Quando ero ragazzo, con mio nonno, guardavo le partite della nazionale. Erano i tempi di una tv pioniera, bianco e nero, immagini incerte spesso interrotte da un gruppo di pecore dove c’era scritto «intervallo» per difetto di collegamento. La nazionale era piena di giocatori che venivano chiamati «oriundi». Non so con quali stratagemmi li avessero fatti diventare italiani, forse perché avevano nonni italiani, erano nipoti di poveri emigranti scappati dalla miseria e dall’Italia umbertina o fascista. Non parlavano neppure italiano, parlavano spagnolo o brasiliano, e dicevano «me siento mucho italiano, me gusta mucho». Erano quelli che oggi si chiamerebbero extracomunitari, e l’Italia non gli prendeva ancora le impronte digitali. Con mio nonno gridavamo: forza Italia. Mio nonno era un uomo serio e concreto. Era un decorato della Grande Guerra che aveva combattuto sulla Marmolada dove aveva perso le dita di un piede. Oggi conosco persone che vanno a vedere i ghiacciai della Marmolada, che devono anche essere belli. Mio nonno vi aveva subìto un congelamento. Poi aveva subìto le aggressioni fasciste perché era socialista. So che chi ha sofferto di più era mia nonna, perché a lei dispiaceva che lo bastonassero un giorno sì e uno no. Ma lui, almeno apparentemente, la prendeva in altro modo. Non come una punizione, ma come una medicina amara che si deve prendere per combattere la malattia, finché il tifo non sarà debellato. Era solito dirmi: «Vedi, Antonino (mi chiamava così) tua nonna non ha mai capito una cosa: è che a me i fascisti non sono mai rimasti simpatici, ma il problema era che anch’io non ero simpatico a loro». Con mio nonno gridavo volentieri «forza Italia». Oggi farlo mi provocherebbe un certo ribrezzo, e spero che gli italiani capiscano perché. Fra l’altro penso che un atteggiamento serio degli italiani e della loro Costituzione avrebbe dovuto impedire la nascita di un partito che utilizza impunemente questa invocazione popolare.
Ma veniamo al punto, alla nazionale di calcio che in questo momento, chissà perché, rappresenta l’essere italiano. Mi trovo in un lontano paese dell’America Latina, un paese che nel mio paese viene definito terzo mondo, come se il mio paese fosse il primo. Buon per lui. Ho appena fatto una conversazione con una giornalista cilena che durante la dittatura di Pinochet è stata torturata nello stadio di calcio di Santiago. Era in compagnia della moglie dello scrittore Luis Sepùlveda, che su questo episodio ha scritto un racconto che si chiama "La bionda e la bruna". La bionda era Marcia. Gli stadi, nella nostra epoca, possono essere luoghi inquietanti. È bene prendere le distanze. Tuttavia non sarà inutile precisare una presa di posizione.
Se essere italiani significa ingoiare la notizia che la pallottola che ha ucciso il ragazzo Carlo Giuliani a Genova è stato un calcinaccio, lascio questa italianità a Voi.
Se essere italiani significa indossare la bandiera a stelle e strisce perché in questo momento bisogna «essere tutti americani» lascio questa italianità a Voi.
Se essere italiani significa partecipare a un paese che da alcuni anni bombarda tranquillamente altri paesi insieme agli Stati Uniti, lascio questa italianità a Voi.
Se essere italiani significa guadagnare miliardi per dare dei calci a un pallone mentre un professore di liceo guadagna poco più di due milioni al mese e un povero pensionato poco più di 800mila lire, lascio questa italianità a Voi.
Se essere italiani significa credere che «Ustica» è stato un cedimento strutturale dell’aeronave, lascio questa italianità a Voi.
Se essere italiani significa sopportare che la sentenza di un tribunale emessa dopo trent’anni sulle bombe di piazza Fontana in cui si individuano responsabilità fasciste, possa essere dichiarata da un avvocato di Berlusconi, una sentenza «scritta con l’inchiostro rosso», lascio questa italianità a Voi.
Se essere italiani significa credere che un testimone incoerente e assolutamente non credibile in nessun paese riesca in dieci processi del tutto contraddittori a far condannare a oltre vent’anni tre persone «perché ha studiato dai salesiani», lascio questa italianità a Voi.
Se essere italiani significa mettere nelle piazze di molti paesi dell’Italia i busti di Mussolini e intitolare le strade a fascisti, repubblichini e torturatori, lascio questa italianità a Voi. Se essere italiani significa pensare che i collaborazionisti repubblichini fossero «poveri ragazzi di Salò», lascio questa italianità a Voi.
Se essere italiani significa accettare che un signore che possiede il 90% dell’informazione italiana, compresa tutta la Rai, e se incassa tutti i soldi della pubblicità ricavati durante i campionati mondiali di calcio, lascio questa italianità a Voi.
Se essere italiani significa considerare accettabile che un miliardario possieda tutta la distribuzione cinematografica al punto tale che distribuirà perfino il prossimo film di Benigni, lascio questa italianità a Voi.
Se essere italiani significa accettare che un grande comico venga minacciato nel caso che usasse prendere in giro il monarca in uno spettacolo televisivo, e non può farlo perché il suo film non verrebbe distribuito, lascio questa italianità a Voi.
Se essere italiani significa accettare che tutti i miliziani del monarca sparino addosso dai suoi giornali a chi non accetta di essere d’accordo con il gangster di turno, lascio questa italianità a Voi.
Se essere italiani significa che un conduttore televisivo, con l’anima bacata dal melanoma, vi possa associare a un terrorista perché non siete d’accordo col suo padrone, lascio questa italianità a Voi.
Se essere italiani significa credere che Pinelli morì cadendo da una finestra della questura per «malore attivo», lascio questa italianità a Voi.
Se essere italiani significa accettare che una banda di poliziotti invadano una scuola nottetempo, percuotano e torturino sospendendo le garanzie costituzionali, e se il giorno dopo il presidente della Repubblica appare in televisione a fianco del capo del governo legittimando queste azioni di polizia, lascio questa italianità a Voi.
Se essere italiani significa accettare che le opere d’arte di questo meraviglioso paese che furono fatte da persone che si chiamavano Leonardo, Michelangelo, Brunelleschi, Donatello eccetera, siano messe in vendita per fare cassa e truccare i conti dello Stato, lascio questa italianità a Voi.
Se l’Italia è un paese dove il falso in bilancio diventa legge dello Stato significando che l’Italia è un falso in bilancio in tutti i sensi possibili e immaginabili, lascio questa italianità a Voi.
Se essere italiani significa appartenere a un paese in cui un signore dalle belle cravatte che si crede di sinistra fa cadere un governo democratico per un voto, lascio questa italianità a Voi. Se essere italiani significa appartenere a un paese in cui un altro signore, sempre dalle belle cravatte, che si crede di sinistra, invita milioni di lavoratori minacciati nei loro diritti a scendere a patti con dei mascalzoni, lascio questa italianità a Voi. Se l’Italia è un paese nel quale durante l’intervallo della partita Italia-Messico il conduttore del Tg1 pubblicizza il libro del dottor Bruno Vespa presentato dai dottori Ettore Bernabei e Biagio Agnes e poi dice «e con questa notizia vi lasciamo; torniamo a soffrire vedendo la partita» vi lascio a soffrire questa italianità con lui.
Se l’Italia è un paese in cui si riesce a far credere che un ex agente del Kgb attuale presidente di un ex impero stalinista, possa meritare la nostra concittadinanza magari per difendere con le sue armate disoccupate, i confini dei privilegi dei nostri politici miliardari, lascio volentieri questa italianità a Voi.
Se essere italiani significa dare retta al ministro della Difesa secondo il quale gli italiani dovrebbero armarsi, dico: il ministro della Difesa non ha tutti i torti, non potete sapere se le visite notturne che potrete ricevere saranno di extracomunitari o di agenti segreti arrivati a mano libera. Ad ogni modo questa italianità ve la lascio.
La giornalista cilena che
Antonio Tabucchi

Antonio Tabucchi

Antonio Tabucchi (Pisa, 1943 - Lisbona, 2012) ha pubblicato Piazza d’Italia (Milano, 1975), Il piccolo naviglio (Milano, 1978), Il gioco del rovescio (Milano, 1981), Donna di Porto Pim (Palermo, 1983), Notturno indiano (Palermo, 1984), I volatili del Beato Angelico (Palermo, 1987), Sogni di sogni (Palermo, 1992), Gli ultimi tre giorni di Fernando Pessoa (Palermo, 1994), Marconi, se ben mi ricordo (Roma, 1997), La gastrite di Platone (Palermo, 1998), Racconti con figure (Palermo, 2011) e, con Feltrinelli, Piccoli equivoci senza importanza (1985), Il filo dell’orizzonte (1986), I dialoghi mancati (1988; nuova edizione che comprende anche Marconi, se ben mi ricordo, 2019), la nuova edizione de Il gioco del rovescio (1988), Un baule pieno di gente (1990, nuova edizione 2019), L’angelo nero (1991), Requiem (1992), la riedizione di Piazza d’Italia (1993), Sostiene Pereira (1994, premio Viareggio-Rèpaci, premio Campiello, premio Scanno, premio dei Lettori e Prix Européen Jean Monnet), La testa perduta di Damasceno Monteiro (1997), Gli Zingari e il Rinascimento. Vivere da Rom a Firenze (1999), Si sta facendo sempre più tardi (2001, Prix France Culture 2002), Autobiografie altrui (2003), Tristano muore (2004, miglior libro dell’anno secondo la rivista francese “Lire”), Racconti (2005), L’oca al passo (2006), Il tempo invecchia in fretta (2009), Viaggi e altri viaggi (2010), la riedizione de Il piccolo naviglio (2011), Romanzi (2012), Di tutto resta un poco (2013), Per Isabel (2013). Ha curato l’edizione italiana dell’opera di Fernando Pessoa e ha tradotto le poesie di Carlos Drummond De Andrade (Sentimento del mondo, Torino, 1987). Ha ricevuto il Prix Médicis étranger e il Prix Européen de la Littérature in Francia;

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>