JOHANNESBURG - Una fuga silenziosa, che mina il Paese dalle fondamenta. Dalla fine degli anni Novanta decine di migliaia di bianchi hanno fatto le valigie, vanno in Canada, Australia, Gran Bretagna, Nuova Zelanda. Lo fanno proprio ora che lo spettro dello scontro etnico si allontana e il Paese riprende fiato dopo il disordine seguito all´abolizione dell´apartheid. La fuga non riguarda tanto i ricchi delle grandi città, non tocca i rancheros degli altipiani o i latifondisti del Sud-est. La parola d´ordine "emigrare" non si diffonde tra i portatori di capitali, ma tra i giovani laureati, figli dei tempi nuovi, medici e avvocati di belle speranze, ingegneri, tecnici dell´industria manifatturiera e dei servizi finanziari. Come dire: i futuri quadri di un Paese che ha urgenza di rifondarsi su basi nuove per gestire le sue grandi risorse.
I dati parlano da soli. Secondo stime ufficiali l´emorragia viaggia al ritmo di diecimila persone l´anno, ma uno studio della University of South Africa, coordinata da Yohann van Rooyen, rivela che il volume è triplo. Trentanovemila "cervelli" se ne sono andati nel solo ´99 e da allora l´esodo avrebbe già surclassato le centomila unità.
Uno studio della Banca Mondiale dice che gli effetti si fanno pesantemente sentire. La grande industria di Johannesburg fatica a trovare personale all´altezza, perfino gli ospedali restano senza specialisti, non reggono alla grande fuga verso l´estero dei neo-laureati in Medicina (35 per cento del totale). Il governo cerca di rimediare bloccando l´esportazione dei capitali, ma fa poco o nulla per importare intelligenze nel Paese. Secondo il Financial Times c´è chi non vede male la partenza dei bianchi, per le opportunità che questa può aprire ai neri. Ma tra questi ultimi la formazione professionale è indietro, e così nel Paese si apre un vuoto pericoloso, con ripercussioni a cascata sui posti di lavoro meno qualificati e una perdita annua quantificabile sui 300 milioni di euro. "Se il Sudafrica vuole crescere - spiega Greg Mills, del Centro studi affari internazionali - deve assolutamente aprire le porte alle intelligenze straniere" .
I motivi della diaspora li leggi sui reticolati elettrici che circondano le belle ville di Durban e Cape Town. Quei fili spinati rivelano qualcosa che gli ex padroni assoluti del Sudafrica non hanno mai provato: insicurezza. Ansia per il crimine collegato all´immigrazione massiccia verso le periferie metropolitane, immigrazione che fu proprio il governo dell´apartheid a favorire dalle campagne. Secondo lo stesso studio dell´Università del Sudafrica negli anni Novanta il Paese avrebbe conosciuto un ritmo impressionante di 70 omicidi al giorno e un numero incalcolabile di reati sessuali. Anche la piccola criminalità è in aumento. Oggi anche il centro di Pretoria, un tempo città modello rispetto alla turbolenta Johannesburg, è diventato impraticabile. I bianchi, non li vedi quasi nelle strade della city.
Vivono blindati, parcheggiano le loro auto nei sotterranei, salgono in ufficio direttamente con l´ascensore, hanno spostato tutta la loro vita residenziale nei viali alberati dei quartieri di Hatfield e Brooklin. Daniel Meyer, un grosso antiquario di Cape Town, ha talmente paura che possa andarmene a piedi per la sua città, che interrompe il lavoro, chiude bottega e mi porta a destinazione con la sua automobile. Per strada, fornisce una dettagliatissima mappa dei pericoli, strada per strada. Spiega: "Qui ti derubano, lì ti estorcono elemosina, qui ti mettono un coltello nella pancia". Sunette Krogh, di Pretoria, sconsiglia assolutamente di mettere il naso in centro per lo shopping e dirotta gli amici su un centro commerciale blindato nella periferia-bene. E tutti, assolutamente tutti, ti dicono di non mettere piede a Durban e sulle spiagge del Sudest.
Sbarchi all´aeroporto di Johannesburg e il primo slogan che leggi sui muri è "tolleranza zero". Per uno straniero è difficile capire. Ovunque, fuori dai centri urbani, si viaggia in grande libertà e sicurezza, anche nei territori più isolati. Nei giardini, nei parchi, nelle strade, nelle toilette pubbliche, la polizia è sempre esemplare, non leggi segni di scollamento organizzativo del paese. Tanto meno, senti lo Zimbabwe dietro l´angolo. Il Sudafrica rimane, senza ombra di dubbio, il paese più ordinato del continente. Quanto alla tensione etnica, diminuisce nonostante il potere economico sia ancora tutto nelle mani dei bianchi. Nei cittadini di colore non c´è quasi mai un approccio aggressivo. Visiti la prigione di Mandela e constati che anche la peggiore memoria della repressione è gestita per costruire non odio ma riavvicinamento.
"Ho l´impressione che i neri ricomincino a guardare a noi bianchi con interesse. Ci vedono come una garanzia di stabilità" spiega Sonia Human, bionda titolare a Betlehem di un bed and breakfast che riproduce nei minimi particolari l´Olanda da cui vennero i primi coloni. "Il problema è esclusivamente criminale" insiste Neil Ponting, titolare di un´industria di tessuti di Nelspruit, un bel centro del Nordest. La controprova è che se ne vanno anche molti neri. "Succede che la polizia non ha mezzi per reprimere e la giustizia non ha l´autorità per condannare". La situazione è delicata, con la memoria dell´apartheid alle spalle. Molti magistrati bianchi se ne sono andati all´estero, e quelli neri hanno avuto paura di usare un pugno di ferro che ricordava il vecchio padrone. Anche Neil ha avuto, anni fa, voglia di fuggire. Temeva fosse arrivata la fine di tutto.
Ha girato un po´ il mondo in cerca di un nuovo approdo. Poi il mal d´Africa l´ha fatto tornare. "Ho capito che non potevo lavorare lontano da questa natura e da questa gente. I neri di queste parti sono straordinariamente miti". Ma altri fuggono, si mettono sul mercato globale. Non hanno fiducia in un paese silenziosamente malato, colpito dal crimine come da tassi apocalittici di Aids e disoccupazione dilagante. Per non parlare del crollo del rand - valuta locale un tempo potentissima - che ha decimato il potere d´acquisto della middle class sudafricana rispetto a europei e americani. Secondo Andrew Hardy, operatore turistico, anche i sindacati hanno le loro colpe. "Hanno spinto troppo in là le loro richieste, hanno messo in crisi le aziende, e molti stranieri venuti qui quando il rand era forte, sono tornati a casa. Hanno chiuso imprese edili, miniere. Persino le miniere d´oro".
Chiaroscuri dell´era globale. Se molti sudafricani fuggono in Europa, non ci sono mai stati tanti europei in Sudafrica come quest´anno. Il rand debole ne ha attirati a centinaia di migliaia, e Marlize Hookers, una ragazza bianca che scorta armata i turisti tra rinoceronti e leoni in tandem con un collega nero, afferma di credere "nel potenziale enorme" della sua terra. Spiega: "Prima eravamo un paese bloccato. Oggi viviamo le turbolenze di una transizione. Io ho fiducia. Forse stiamo semplicemente diventando un paese normale. Con i suoi squilibri e le sue paure".
Paolo Rumiz

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli”, 2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (con Riccardo Carnovalini; 2016), Il filo infinito. Viaggio alle radici d'Europa (2019) e, nella collana digitale Zoom, La Padania (2011), Maledetta Cina (2012), Il cappottone di Antonio Pitacco (2013), Ombre sulla corrente (2014), Gulaschkanone (2017).

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