dei militari o a favore dei politici compiacenti col regime, a meno di una forte pressione internazionale su Musharraf per avere vere libere votazioni. Se saranno invece truccate, si può prevedere una forte crisi politica in Pakistan".

Ma l'opposizione è in grado di offrire un'alternativa valida?
"No, è questo il problema. L'opposizione non offre al Paese la leadership di cui ha bisogno. Per questo dobbiamo avere elezioni 'pulite' con politici eletti democraticamente, che poi dovranno dividere il potere con l'esercito per almeno cinque anni. Soprattutto le elezioni non devono essere truccate".

In passato l'impero ottomano era il gigante malato dell'Europa. Pensa che il Pakistan sia il gigante malato dell'Asia e perché è così pericoloso se dovesse crollare?
"Il Pakistan confina con l'Asia centrale, l'Asia del Sud, il Medio Oriente. E' il cuore geopolitico della regione ed è il maggiore "fornitore" di ideologia islamica militante ed estremista, e questo è pericolosissimo per tutti".

Vista la situazione di forte tensione e violenza in Afghanistan, che possibilità ha l´assemblea dei rappresentanti di tutte le tribù, la Loya Jirga, di formare un governo davvero stabile?
"Credo in un esito positivo, nonostante le intimidazioni, la corruzione, le continue interferenze dei vari capi della guerra. Perché il 99 per cento della gente vuole finalmente la pace e non permetterà alla Loya Jirga di fallire. Prima ci sarà un accordo dietro le quinte su chi prende quale ministero e su quale sarà il ruolo delle due etnie principali, i pashtun e i tagiki. Sono convinto che alla fine avremo un governo legittimo; non sarà perfetto, ma sarà più rappresentativo dell'esecutivo ad interim dell'attuale premier Karzai. Crescerà la fiducia della popolazione e i finanziamenti della comunità internazionale per la ricostruzione del Paese cominceranno ad arrivare".

Spesso per l'Occidente questa parte del mondo viene vista come povera, rude e ostile. Lei, che la conosce da vicino da più di vent'anni, come ce la descriverebbe?
"E' un affascinante patchwork di paesaggi diversi, di diversi gruppi etnici, costumi, tradizioni. Lì impari a conoscere le origini del mondo".

Ma esiste un filo rosso che lega tutte queste tribù così diverse?
"Le unisce innanzitutto l'adesione all'Islam, anche se ci sono molte interpretazioni della religione islamica; poi c'è l'elemento dell'etnicità che è ancora così forte e continua a dominare il panorama politico. Persino i sovietici a suo tempo fallirono. Pensarono di potersi liberare dei problemi e delle identità etniche, creando il "nuovo uomo sovietico". Senza però riuscirci".

Lei coprì la guerra dell'Unione Sovietica in Afghanistan ed era lì anche quando il 7 ottobre scorso cominciò la guerra contro il terrorismo in Afghanistan. Che differenze ci sono tra questi due avvenimenti storici?
"La differenza è che i sovietici non ebbero mai l'appoggio della gente e dovettero letteralmente conquistare l'intero Paese e governarlo con la forza. Gli americani vengono visti dalla maggioranza degli afghani più come liberatori che come conquistatori".

Gli americani dicono che la campagna afghana è un successo. Come si giudica in questa parte del mondo un successo o un fallimento?
"Credo che Al Qaeda e i taleban siano stati eliminati in Afghanistan, anche se per molti mesi assisteremo ancora alla resistenza di sacche isolate. Molti sono fuggiti in Pakistan, dove c'è bisogno di misure più dure per garantire la sicurezza. La rete internazionale di Al Qaeda però resta, assieme alla sua capacità di organizzare attacchi devastanti contro l'Occidente e altri Paesi".

Lei ha incontrato Osama bin Laden, diventato ormai una figura inafferrabile, dopo che l'America per mesi ha avuto come obiettivo primario di prenderlo vivo o morto. Come viene percepito oggi in Afghanistan?
"Credo che la maggior parte degli afghani non ne possano più di Bin Laden, perché hanno capito che ha contribuito, col suo sostegno ai taleban, a portare il loro Paese alla rovina".

Dove pensa che sia adesso?
"Penso che sia vivo e che si nasconda lungo il confine tra Pakistan e Afghanistan. Il suo ultimo video sembra esserne una prova inconfutabile".

Qual è, secondo lei, la lezione da imparare per i generali americani e per i nostri politici?
"Devono ricordarsi che l'abbandono dell'Afghanistan con il conseguente collasso del Paese, dopo il ritiro dei sovietici nel 1990, è stato un disastro da non ripetersi. Stati ridotti al collasso sono terra estremamente fertile per il terrorismo e l'estremismo. Questo vuol dire che ci deve essere uno sforzo enorme per risollevare questi Paesi dalla povertà. Gli americani continuano a perseguire obiettivi militari, ma ora è il momento di una strategia economica e politica per aiutare gli afghani a ricostruire le loro istituzioni e a migliorare la vita della gente. L'Afghanistan avrà bisogno dell'Occidente ancora per molti anni. Se si ignorasse questa urgenza, sarebbe una tragedia per tutti".

Lei è noto nel mondo per i suoi reportage e i suoi libri sui taleban, sull'Islam e l'Asia centrale, scritti anche quando praticamente nessuno se ne interessava. Perché si è così impegnato in questa regione?
"Cominciai col primo golpe sovietico e la successiva invasione dell'Afghanistan nel '78. Poi è diventata come una droga... E´ una storia che non puoi abbandonare finché non è finita. Ma non c'è mai stata una fine e non ci sarà nemmeno ora. Contemporaneamente ho studiato e seguito l'Asia centrale, per capire le origini dei tanti gruppi etnici afghani. Oggi è diventata un'area centrale per gli equilibri del mondo".

Perché le donne e i loro diritti sono sempre al centro del potere politico nei Paesi islamici?
"Ci sono così tante interpretazioni diverse dei diritti delle donne nella religione islamica. Negli anni passati, in zone come il Pakistan e l'Afghanistan dei taleban, le donne sono state usate come strumento politico per rafforzare una certa visione dell'Islam. Così sono diventate un obiettivo dei mullah, una facile preda per dimostrare fedeltà a una interpretazione dell'Islam molto dura e violenta. Questo è successo anche con molti altri gruppi fondamentalisti. Per loro le donne non sono solo cittadini di serie B, ma devono essere anche private di tutti i loro diritti".

Lei ha vissuto e studiato anche in Occidente. Crede nella tesi dello storico americano Samuel Huntington dello scontro tra civiltà occidentale e islamica? E' quello che sta accadendo ora?
"No, non ci credo. Lo scontro è tra estremisti islamici che colpiscono sia musulmani che cristiani e vogliono imporre la loro visione e il loro regime sulle società musulmane, e il resto del mondo. Il fallimento del mondo musulmano è rappresentato dalla mancanza di democratizzazione e di riforme politiche ed economiche. I regimi musulmani devono cambiare: molto, molto in fretta".
Ahmed Rashid

Ahmed Rashid

Ahmed Rashid (1948) è stato corrispondente per la “Far Eastern Economic Review”, attualmente scrive per “Daily Telegraph”, “International Herald Tribune”, “The New York Review of Books”, “Bbc Online”, “The Nation”. Suoi articoli in italiano appaiono su “Internazionale”. Compare regolarmente su canali internazionali di informazione come Cnn e Bbc. Segue i conflitti in Afghanistan da prima dell’invasione sovietica del 1979 ed è stato per lungo tempo l’unico giornalista accreditato nell’area. Feltrinelli ha pubblicato Talebani. Islam, petrolio e il Grande scontro in Asia centrale (2001, 2010), Nel cuore dell’Islam. Geopolitica e movimenti estremisti in Asia centrale (2002), Caos Asia. Il fallimento occidentale nella polveriera del mondo (2008, premio Terzani 2009) e Pericolo Pakistan (2013).

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