Se Schumacher merita ammirazione e rispetto, è proprio perché, del campione, ha tutto tranne quell´aura di diversità, quelle incrinature poetiche del carattere che trasformano il talento tecnico in fascino. Il tedesco è puro talento, pura maestria di guida calati in un non-personaggio. Ha gusti e modi piatti, nessun fuoco interiore che lo bruci o smania apparente che lo roda, è incapace di arruffianarsi le folle e così pure di essere scostante, non è simpatico ma nemmeno urticante, non è guascone ma nemmeno schivo, insomma vive e lavora lungo un solido binario di normalità impiegatizia, o di zelo professionistico, che farebbero cascare le braccia a qualunque creatore di mitologie sportive o di icone pubbliche.
È stato dunque costretto, per diventare il numero uno di tutti i tempi, solamente a correre più veloce degli altri, a vincere a raffica, senza il benché minimo supporto di immagine, senza una faccia che intrighi, senza quei surplus di personalità o di prestigio personale che colorano le vittorie e ammantano le sconfitte. E questo essere un gran pilota e basta, un campione senz´aura, è a ben vedere la circostanza che lo rende interessante e ammirevole: perché nel rapporto con la folla e con la fama uno come Schumacher, con quel sorrisetto così poco comunicativo e quell´eloquio così banalmente formale, parte sempre in ultima fila, e deve sempre rincorrere, e sorpassare se stesso.
Ci sono piloti come Gilles Villeneuve che vinsero pochissimo, ma furono (e sono) adorati perché sprigionavano il sentimento del rischio e il presentimento della scommessa con la morte. A Schumacher, che pure di incidenti gravi ne ha avuti, perfino quelli sono stati cassati come normali infortuni sul lavoro. Il pubblico lo stima, ma non lo ama. Lo segue con interesse, ma non con apprensione. Celebra le sue vittorie e la sua guida impeccabile, ma è come se non salisse mai in macchina con lui.
Può darsi che Schumacher, che come tutti i veri campioni non può sentirsi appagato solo dai quattrini (moltissimi), avverta questa distanza dal pubblico più di quanto dimostri. Non dev´essere facile, nemmeno per un pilota "freddo", avvertire che la sua rovente fatica, e il suo ormai annoso rischio della vita, generano un abbraccio così tiepido, e forse nemmeno un abbraccio, solo un applauso tanto corale quanto distaccato. Schumacher sembra un torero di impareggiabile maestria formale al quale tocchi esibirsi senza toro, senza che sia visibile al pubblico il nesso profondo e drammatico tra la vittoria e la vita, tra la sconfitta e la morte. Tutto gli è riconosciuto facile, e forse a nessun pilota, prima di lui, era capitato che le vittorie fossero considerate un atto dovuto più che un´impresa compiuta.
Il suo carisma, infine, potrebbe scaturire (e magari essere avvertito dal pubblico) proprio da questa spietata condanna a vincere, da questa solitudine emotiva, da questa gloria contabile e senza pathos. Come certi primi della classe, che sventolano una pagella formidabile e sono rispettati ma non frequentati, stimati ma non invidiati, e magari cederebbero volentieri qualche mezzo voto in cambio di un saluto più caldo, di un´accoglienza più affettuosa.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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