Non esiste maniera migliore, per conoscere un paese, che entrare nelle sue case. Il turismo degli alberghi, dei residence, degli ostelli, dei camping, ha comunque qualcosa di relegato e asettico, come una rete accuratamente predisposta per separare l’alieno dal familiare, lo straniero dal domestico. E ognuno di noi, varcando la soglia di una casa straniera, ha provato la sensazione di essere finalmente arrivato "dentro" quel paese, di cominciare a viverlo e non solo visitarlo. Gli oggetti, i mobili, le abitudini, gli odori di una casa raccontano la vita quotidiana e privata dei suoi abitanti. E lo scambio di case offre ai suoi protagonisti l’emozione di un breve periodo di contaminazione autentica, di meticciato consapevole. Non c’è museo, monumento o locale pubblico che sappia sprigionare la stessa intimità e la stessa verità di una casa. Ricorrendo a una metafora amorosa, potremmo dire che il turismo tradizionale è appena il corteggiamento di un paese, abitare in una casa equivale all’amplesso... Naturalmente, la promiscuità ha sempre un prezzo: di imbarazzo e di violazione, per esempio. Se lo scambio di case è economicamente molto vantaggioso, la «sconvenienza» sta tutta nell’idea di una famiglia sconosciuta che usa il tuo cesso, dorme nel tuo letto, beve dalle tue tazzine, tocca le tue cose. Come tutte le cose gratuite - e torniamo inevitabilmente nella metafora amorosa - lo scambio di case prevede un notevole investimento sentimentale, richiede una disponibilità personale, un rischio emotivo. Io entro (fisicamente) nella tua vita, tu entri nella mia. Non è un caso che questo genere di pratica coinvolga, in genere, persone di livello culturale medio-alto, predisposte alla contaminazione e anzi curiose di viverla. Il turismo di massa è in genere protettivo e asettico, globalizzato nel senso più deteriore del termine, tende a ripetere ovunque gli stessi ambienti (magari con qualche concessione, molto turistica, al "pittoresco" del luogo) e perfino gli stessi cibi - la famosa, anzi famigerata, "cucina internazionale". Chi sceglie di abitare una casa altrui si costringe, pedagogicamente, a fare la spesa in negozi sconosciuti, usare attrezzi e servizi ignoti, sperimentare una quotidianità aliena e non protetta. Sceglie di spaesarsi davvero, e reincarnarsi paesano di un altro luogo. E immagina, nel contempo, i suoi scambiatori che trafficano in casa sua, e magari trovano esotico e affascinante o misero ciò che per noi è solo abitudine. Se viaggiare significa cambiare, allora scambiarsi la casa è davvero la maniera più diretta per viaggiare davvero. Un’ispezione appena nervosa dello stato del proprio domicilio, al rientro, sperando di trovare tutto al proprio posto, niente di rotto, niente di modificato, è il giusto prezzo da pagare a un’esperienza che contraddice, finalmente, l’insensata pretesa turistica di viaggiare sempre sotto tutela, sempre uguali a se stessi. Perfino eventuali cambiamenti in casa propria - un oggetto spostato, un cibo ignoto nella dispensa - sono la controprova che si è viaggiato davvero, che ci si è fatti penetrare dal virus dell’ignoto.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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