Il giusto castigo, per il signor Ronaldo, è già arrivato. Basta leggere i commenti unanimi dei giornali, scorrere i siti delle tifoserie (tutte, non solo quella interista), chiacchierare tra gli ombrelloni, e si scopre che l' eroe di questa piccola grande storia di fellonia sportiva non è lui, il pentacampione del mondo, il Cristo Re delle pubblicità, il Risorto dell' ortopedia. TROPPO banale, già vista, già sentita, è questa sua distrazione dalla gratitudine, lungo i binari consunti dell' ambizione professionale oggigiorno intasati da qualunque travet di qualunque mestierino. La sua manfrina madridista - comunque vada a finire - non è neanche un tradimento (c' è una rischiosa grandeur, nel tradimento, una rispettabile drammaturgia), è appena una ordinaria mossa di carriera, con tanto di manager a maneggiarla. No, nella percezione comune il protagonista, l' eroe è Massimo Moratti, il padrone perbene che per due anni ha pagato fior di stipendio a un defunto dello sport, lo ha mantenuto alla speranza, lo ha difeso dai diffidenti, lo ha aspettato come Penelope, e adesso, nell' ora del voltafaccia, proprio quando rischia la recrudescenza della sua fama di perdente e di troppo dabbene, si gode un inatteso trionfo morale e (speriamo) economico. Non c' è chi non dica: vendilo, quell' ingrato, liberati dei suoi servigi interessati, e cerca di lucrare un bel po' di quattrini. Meglio, molto meglio un Kallon entusiasta di un Ronaldo distratto e schizzinoso. Il coro pro-Moratti è impressionante e compatto, e in fondo neanche tanto sorprendente. La dice lunga sull' ormai annoiata accoglienza che il pubblico riserva a queste faccende di business sportivo, da anni sempre uguali a se stesse, identiche giustificazioni ("eh, che volete, non ci sono più i giocatori-bandiera") per identiche vicende di disamorevole e a volte disonorevole mercato delle maglie, rotture di contratti che valgono il tempo di un applauso e di parole date tanto per darle. Tutto molto prevedibile, un copione così consunto che i riflettori si sono subito spostati sull' antagonista ideale, il miliardario perdente con fama di pagatore eccessivo, e di tutore credulo e inesperto, che però riluce, nella contingenza, di un' inconsueta (nello sport e altrove) fama di coerenza e rispetto per le cose umane: è stato il solo, Moratti, a credere nel recupero del campione, ad accarezzare il suo ginocchio franto tra i sorrisi di compatimento di tutti, a strapagare la degenza più lunga della storia del calcio. Non gratis, si scopre alla fine: perché, a parte la montagna di euro che il Real Madrid dovrà versare, Moratti oggi riscuote il credito, impagabile, di una popolarità solida e gentile, che ne riconosce la signorilità e la buonafede, e rovescia l' antica critica (mancanza di furbizia) in elogio. La furbizia è tutta di Ronaldo, e non gli vale certo un titolo in più, un surplus di simpatia. Incrina, anzi, il mito del fuoriclasse sfortunato per la cui guarigione tennero il fiato sospeso non solo gli interisti, ma chiunque abbia provato dolore per quell' arto che crocchiava. Quello di questi giorni è, per Ronaldo, l' infortunio più grave. Nemmeno il chirurgo più famoso del mondo può restituirgli l' integrità di quella complicatissima articolazione che è la rispettabilità morale. L' Inter, in quel ruolo, ha già il suo nuovo bomber, che è Massimo Moratti.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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