Uno spogliatoio sfasciato a calci e manrovesci, come il camerino dei Sex Pistols. Un allenatore tarantolato che inveisce, sbraita, strabuzza gli occhi (ma non era un «solido lombardo»?), si avventa contro uomini e cose rischiando di rovesciare la sua acquasantiera portatile.
E consegna alla mondovisione una memorabile crisi di nervi. Un comunicato del Quirinale che pare la mail di un tifoso di Livorno al Processo del Lunedì. La spettabile Panini di Modena che ritira solennemente dal mercato le sue figurine in segno di protesta contro la figuraccia, attribuita al "calcio disonesto". Un presidente di serie A, Gaucci del Perugia, che mostra un animo di serie Z, insultando e spregiando il suo dipendente Ahn, attaccante coreano, e rinfacciandogli con crassa volgarità padronale i soldi guadagnati in Italia.
Il sospetto è che toni e volume del grido di dolore siano tanto più esagerati quanto più è necessario autoassolversi, sport nazionale perfino più popolare del calcio. L´evidente torto subìto fa buon gioco, è perfetto per sorvolare sul cattivo gioco della squadra, sul fantastico strafalcione di Vieri a porta vuota, sui garretti afflosciati di Panucci e Maldini, sul tatticismo sparagnino (vizio tattico di molto antecedente il tanto vociferato "declino politico" del calcio italiano) che ha illuso gli azzurri che un solo gol bastasse a vincere.
C´è una lezione psicologica e morale, nelle vicende sportive, che è anche una lezione di vita: per questo lo sport è così bello, appassionante e istruttivo. Tornano in mente, di fronte a facciate di questo genere, certe esemplari vicissitudini scolastiche, quando di fronte a un brutto voto si spiegava in famiglia, magari anche giustamente, che il professore ce l´aveva con noi, che non gli eravamo simpatici. E i padri di una volta, ah quanto cerberi, ma a volte quanto preziosi, rispondevano: «Meglio! Se il professore ce l´ha con te, vorrà dire che dovrai impegnarti il doppio».
Un pessimo arbitro non può essere più forte di un´ottima squadra, mai. E difatti le ottime squadre non hanno paura dell´arbitro, e trasformano ogni torto, ogni avversità in uno stimolo in più. Nel momento in cui è stato chiaro che il signor Moreno non aveva dimestichezza con il fischietto, e forse nemmeno con l´onestà, doveva scattare nella squadra un sovrappiù di adrenalina e di talento, un «te la facciamo vedere noi, chi è il più forte». Doveva, ma non poteva, perché adrenalina e talento erano sottodosati, ecco tutto.
Il resto è un piangersi addosso piuttosto indecoroso, condito da veri e propri sbrachi (Gaucci) "indegni di un mondiale di calcio", esattamente come i guardialinee di sperduti arcipelaghi, che però, almeno, vengono da sperduti arcipelaghi, non da uno dei potentati dello sport mondiale come l´Italia.
Ne sortisce un´immagine di debolezza psicologica paurosa, e di resa quasi superstiziosa al destino cinico e baro. Le comunità forti, se vogliamo intendere come veridica la metafora sportiva, non credono nel destino avverso, non sono lamentose, e quando le buscano le buscano con il ceffo spavaldo, come gli inglesi, che hanno la spocchia del vincitore anche se hanno vinto molto meno di noi. E questo superiority complex, se non tutela dalle sconfitte, risparmia almeno, a sconfitta avvenuta, l´ulteriore umiliazione del vittimismo piagnone.
Che si cerchi, di qui in poi, di aggiustare qualche rapporto di potere claudicante, di fare la voce grossa in mezzo alle varie cricche della Fifa, è sacrosanto, vista la notevole serie di soprusi subita dalla Nazionale italiana in Asia. Ma illudersi che questo basti sarebbe un errore esiziale, il solito "farsi più furbi" degli italiani, che faticano a capire che la furbizia è un´intelligenza di serie B. L´intelligenza di seria A, nello sport e altrove, è capire che si deve contare solo sui propri mezzi, che davanti alle prove decisive si è sempre soli e dunque padroni del proprio destino. Passata la buriana, e magari ripagati signorilmente i danni inferti dai calciatori azzurri nel sabba isterico di fine partita, magari verrà il tempo di ragionare meglio su una squadra che pretendeva di fuzionare ad acquasanta, e la benzina l´aveva dimenticata a casa.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>