Gli italiani hanno seguito la fine del gioco dal loro mesto angolino di esclusi, ridotti a audience di provincia. Il loro calcio decaduto e indebitato prova a consolarsi con il fischietto di Collina e con gli stipendi di Ronaldo e Cafu, perfino con la semi-romanità di Rudy Voeller. Ma il clima è ben diverso da quando, pochi anni fa, eventuali scivoloni della nazionale potevano ben essere compensati dalle vittorie a raffica delle squadre di club, imbottite dei migliori calciatori del mondo. L´orgoglio padronale di quel momento magico, quando i famosi "ricchi scemi" parevano diventati tutti abili condottieri, ha lasciato sul campo solo i cocci di quei trofei e un deciso odore di bancarotta. Mentre Ronaldo consegnava alla storia la sua pettinatura da segnale stradale, significativamente, da noi, il presidente della Lazio Cragnotti cercava di intortare Juve e Inter proponendo a entrambe Nesta, in una trattativa al rialzo degna di Totò e Peppino. Solo che Totò e Peppino, nelle sembianze di Moratti e Moggi, decidevano di non scucire un solo euro in più, perché anche la dabbenaggine ha un limite, e Cragnotti cercherà di piazzare l´argenteria di famiglia a Madrid. Si tratta di quello stesso Cragnotti, del resto, che per primo ebbe la luminosa idea di chiedere soldi alla nazionale come risarcimento per il logorio dei suoi calciatori: la stagione dei "ricchi furbi" ebbe il suo culmine etico.
Sempre a proposito di etica, questo Mondiale merita di essere dimenticato, in Italia, anche per la sortita del presidente del Perugia Gaucci, che ha licenziato il coreano Ahn per aver infilato un gol agli azzurri (Maldini dormiva) nonostante sia pagato dal medesimo Gaucci. Piccinerie. Ora si medita sulla sproporzione fra investimenti e risultati. Si invocano calmieri, misura negli stipendi e nelle compravendite, si constata che i diritti televisivi, per quanto ghiotti, non sono quella cornucopia che si pensava. Si riflette sullo strapotere degli sponsor e ci si chiede se il bravissimo Collina non potesse risparmiarsi una campagna pubblicitaria per il marchio che tutela e promuove una delle due squadre finaliste. E´ curioso, però, che questo genere di scrupoli intervenga solo a casse vuote, e da parte di quello stesso ambiente che ha creduto ciecamente nel pompaggio finanziario del calcio, sicuri che la Borsa o la Tv o qualche altro santo avrebbero comunque coperto le spese. Magari risalterà fuori, adesso, la storia dei vivai abbandonati. Sono anni che se ne sente parlare con contrizione, ma poi si preferisce scommettere qualche euro su oscure promesse esotiche (ora toccherà a turchi e senegalesi, potete giurarci). La verità, forse, è che lo sport è diventato business, ma anche il business è uno sport: premia i capaci e gli intelligenti e bastona gli incapaci e i furbi. Dunque non si dica più, come scusante per le sconfitte, che «ormai tutto è business». Nel calcio-business c´è anche chi vince e ha perfino i bilanci a posto. Cragnotti, visto che è a Madrid, provi a fermarsi per un piccolo stage di aggiornamento.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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