L’estate rigorosamente energy ci impone di liberarci delle zavorre. L’etica non è il nostro forte, né come italiani, né come cittadini globali. Dunque, la notizia che 110 mila animali, tra giugno e luglio, sono stati abbandonati per le strade del nostro Paese, con un aumento del 10% rispetto all’anno scorso, rientra tra i record tristemente prevedibili. La nostra sensibilità anestetizzata rende difficile lo stupore, a meno che non si tratti di finzioni televisive. Per accontentare i nostri figli , e sistemare per qualche ora la nostra coscienza di genitori inetti o latitanti, val bene un videogioco, come un cane o un gatto, meglio se cuccioli. E se nel tran tran quotidiano delle giornate di lavoro, tutto sommato, non guasta l’uscita serale per la popò di Fido (il movimento, in fondo, fa bene al fisico...), l’estate rigorosamente energy ci impone di liberarci delle zavorre. Liberarci per poter ballare più leggeri le macarene collettive nei villaggi turistici e concederci senza ingombri all’acquagym di mezzogiorno, mentre i piccoli sguazzano in piscina, sicuri e felici nei loro baby-club. E Fido? Scaricato in campagna o per strade provinciali poco distanti da casa. Sì, perché pare che l’inciviltà dell’abbandono animale, quest’anno, pur crescendo sul piano numerico, sia un po’ meno incivile (si fa per dire) che in passato. E gli italiani, sensibili (si fa per dire) alle sempre più diffuse campagne animaliste (quella dell’editore Bonelli di «Tex», per esempio), abbiano accolto l’allarme, ma solo parzialmente, per carità («va bene tutto, ma non esageriamo...»).Così, il loro buon cuore gli impone di non lasciare più in autostrada (come in passato) cani o gatti ad uso invernale e di optare per le vie secondarie, rurali o di paese, sicuramente meno pulp. In modo tale che Fido («povero Fido, è tanto carino») non venga sfracellato al primo passo e neanche al secondo, ma che possa contare, almeno, sulla propria capacità di trovarsi un rifugio («è una bestia tanto intelligente, vedrai che ce la farà!») o su un padrone occasionale («con tanta brava gente, in giro...»).In fondo, ci sarà pur sempre qualcuno che rimanga in paese o in città a trascorrere in solitudine i suoi pomeriggi troppo azzurri e lunghi, come nella canzone di Paolo Conte. E non c’è niente di meglio che un cane per sentirsi meno soli. Viceversa, quelli che soffrono di solitudine a tempo pieno i loro cani e i loro gatti (non stagionali ma assunti a tempo indeterminato) se li tengono stretti anche d’estate. A maggior ragione d’estate. Perché, si sa, sono ancora molti, purtroppo, quelli che non hanno nessun aereo che li aspetta: e che la loro Africa continuano a cercarsela in giardino o sul balcone. E se escono nelle sere d’agosto, escono solo per portare il loro Fido a fare la popò tra l’oleandro e il baobab nano sotto casa.
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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