Scrivere, o riscrivere, o descrivere la Storia?... In base a Valori Obiettivi, e «condivisi»... Ma da quanti, da chi?...
Sono vasti problemi, vastissimi temi: spesso pretestuosi e patetici, nella loro genericità programmata o nelle strumentalizzazioni effimere.
Basta riflettere - un momentino - sui vari metodi e approcci e pregiudizi: positivista, idealista, marxista, strutturalista, nazionalista, classista, conservatore, patriottardo, politichese... E la scuola della «lunga durata», e le polemichette elettorali effimere, e i revisionismi anche cattolici con le scuse del Papa a destra e a sinistra...
Siccome poi l´Identità Nazionale si fonda appunto sui Valori Condivisi, nel corso del tempo, in Francia ora ci si è preoccupati di riunire nei cosiddetti «lieux de mémoire» i più significativi luoghi comuni della memoria e della storia che formano e mantengono la personalità nazionale francese. Dunque, non soltanto Giovanna d´Arco e Marianna, Notre Dame e la Torre Eiffel, Napoleone e il Louvre e l´Académie Française. E icone che hanno cambiato segno più volte, da Carlo Magno al Re Sole a De Gaulle, alla cattedrale di Reims già feticcio del legittimismo borbonico, poi sacro simbolo repubblicano della Grande Guerra. Ma anche i vini e i formaggi, Proust e Chateaubriand, gli ossari dei Caduti e la tradizionale galanteria col Bel Sesso, il tricolore, Cartesio, Voltaire, i dizionari Larousse... E revisionismi anche imbarazzanti: Vercingetorige non è mai esistito, lo inventò Giulio Cesare per mitizzarsi come vincitore di un grande eroe. Mentre Clodoveo e Pipino il Breve e San Luigi, con personaggi come Guizot e Poincaré e le abbazie di Vézelay o di Cluny, rimangono «culti» o «valori» solo interni, mai condivisi all´estero.
Anche noi piccoli italiani, nei nostri vecchi ginnasi e licei, ricevemmo grandi quantitativi di miti e valori da condividere, da Romolo e Remo a Vittorio Veneto. La nostra identità nazionale si formava su Dante e Garibaldi, la Torre di Pisa e la Disfida di Barletta, il leone di San Marco e la basilica di San Pietro, la stampella di Enrico Toti, il sasso di Balilla, la botte di Attilio Regolo, la mano di Muzio Scevola, Pietro Micca e Lorenzo il Magnifico, Beniamino Gigli e Alberto da Giussano, la Madonna di Loreto e il Novissimo Melzi, la Cavallina Storna, Nerone con la cetra, le Tre Grazie, le Cinque Giornate, i Sette Re di Roma, le Dodici Tavole...
E un ricco assortimento di Detti Memorabili. «Tu quoque brute» e «Bevi Rosmunda», «Tu uccidi un uomo morto» e «Troppa grazia Sant´Antonio», «Facite ammuina!», «Obbedisco», «Che l´inse!», «Va pensiero», «Un giorno da leone», «Non passa lo straniero», «Camerata, presente!», «Lasciate che i pargoli», «Cortigiani vil razza dannata», «Ingrata patria non avrai le mie ossa», «O sole mio», «Un bel dì vedremo», «Dio me l´ha data, guai a chi me la tocca»...
Tutti «valori» che si formano e trasformano continuamente, perché i diversi contesti li modificano spesso. Con revisioni e cancellazioni e recuperi: secondo gli utenti, l´ambiente, le mode culturali, nelle diverse epoche. E le dimenticanze, tipiche nelle generazioni più giovani, e rivelate ogni anno in occasione degli esami di maturità. (Ma forse provvidenziali, perché laddove perdura il «non dimenticano», le memorie storiche vigenti sobillano lunghe vendette per secoli).
Dunque, nel «turnover» dei culti e dei miti giovanili, la fisionomia nazionale stessa può apparire alterata, fin dalle sue istituzioni costituenti.
E in tutto il suo complesso. Altro che dispute sul fascismo e sul comunismo visti da destra oppure da sinistra. Altro che battibecchi sul Risorgimento e sulla Resistenza giudicati da antitaliani e filoitaliani, controcorrente o secondocorrente. Nemmeno sulla Romanità o sul Medioevo o sulle Crociate, si riesce a ottenere qualche giudizio di valore condiviso. Positivo o negativo.
Neppure nelle ristrette élites degli opinionisti di successo, lontani dal «paese reale». E basta anche chiedere ai ragazzi di oggi se muoverebbero un dito per «Trento e Trieste» o «Nizza e Savoia»: gli slogan per cui milioni di loro coetanei, nel Novecento (e non nell´antichità) sfilavano, manifestavano, urlavano, si arruolavano, correvano a morire sui vari fronti di guerra. Con date già fondamentali (24 maggio, 4 novembre, 25 luglio, 25 aprile), e poi "di confine" secondo le sociologie e ideologie trasversali, meticce, nomadi, di frontiera.
Qui, basta fare la cosiddetta mente locale. «Diaz», nel 1918, era il comandante dell´esercito italiano vincitore della Grande Guerra. E dunque, il firmatario del Bollettino della Vittoria: tipico «luogo della memoria» perché evento assolutamente unico, ed eternato su lapidi in ogni Comune italiano.
Da quella Vittoria così insolita - e molto più importante di quelle calcistiche - deriva il «cult» del Milite Ignoto all´Altare della Patria. con tante cerimonie di Stato che tuttora vi si svolgono. Nell´ambito del cosiddetto Vittoriano: cioè il discusso monumento al controverso Vittorio Emanuele II, dibattuto «Padre della Patria». E´ opinabile anche nel Monumento, oltretutto in Piazza Venezia: prima esaltato, poi vituperato, e quindi rivalutato grazie a una nuova illuminazione turistica. Dunque, OK in quanto post-modern e Kitsch.
Più in piccolo, analoghe denigrazioni e rivalorizzazioni hanno colpito un altro «luogo della memoria»: il Vittoriale di D´Annunzio, sul Garda. Ma sul Vittoriano, e sul Savoia, grava come «luogo della memoria» il famoso (o famigerato) Incontro di Teano. Garibaldi consegna al Savoia il Regno del Sud sottratto ai Borbone. Quindi, un inizio di subordinazioni furibonde per i Napoletani? O fonte di grattacapi perenni per i Milanesi? Per qualche tempo, il Bollettino della Vittoria fu anche fonte di spiritosate all´italiana. Infatti, siccome finiva con «Firmato Diaz», molti ingenui patrioti battezzarono «Firmato» i loro neonati, credendo che quello fosse il primo nome, come più tardi «Benito» (che in Italia non esisteva) nel caso del Duce. Che venne molto favorito da titoli tipo «La Vittoria Tradita».
Ora, però, il sommo G.B. Vico direbbe: corsi e ricorsi storici. Infatti, il nome «Diaz» torna a caratterizzare un altro luogo della memoria: la scuola-sacrario a Genova, dove un anno fa si è ripetuto l´evento che noi bambini dovevamo ricordare ogni sabato, marciando e cantando: «Fischia il sasso, - il nome squilla - del ragazzo di Portoria, - e l´intrepido Balilla - sta gigante nella Storia». (Riscrivere?).
A questo punto, i vecchi filosofi come Popper e Bobbio forse ripresenterebbero la distinzione fra società chiuse e società aperte. E allora adesso molti si chiederanno se bisogna chiudersi dentro il Risorgimento e la Resistenza (ignoti all´estero), oppure aprirsi aggiungendo al Crocefisso e alla Madonna anche la Stella di Davide e la Mezzaluna Islamica, benché molti loro fedeli non sembrino ben disposti a una fusion «multi-culti».
Però, i valori italiani più condivisi all´estero ci risultano la pizza, la mafia, e i calciatori o i motociclisti. Molto più popolari e tipici della Divina Commedia o della Madonna Sistina. Cavour o Parri, così «fondanti» all´interno di una società chiusa, appaiono «chicche» per corsi di italianistica. Come Bismarck o Michelet ai corsi di germanistica e francesistica. Ma in una società aperta e turistica i valori condivisi riguardano soprattutto la Venere di Botticelli e gli scavi di Pompei. Il Vesuvio batte perfino Carlo Alberto, la Costituente sarà forse una tappa verso gli spiccioli dell´euro senza passare al «change».
Quando si era bambini del dopoguerra, certo, si replicavano per centinaia di sere le riviste di Totò e di Wanda Osiris con le spiritose parodie dell´Orlando Furioso e dei Promessi Sposi. E un pubblico di «tutto esaurito» evidentemente in grado di ridere al momento giusto, nei couplets satirici di Garinei e Giovannini o Michele Galdieri sui dettagli di Manzoni e dell´Ariosto. Cultura «liceale» diffusa? Non si poneva, con seriosità sinistra, il tormentone di cosa commemorare e cosa demistificare. Le tombe del Pantheon, o l´antro della Sibilla? L´Enciclopedia Treccani, o i santuari di Don Orione o di Padre Pio? O la Borsa di Milano?
Si era rimasti, in fondo, alle vecchie indicazioni ottocentesche del poeta Mallarmé: «Donner un sens plus pur - aux mots de la tribu» ... Senza prevedere che le prossime tribù sarebbero state insieme tribali e di confine, etniche e pluriculturali, trasgressive e politically correct. Con nozioni temporaneamente obiettive, concetti momentaneamente sicuri, miti fugacemente immutabili...
Ma qui i vecchi pensatori a volte ritornano. Volete la verità storica o la verità scientifica? La verità teorica, o quella pratica? Sbrigatevi, bambini, qui è l´ora di chiudere, e non si fa il cottimo. Volete Carlo V o Francesco I? I gesuiti o la massoneria? Il Corano, la Bibbia, o il Faust, o il Don Chisciotte, o la Gerusalemme Liberata? Il Barbiere di Siviglia, o il Moro di Venezia? O preferite l´horror e il noir, e il giallo, e il sangue, con sesso-droga-rock´n´roll e le indagini del commissario e le violenze sui detenuti?... Non la fate lunga. Le aquile romane, che ne hanno viste di ogni colore e revisione, sono lì che vi guardano.
Alberto Arbasino

Alberto Arbasino

Alberto Arbasino, nato a Voghera nel 1930 si è laureato in Diritto Internazionale all'Università di Milano, è giornalista, saggista, critico musicale e scrittore di vasta cultura, di forte impegno civile e di salda intransigenza morale. Membro del Gruppo '63, ha collaborato con alcune importanti riviste come ‟L'illustrazione italiana”, ‟Officina”, ‟Il Mondo”, ‟Tempo presente”, ‟Il Verri”, e il quotidiano ‟La Repubblica”. La sua produzione narrativa e saggistica ci ha abituati a spregiudicate analisi della società e della cultura contemporanea. Della sua ricca e varia produzione, Feltrinelli ha pubblicato tra l’altro: L’anonimo lombardo, Fratelli d’Italia, Certi romanzi, La maleducazione teatrale. Strutturalismo e drammaturgia, Super-Eliogabalo, Sessanta posizioni e, più di recente, Rap! (2001, Premio nazionale Flaiano per la satira 2002) e Rap 2 (2002). Al commento politico e alla critica degli avvenimenti contemporanei ha dedicato dei saggi molto discussi come Fantasmi italiani, In questo stato (sul caso Moro), Un paese senza, Paesaggi italiani con zombi.

 

 

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