Che silenzio su Monza. Caldo e silenzio. La vampa padana deforma il ponte sul Lambro e il Duomo con la corona dei longobardi. Sembra una fatamorgana, un´illusione ottica. E invece no, è tutto vero. È appena passato un ciclone. La sinistra ha sfondato la linea del Piave nei bastioni della Vandea brianzola; An e i berluscones si sono suicidati con candidature fallimentari; persino la roccaforte monzese, cattolica e padronale, è caduta in mano ai «comunisti». Eppure, tutto tace. Nessuna resa dei conti, nessuna assunzione di responsabilità.
Se vuoi capire perché il Nord si ribella e non accetta padroni devi ascoltare questo silenzio stupefatto dei perdenti nella bianchissima Brianza. E´ identico a quello della sinistra dopo la vittoria del forzista Guazzaloca nella rossa Bologna. Il silenzio incredulo di chi era arrivato al voto convinto di vincere anche con una scimmia ammaestrata. Così convinto, così sicuro e così arrogante da farsi battere da un uomo nuovo della politica. E incapace di capire che quanto accadeva non era affatto una rivoluzione, ma solo la restaurazione di un ordine antico, di campanile e di gonfalone, contro gli apparati.
Eccole Forza Italia e An a Monza. Stan lì, si trastullano con la mappa del Milanese colorata di macchioline rosa come brufoli di orticaria. Oltre a Monza c´è Arcore, cui il Presidente teneva da morire. E poi Rho, Opera, Sesto San Giovanni, Pero, Cinisello, Erba, Peschiera Borromeo. Tutti alla sinistra. Troppi suicidi per non parlare di malattia. Senza contare la Bassa, col sindaco forzista di Buccinasco che per ripicca si apparenta con l´Ulivo e vince. O le valli del Bresciano, coi metallurgici lumbard che fanno tuonare i tamburi contro l´abolizione dell´articolo 18.
Tace il Polo, ha una coda di paglia lunga un chilometro. Come la sinistra a Bologna, tutti sono in preda all´afasia. Il segretario provinciale di Forza Italia non ammette colpe e accusa gli elettori di immaturità. Il sindaco uscente si chiude nel «no comment». Il candidato battuto va in fuga in Grecia a studiare archeologia. Maurizio Brioschi, capogruppo azzurro in consiglio comunale, allarga le braccia: «Siamo figli del Grande Comunicatore e non sappiamo comunicare le nostre scelte sul territorio». E chiosa la batosta in lombardo: «Munscia muscieta, te saré semper puvareta», povera Monza sarai sempre subalterna.
Via San Martino, club Duemila, sede dei giovani leoni. Il clima balneare sembra aver già squagliato il partito; e questo silenzio del «dopo» spiega anche tutto del «prima». Dice di cavalli vincenti messi da parte senza uno straccio di spiegazione all´elettorato-bue. Una coalizione che in periferia si spacca come niente su questioni di interesse - cubature edificabili e piani regolatori - e non trova, per stare unita, altre ragioni che non siano Lui. Sua Emittenza.
E davvero non la puoi capire questa sconfitta annunciata, senza parlare di cemento armato e interessi multimiliardari. Monza è satura, ha il 90 per cento di territorio edificato. Le restano liberi solo due polmoni di verde. Il più grande si chiama «Cascinazza» - roba grossa, tipo Milano Due - e la storia comincia quando Berlusconi, anni fa, se la compra sperando che qualcuno gliela converta in area costruibile. Ma il vento cambia e al Nord trionfa la Lega: i Lumbard conquistano la città e subito erigono barricate. Approvano un piano regolatore che è uno schiaffo ai palazzinari e al Cavaliere.
Nel ´97, quando Forza Italia fa cappotto col sindaco Roberto Colombo, la Lega va all´opposizione e sorveglia come un mastino l´ultimo verde monzese. E quando la giunta del Polo, a fine mandato, sblocca 200 mila metri cubi di aree edificabili, i lumbard gridano allo scandalo. Trovando sponde inattese in Alleanza Nazionale.
Quando arriva il tempo delle elezioni, la Sinistra fa la mossa giusta e candida a sindaco l´indipendente Michele Faglia, architetto e uomo simbolo della guerra alla speculazione. Nell´89 ha denunciato la Tangentopoli edilizia monzese con tre anni d´anticipo su Milano. La destra, invece, non ricandida il sindaco uscente. Non può chiedere alla Lega di votare per la stessa persona che ha osteggiato fino ad allora. Così trova Roberto Radice, uno di Arcore, che è stato ministro di Berlusconi nel ´94. Ma dimentica di spiegare il salto mortale agli elettori. Dimentica persino di avvertire l´interessato, che apprende dai giornali del suo siluramento.
Un errore clamoroso. La gente comune non capisce il ribaltone. Le lobby del potente Comune longobardo si sentono scavalcate e se la legano al dito. In più, temono che Radice sia la longa manus che cementerà l´ultimo verde monzese per conto del Cavaliere. «E così - spiega un altro degli esclusi di Fi, l´ex assessore Giovanni Antonicelli - la scelta che doveva compattare la Casa delle libertà finisce per spaccarla come una mela. E per unire, invece, l´opposizione». La quale va ben al di là dello schieramento ulivista e trova appoggi più o meno dichiarati anche tra dissidenti di An e nella Lega.
In apparenza, Radice è in una botte di ferro: alle ultime politiche a Monza la Cdl ha preso il 70 per cento. E poi, il prescelto può davvero dire agli elettori: «Mi manda Berlusconi». Ma succede che il Nord non è il Sud. Succede che se tu dici a un lumbard che sei investito direttamente da Dio, diventi un corpo estraneo alla comunità. Figurarsi in Brianza, la più alta densità planetaria di parrocchie e botteghe artigiane. Così, quando a Monza sbarcano per tener comizi fior di ministri e lo stesso Capo del Governo, ormai è tardi. Anzi, più «big» vengono e peggio è. Il candidato può essere la miglior persona del mondo, è vissuto come un´imposizione. E al ballottaggio finisce come deve finire.
Monza, te lo dicono tutti, non è Milano. Non vuole nemmeno somigliarle. La vive, anzi, come una disgrazia, Formigoni compreso. E´ tutt´uno con la periferia della metropoli, ma ostinatamente rifiuta i collegamenti metropolitani che ne sanciscano il ruolo di satellite. Monza arriva al punto di mettere poche indicazioni stradali per non avere troppi forestieri, e continuare a essere, nonostante tutto, paese. C´è, tra qui e Milano, una sottile linea rossa che nessuna globalizzazione riesce a cancellare. Da una parte la città-mordi e fuggi del design e della moda, segnata dalla cultura berlusconiana dell´immagine. Dall´altra la Brianza, il tornio e la pialla, un mondo dove il «fare» è tutto e l´«apparire» non conta nulla.
Domanda: ma come ha fatto il brianzolo Berlusconi a non mettere in conto questa diversità della Brianza? Come non s´è accorto che questa linea invisibile che corre a Nord di Milano è la stessa maledetta muraglia pedemontana che ha prodotto la Lega, fermato la Sinistra sul bagnasciuga, e ora può tradire anche la Destra? Ma se Berlusconi non fa cappotto in Brianza, questo vuol dire davvero che il Nord non lo addomestica nessuno.
Ecco il nuovo sindaco, calmo, abbronzato, in fondo a una fila di saloni risorgimentali. Rampollo di una grande famiglia locale, pare riappropriarsi di qualcosa che naturalmente gli appartiene. Ed è, in effetti, un ritorno il suo. Un ritorno delle corporazioni monzesi ignorate nel gioco di prestigio pre-elettorale del Polo. Un «giù le mani dalla città», diretto al Padre Padrone e ai suoi proconsoli. Faglia non usa mezzi termini. «Questo voto è la reazione, con voto trasversale, a un assalto a Monza compiuto da grandi gruppi immobiliari che volevano piazzare qui i loro soldi». E clamorosamente trasversale è pure la sua giunta, con diessini insieme a indipendenti di area An.
E i leghisti che fanno? Se gli azzurri tacciono, loro parlano, eccome se parlano. «Bastava scegliere in modo minimamente decoroso e si vinceva a man bassa» spiega nel suo ambulatorio medico Marco Mariani, ex sindaco e ruspante leghista antemarcia. Che ne pensa della giunta attuale? «Mi pare fatta di gente seria, hanno promesso di non dare più spazio al cemento». E Paolo Grimaldi, coordinatore dei giovani padani: «La nostra sarà un´opposizione costruttiva». Come dire: se proprio non ci costruiranno una moschea, non faremo guerre sante.
Filippo Penati, segretario ds di Milano, ha capi
Paolo Rumiz

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli”, 2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (con Riccardo Carnovalini; 2016), Il filo infinito. Viaggio alle radici d'Europa (2019) e, nella collana digitale Zoom, La Padania (2011), Maledetta Cina (2012), Il cappottone di Antonio Pitacco (2013), Ombre sulla corrente (2014), Gulaschkanone (2017).

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