Cavoli, Doris Lessing. Solo l'idea è così spaventosamente intimidatoria: dicono che abbia un’intelligenza feroce, dicono che sia una delle più grandi scrittrici del nostro tempo. E cos’ha scritto? Ventotto romanzi, o sono ventinove? E' dura mantenersi all'altezza; in più, c’è stata una valanga di non fiction, poesie, opere e drammi. Cavoli, Doris Lessing. Solo il nome è così spaventosamente intimidatorio. Ci incontriamo negli uffici dell'Istituto reale nazionale per i ciechi dove la signora Lessing ha trascorso la mattinata a registrare brani del suo Il sogno più dolce, per un’antologia di libri sonori per non vedenti. Lei è proprio piccolina, sebbene abbia un che d’imperioso. Il suo volto è saggio e simile a cuoio, come quello di un capo pellerossa, la sua capigliatura grigia è ritorta in una crocchia di stile quacchero. Adesso ha 83 anni. La spaventa la morte, signora Lessing? "No, son o troppo vecchia per farmi spaventare dalla morte, ma si diventa molto stanchi, sa? Quando si è giovani, ci si precipita dovunque con tutta quell’energia, adesso è una tale fatica. Ottantatrè. Non potrò durare ancora molto a lungo, no? È abbastanza, è abbastanza, davvero". Si sgomenta quando le dico che esistono moltissimi siti Internet dedicati allo studio dei suoi testi. I libri, dice, non andrebbero paragonati, messi in contrasto, disossati, sezionati e psicanalizzati. "Devono solo essere goduti", sottolinea. Mi domando chi lei ammiri, nella letteratura; dice che al momento sta rileggendo Il signore degli anelli. "È un libro immaginifico. Regge così bene". Si ricorda del primo libro la cui lettura ha trovato assolutamente impossibile da interrompere? "Guerra e Pace, penso. Quando ho scoperto i russi me ne sono intossicata per mesi. Che libro!". Se potesse rubare un racconto di qualcun altro e firmarlo, quale sarebbe? "Il cappotto di Gogol", risponde. "È un piccolo libro perfetto". Pensa che qualcuno dei suoi racconti circolerà ancora tra, diciamo, cent’anni? "Mi piacerebbe proprio sapere quale, se ce ne fossero, sarebbe ancora in circolazione. Proprio non si può dire. Potrebbe sopravvivere Il taccuino d’oro, come curiosità, e perché ricapitola il tempo piuttosto bene". Come vede il suo talento per la scrittura? Come un dono? "È solo quello che sono - dice - e bisogna avere fortuna: è molto importante". Fortuna? "Il successo del mi o primo racconto, The grass is singing (L’erba canta edito da La Tartaruga, ndr), che si addentra in un terreno proibito, trattando del rapporto tra la moglie di un fattore bianco e il suo servitore nero in Rhodesia, è stata fortuna. Se fosse stato pubblicato cinque anni più tardi, non sarebbe andato così bene". Ma la gente lo sta ancora leggendo, analizzando, sezionando e disossando cinquant’anni dopo. "È un buon racconto - dice - ma l’impatto che ebbe all’epoca fu fortuna. Non bisogna mai sottovalutare questo". Le chiediamo se si stia interessando dei Mondiali: "Seguivo le vicende dell’Inghilterra. Una cosa davvero eccitante: amo il dramma, è meraviglioso". È vero quel che si dice, che abbia una cotta per David Beckham: dopotutto, ha le gambe più voluttuose. "Non ho mai fatto caso alle sue gambe - risponde - ma è estremamente di bell’aspetto, non trova? E così nobile; si comporta come se fosse uscito dal Signore degli anelli". Le chiediamo a che cos’altro si interessi. Dice che le sono sempre piaciuti moltissimo i vestiti "anche se, ai miei tempi, non c’era una gran scelta. Di solito, ricavavo i miei abiti dai modelli di ‘Vogue’, vestiti lunghi molto fascinosi. Adesso, loro sarebbero troppo lunghi ed io troppo grassa". Qualcos’altro? Confessa di essere al momento piuttosto presa da Neighbours (I vicini), la telenovela australiana. Doris Lessing presa da Neighbours? "Ho scoperto di esserne semplicemente affascinata. Per metà del tempo, sono solo deliziata dal suo nonsenso; non riesco a credere che stia succedendo davvero. E, un’altra cosa, con tutta quella luce del sole è una specie di Isola che non c’è. Tutti che corrono in giro in bikini, e le ragazze sono così carine ". Un’Isola che non c’è. La signora Lessing una volta credeva in un’Isola che non c’è, nei suoi celebri giorni della linea dura comunista, ma ora ha chiuso con tutto ciò. Le chiediamo se pensa che il comunismo potrà mai essere di più che un’ideologia. "Ne dubito. Non nel modo in cui ci siamo strutturati. Il comunismo ideale la roba in cui credevamo quand’eravamo giovani e pazzerelli era davvero una replica del Paradiso. Gente perfettamente intelligente convinta che, 15 anni dopo la guerra, non ci sarebbero più stati odi o razziale, disparità tra i sessi, cattiveria con le persone anziane o povertà. Ci credevamo seriamente, e oggi mi chiedo se non soffrissimo di un rammollimento del cervello, perché la vita non è affatto così". Le dico che quello che ho ricavato dal suo racconto più recente Il sogno più dolce, è che, mentre le grandi idee vanno tutte benissimo, sono i piccoli gesti che fanno la differenza. "Credo che fare quello che si può per chi ci sta intorno sia il meglio che possiamo fare. Mi è venuta una tale profonda sfiducia per ogni sorta di grande idea, ma credo che sia tipico della mia generazione. Ne abbiamo viste finire male troppo spesso". Quali grandi idee ha visto finire male? "Non credo che il femminismo abbia preso la strada che mi sarebbe piaciuto prendesse. Quello che avevo contro le femministe degli anni ‘60 era che non portavano a compimento quello che avrebbero potuto fare. Erano così occupate a pavoneggiarsi sui palcoscenici, e non è quella la maniera di cambiare le cose; le co se le cambi sgobbando, con i comitati e portando dalla tua parte i parlamentari. È il movimento più autocompiaciuto che sia mai esistito. Ha creato un clima interessante, che ha reso le cose più facili alle donne, ma se si pensa a quello che avrebbero potuto realizzare con tutta quell’energia!". Qualcos’altro? "Lo Zimbabwe (dove è cresciuta, e che all’epoca si chiamava Rhodesia, ndr) è un pezzo di cuore infranto. Siamo stati un po' troppo sentimentali in proposito. Ancora una volta, vede, credevamo che quando il potere sarebbe stato dato ai neri perché credevamo cose così sciocche? Perché i neri dovrebbero essere migliori di chiunque altro?". Rimane qualche ideologia politica nella quale valga la pena di credere? "No, per me non ce ne so no. Mi piace giusta l’idea di democrazia, quando ce n’è, ma non credo che attualmente ce ne sia molta". Per chi vota nelle nostre elezioni? "Per i liberaldemocratici". Pausa. Poi: "Per quel che può valere". Francamente, non si riesce ad immaginare che la signora Lessing sia mai stata sentimentale. Si torna, suppongo, a quella scheggia di ghiaccio e al distacco emotivo quasi giudiziario così gelidamente evidente nei grandi scrittori. A un certo punto, le chiediamo del fratello minore, Harry, che lei adorava tanto quand’erano piccoli: come va adesso il loro rapporto? "Be’, vede, c’era la politica: lui sosteneva la causa dei bianchi, io quella dei neri. Non ci siamo parlati per trent’anni, ci siamo solo scambiati rigidi appunti, poi ci siamo incontrati, e, sa, ci sono volte in cui le etichette diventano irrilevanti. Non si può chiamarlo un reazionario, era al di là dell’essere reazionario, era un razzista quale non potrebbe credere, così dovevo soltanto restarmene buona tutto il tempo. Bisognava solo stare zitti e dare ascolto a tutto quel veleno". Le è rimasto un po' d’amore per lui, ciononostante? "Non lo amavo. Gli volevo bene quand’era piccolo, ma poi è diventato parecchio noioso». Amava sua madre? «Oh, qui scopriamo un vermicaio. Lasciamola fuori». È l'unico momento in cui è brusca; in realtà non lo è, per niente. Tento di tornare a sua madre, Emily, che finì in Rhodesia quando il padre di Doris, il capitano Alfred Taylor, un mutilato di guerra, pensò che avrebbe potuto fare la fortuna della famiglia acquistando del terreno laggiù per farne una fattoria. La fattoria non riuscì particolarmente bene ed Emily non era particolarmente felice. «Mia madre avrebbe dovuto sposare un grossista e restarsene in Inghilterra. No n aveva la minima idea di dove stesse andando e si portò un pianoforte, tendine liberty, vestiti di Harrod' s e biglietti da visita». I suoi successi letterari però l' avranno lusingata? «Non le piaceva quello che scrivevo. Vedeva The grass is singin g come un libro molto sedizioso; tutti i bianchi lo odiavano. Lei lo odiava; non la critico per questo. Per lei è stata dura avere una figlia come me, era una brava donna convenzionale, amante dell' Impero Britannico». Doris andò via di casa a quattordici anni, e sposò Frank Wisdom, un attendente civile, a diciannove. Ha provato a vivere la vita coloniale, ma non ci è riuscita. «Le ho fatte tutte, la cucina, i bambini, ma mi annoiavo fino alle lacrime». Alla fine, lasciò il marito per Gottfrid L essing, un comunista della linea dura. Lasciò dietro di sé anche due bambini, Jean e John. Con Gottfried ebbe un figlio, Peter, ma il matrimonio non durò a lungo. Lei però è rimasta attaccata a «Lessing». Com' è successo? «Perché ero stata Taylor, ero stata Wisdom e dovevo pensare a mio figlio, sarebbe stata dura per lui». Sa che «signora Doris Beckham» suonerebbe proprio bene? «Chissà», risponde, «potrebbe succedere». Si è mai presa una cotta per qualcuno famoso? «Oh, sì. Tutte le ragazzine si prendono cotte per gente ben conosciuta. A me piaceva Gregory Peck». Lei adesso vive da sola a West Hampstead, dove il suo giardino è andato in rovina, spiega, perché lei non può più chinarsi per curarlo. Cosa mangia? «Come tutti quelli che vivono da soli, panini, mele, formaggio, e porridge e farina d' avena con la panna». Non si sente mai sola? «No. Mi piace la solitudine; è davvero preziosa. Sola? Voglio dire, come si fa ad ottenere la solitudine? Quando sei giovane, pensi che nuoterai in quel lago meraviglioso con un sacco di tempo a disposizione, ma poi diventi sempre più affaccendato adesso la facciamo finita con quest'intervista vergognosa?».

© The Independent (traduzione di Laura Toschi)

Il sogno più dolce
Doris Lessing

Doris Lessing

Doris Lessing (1919-2013) è nata a Kermanshah, in Iran, e ha vissuto fino a trent’anni in Zimbabwe (allora Rhodesia). Nel 1949 si è definitivamente trasferita in Inghilterra. Feltrinelli ha pubblicato: L’abitudine di amare (1959), Il taccuino d’oro (1964), Il diario di Jane Somers (1986), La brava terrorista (1987), Se gioventù sapesse (1988), Il quinto figlio (1988), Racconti africani (1989), L’altra donna (1991), Martha Quest (1991), Un matrimonio per bene (1992), Racconti londinesi (1993), Echi della tempesta (1994), Sorriso africano. Quattro visite nello Zimbabwe (1994), Amare, ancora (1996), Ben nel mondo (2000), Il sogno più dolce (2002), Le nonne (2004), Alfred e Emily (2008), Gatti molto speciali (2008; edizione illustrata 2017), la sua autobiografia Sotto la pelle (2019), e, nella collana digitale Zoom, Passerotti (2011). In Italia sono stati inoltre pubblicati i romanzi fantastici Pianeta 8 (Lucarini, 1989), Discesa all'inferno (Tropea, 1996; Fanucci, 2009), Mara e Dann (Fanucci, 2004), La storia del generale Dann, della figlia di Mara, di Griot e del cane delle nevi (Fanucci, 2005), Una comunità perduta (Fanucci, 2008), Un luogo senza tempo (Fanucci, 2008) e Un pacifico matrimonio (Fanucci, 2009). Ha vinto il premio internazionale Grinzane Cavour “Una vita per la letteratura” nel 2001 e il premio Nobel per la letteratura nel 2007.

 

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