La Rai, la vecchia, pletorica, ipocrita azienda di Stato che tra sprechi e censure, tra ottusità e omissioni ha pur sempre alfabetizzato questo paese. Che tra sottopotere e nepotismo ha pur sempre prodotto mezzo secolo di cultura e di informazione. Che ha accompagnato la storia della Repubblica riflettendo, sì, l´immagine del palazzo (soprattutto democristiano), ma anche l´immagine degli italiani.
Be´, la Rai è una stortura da raddrizzare, un covo da bonificare, un´onta da lavare. Va "riportata alla normalità democratica", va utilizzata per "riscrivere la storia italiana", neutralizzando i sindacati che hanno difeso "privilegi" in totale assenza di "criteri di professionalità". Il tutto attraverso un "programma rivoluzionario" che "garantirà tutte le culture".
A parlare con questi toni e queste intenzioni della radiotelevisione pubblica non è Fedele Confalonieri (che avrebbe avuto, nel caso, ben altro rispetto per la concorrenza), ma il presidente della Rai medesima, Antonio Baldassarre. Il quale, dunque, si trova nella curiosa condizione di guidare un´azienda che gli ripugna, irriformabile (vedi il piglio "rivoluzionario") ed emendabile solo attraverso una "riscrittura" della storia repubblicana: le teche Rai sono avvisate, con tutti quei Pasolini e Zavoli e Mario Soldati, quei Grillo, Benigni e Dario Fo, quei Gregoretti e Rossellini, quegli Arbasino e Placido, quei Biagi e quei "Milano-Italia", perfino quei Sofri, pensate che roba.
L´intervento di Baldassarre non manca di aspetti pittoreschi: l´annuncio di un governo Rai che "finalmente non si mischierà con una parte politica" è avvenuto, infatti, durante un convegno di An, nel tripudio dei convenuti. E se naturalmente va secondo la logica il fatto che un´azienda para-politica sia sensibile agli umori della maggioranza di governo, e nessuno si stupisce che il nuovo Cda voglia sterzare a destra il timone dell´azienda, fa però impressione, veramente impressione la durezza inedita e sfrontata con la quale il presidente annuncia un redde rationem che ha gli stessissimi pregiudizi e gli stessissimi argomenti della destra più sbracata e revanscista. I sindacati rovina dell´Italia, la Rai protettorato dei "rossi" e piena di "infiltrati di Veltroni" (sic!), l´idea ossessiva di una faziosità pregressa che aveva cancellato dai teleschermi tutto ciò che non fosse di sinistra. La classica bugia che, ripetuta all´infinito, diventa una verità.
Antonio Baldassarre dipinge la Rai come il più feroce antiberlusconiano vede Mediaset: un imperino del Male al quale raddrizzare la schiena. Peccato che Baldassarre, di lavoro, faccia il presidente della Rai. E peccato che abbia scelto, poco astutamente, di esternare questi suoi umori correzionali nel bel mezzo di un´assemblea della destra più di destra, costringendo perfino Gasparri ad annacquare il suo gongolante plauso borbottando alle agenzie qualche parole di stima nei confronti di Zavoli, uno a caso tanto per far capire che non è il caso di buttare nel cesso tutti insieme, e tutti in una volta, quasi cinquant´anni di Rai. Insomma, come spesso capita ultimamente, è il modo che sbalordisce, un modo brusco, settario e minaccioso che trasforma un legittimo scontro tra culture in una specie di Guerra di Civiltà. Nella quale, essendo la Rai un pezzo importante di storia repubblicana (tutta da riscrivere, come è noto), c´è chi vuole impugnare alla rovescia, come un´arma appena strappata al nemico, un´azienda che non aveva certo aspettato Baldassarre per essere rappresentativa, nel bene e nel male, delle "culture del paese".
Cotanto discorso è stato pronunciato per presentare la nuova Rai Educational (già ribattezzata Rai Rieducational) diretta da Giovanni Minoli. Il quale avrà qualche grattacapo in più, di qui in poi, per fare serenamente un mestiere affidatogli con spirito per niente sereno dal Cda meno sereno, e più anti-Rai, dell´intera storia Rai.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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