Alla fine, la protesta è arrivata. Quella ufficiale che finalmente accoglie le istanze di tutti i detenuti e non solo le aspettative del ristretto numero dei cosiddetti "quarantunisti", cioè quelli del carcere duro.
Una strada lunga, quella intrapresa dal popolo delle celle. Lunga e accidentata, per via delle implicazioni politiche, non sempre utili, che di volta in volta sono intervenute ad interferire col discorso da tempo cominciato sulle condizioni dei detenuti. Proprio in quest´ultimo periodo, infatti, a complicare il già difficile confronto con le istituzioni è arrivata la violentissima polemica provocata dalle palesi "richieste" di Cosa nostra che, per bocca di "illustri" dirigenti delle "famiglie", invoca l´abolizione della carcerazione differenziata destinata a mafiosi e terroristi ed indica come "inadempienti" i legali (alcuni ex difensori) eletti in Parlamento e - secondo i boss - poco impegnati sul fronte della battaglia per abolire il "41 bis".
E così è cominciata la protesta. Non è una rivolta, come qualcuno l´ha definita. No, accade che un numero indefinito di istituti di pena (i numeri variano da 60 a 80 su più di 200) si sono mobilitati: si battono le stoviglie contro le grate, molti detenuti rifiutano il cibo (senza tuttavia inaugurare uno sciopero della fame), altri non prendono parte ai tradizionali lavori quotidiani.
Una protesta - al Dipartimento dell´Amministrazione Penitenziaria nessuno pronuncia la parola "sciopero" - che prende corpo dopo una lunga rincorsa, cominciata da molto tempo e accelerata due anni fa, in occasione del Giubileo e della visita del Papa a Rebibbia. Nessuno ha dimenticato i momenti di grande tensione di quella estate, quando l´esplosione della rivolta veniva data come "avvenimento non da escludere" e un´azione calmierante era stata assicurata proprio dalla presenza degli stessi mafiosi, allora ancora ottimisti sulla possibilità di sfondare sull´intransigenza istituzionale per via di un certo "colloquio" appena intrapreso all´interno delle carceri. Oggetto di assemblee a distanza (che si svolgevano nei diversi istituti di pena, alcuni molto distanti tra di loro) era il tentativo di trovare una strada che potesse in qualche modo favorire un certo "dialogo" con lo Stato, in cambio - manco a dirlo - di un alleggerimento della carcerazione differenziata, il "41 bis", divenuta la vera ossessione dei boss mafiosi.
La fuga di notizie sui giornali bloccarono ogni velleità, diciamo, "trattativista". Ma non tramontava l´ansia dei boss che ormai cominciavano a prendere coscienza delle "reali difficoltà" che le loro richieste erano destinate ad incontrare e nell´opinione pubblica e nello stesso Parlamento. Fatto è che da più d´un anno sembravano passate in secondo piano le problematiche dei sessantamila detenuti italiani e stranieri, le sofferenze dei "comuni", per offrire la vetrina al dibattito sul "41 bis" e sulle ipotesi di incostituzionalità del decreto governativo più volte reiterato. Il carcere sovraffollato, gli ammalati curati in ambienti poco idonei, i mille problemi di igiene, le tante promesse dei diversi governi sempre disattese, cedevano il passo al nervosismo, sempre meno simulato di Bagarella e soci. Fino a quando, dopo l´ennesimo, violentissimo scontro sul pericolo di ritorsioni mafiose nei confronti di Marcello Dell´Utri e Cesare Previti, indicati in una nota del Sisde come possibili obiettivi della mafia e messi in relazione proprio all´irrisolta "questione carceraria" di Cosa nostra, abbiamo visto riaffacciarsi il tema del carcere in tutta la sua interezza. Con tanto di piattaforma rivendicativa e leader (Vittorio Antonini dell´associazione Papillon) che sottolinea l´estreneità della protesta a "qualunque interesse di parte". "Noi - dice - rappresentiamo il complesso di interessi di tutti i detenuti, dai "bucatini" di quartiere al siciliano chiuso negli "speciali"". E in effetti le richieste inoltrate al governo sembrano coprire un ampio spettro di aspettative: dal miglioramento delle condizioni ambientali, alla riforma del codice penale. C´è spazio anche per i problemi legati alla detenzione dei cittadini extracomunitari.
E la richiesta di indulto e amnistia, "buona" per piccoli e grossi, un tema caro anche a Cosa nostra, come dimostrano le relazioni del colonnello dei carabinieri, Michele Riccio, che parlano di riunioni di Cosa nostra per orientare le campagne lettorali in cambio di assicurazioni sulla concessione dei provvedimenti di clemenza. E poi, ovviamente, l´abolizione dell´art. "41 bis", rivendicazione sempre presente. C´entra la mafia con la protesta appena cominciata? Nessuno può dirlo, e - infatti - non lo dicono neppure le relazioni dell´amministrazione penitenziaria al ministro. Note che, al contrario, tradiscono un certo ottimismo sull´evolversi delle manifestazioni. Tranquillità giustificata? Tutti se lo augurano, anche se qualche preoccupazione emerge dagli sguardi indecifrabili degli operatori. Intanto, incombe la ripresa delle "ostilità" dei boss mafiosi, determinati a giocarsi tutto per impedire che il carcere duro diventi un istituto perenne, come il governo ha più volte annunciato. E´ nota la prudenza di Cosa nostra e sembra poco probabile la scelta di ricorrere alle maniere forti. Ma chi è in grado di garantire l´assoluta gestione di un territorio (il carcere) così variegato e scivoloso? Forse, in un clima come quello attuale caratterizzato da un forte scontro politico, il pericolo maggiore può essere rappresentato anche semplicemente dall´"iniziativa privata" di qualche esaltato che innesca una miccia solo perchè convinto di fare una cosa buona che gli potrà procurare la riconoscenza di qualche "potente". E questi timori, la polizia carceraria li ha ben presenti.
Francesco La Licata

Francesco La Licata

Francesco La Licata ha cominciato nel 1970 lavorando in cronaca per ‟L’Ora di Palermo” e poi occupandosi delle più importanti vicende siciliane: la scomparsa di Mauro De Mauro, l’assassinio del procuratore Pietro Scaglione, la guerra di mafia e i processi che ne scaturirono. All’inizio degli anni ottanta è chiamato al “Giornale di Sicilia”. Dal 1989 è alla “Stampa”. Ha scritto (con Galluzzo e Lodato) Falcone vive (Flaccovio), la prima intervista concessa dal giudice e ripubblicata nel 1992 dopo la strage di Capaci. Nel 1993 esce per Rizzoli Storia di Giovanni Falcone, una biografia del giudice supportata dalle testimonianze di Anna e Maria Falcone. Il libro – che ha ispirato la fiction televisiva di Raiuno – è stato riedito, nel 2002, da Feltrinelli. La Licata scrive per cinema e televisione, fa parte della redazione di Blu Notte, Misteri d’Italia, il fortunato programma tv di Carlo Lucarelli, e ha partecipato alla sceneggiatura del film Convitto Falcone (2012). In passato ha collaborato anche con “l’Espresso”, “Epoca” e con il settimanale televisivo “Mixer” di Giovanni Minoli. Recentemente ha scritto, con il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, Pizzini,veleni e cicoria. La mafia prima e dopo Provenzano (Feltrinelli, 2007) e, con Massimo Ciancimino, Don Vito (2010).

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