Ragazzini sul mercato a un euro l´ora. Per trovarli non serve andare nelle miniere di sale dell´Africa. Basta cercare nei cantieri edili del pianeta Italia. Basta ascoltare la storia di Enver, uno schiavo albanese di 14 anni che si spacca la schiena tra Voltri e Sampierdarena, un minore che la legge dovrebbe tutelare e che invece, proprio a causa di quella legge, finisce nell´ultima categoria degli schiavi del sommerso: quelli in attesa di rimpatrio. I più miserabili, i più ricattabili di tutti. Un terzo mondo sotto casa.
Su una panchina sul lungomare di Genova, con accanto i turisti in coda verso l´acquario, Enver racconta. Non ha paura di parlare; tanto ha i giorni contati, già domani la polizia potrebbe rispedirlo a casa. Sorride, si accende una sigaretta. Ha occhi da uomo in un corpo nervoso da ragazzo. Non somiglia niente ai nostri adolescenti bambagia e telefonino. Anche la sua voce è diversa, più dolce. Viene dal pianeta degli ultimi.
Lavoro, lavoro, lavoro. Già a dieci anni non ha altro in testa. Togliersi dalla miseria, non essere di peso. Sgobba come garzone in una fabbrica di colla, due anni per arrivare a mille euro, il costo del viaggio in Italia. Non dice niente alla famiglia, gli requisirebbero tutto. Ed è l´imbarco, una notte senza stelle dell´aprile 2001. Il freddo, la paura, l´arrivo sulle rocce del Salento, il treno per Genova. Gli dicono: lì c´è un Comune che funziona, aiuta i minori. Alia, un amico, ha già preso quella strada. Ha 15 anni, ha fatto un corso di formazione e lavora; ha una ragazza italiana, le Nike e la Polo. Gli ha scritto: presentati in questura, la legge è dalla tua, non possono farti niente. Ti daranno un visto per minori non accompagnati.
Lui segue le istruzioni, ma le cose si complicano. La polizia gli dà un altro pezzo di carta. Una cosa nuova, si chiama permesso di "affidamento temporaneo". Per pochi giorni, Enver è rimasto fregato. A metà aprile è arrivata una circolare, un´italica circolare, e la legge Turco Napolitano che sancisce la non espellibilità dei minori non funziona più. Cambia tutto. Non decide il tribunale ma un comitato, a Roma. Lì un funzionario sconosciuto deciderà se puoi restare o ti riaccompagnano da mamma tua. Non è un´espulsione, per carità. Oggi si chiama "rientro assistito", lo fanno per proteggerti. L´ultima pensata della Sinistra prima delle elezioni.
Quanto ci vuole per decidere? Tre mesi, gli dicono. E nel frattempo? Proibito lavorare, dobbiamo proteggerti dallo sfruttamento. E la formazione professionale? Finita. Il Comune ha preso la circolare alla lettera, ha ridotto al minimo i programmi di ricupero. La nuova, salvifica parola d´ordine è: aiutamoli a rientrare. Dunque, non serve spendere su di loro in Italia. Già, ma intanto? Gli dicono: avrai un ricovero notturno, una scuola da seguire, un pasto e cinque euro la settimana. Enver non capisce. Non riesce a immaginare che, per pochi giorni, il paradiso è diventato purgatorio.
A Torino sarebbe un´altra storia, lì c´è una macchina che lavora per integrare. Qui lo parcheggiano in un dormitorio in città vecchia, un labirinto di balordi e alternativi, in mezzo alle macerie di uno sventramento. Ci può stare solo di notte, di giorno non ha che la strada. Precario il letto, precari gli incontri, precaria la scuola. Si chiede: a che serve studiare se il destino è l´espulsione? Se lo chiedono anche gli insegnanti, che non possono programmare niente per lui. Lui pensa: se faccio il bravo, magari finisce che mi danno il visto. Errore. Scopre che due fratelli albanesi, bravissimi a scuola, sono stati rispediti a casa contro la loro volontà. E contro, anche, la volontà della madre, che aveva speso tutto proprio per farli studiare. A Roma non sapranno mai quanto vali, la tua bravura o la tua disciplina.
Passano i mesi, un anno. Uno dopo l´altro i minori "non accompagnati" sono rispediti a casa. Li convincono mettendoli davanti a incomprensibili carte firmate, dicendo che è per il loro bene. Promettono un lavoro, dicono che in patria ci sono programmi di cooperazione. Ma Enver telefona alla mamma, lei spiega che non è vero niente, la miseria è sempre la stessa: fame, luce razionata e mafia padrona. Intanto i "pattuglioni" fanno retate notturne; dopo la guerriglia del G8 vanno meno per il sottile, ti portano via senza controllare l´età. I minori non li tutela più nessuno, né magistratura né avvocati. Con la Destra al governo, non è più il tempo delle regole. La vecchia Genova si svuota, non vedi più ragazzini stranieri in giro. Una pulizia etnica.
E´ passato un anno, Enver aspetta la sua ora, la decisione non arriva. Forse la pratica s´è persa. Ormai ha 14 anni, in Albania a quell´età sei un uomo. Ha capito tutto: quella che chiamano "tutela" è un dispositivo di assoggettamento, il "rientro assistito" un´espulsione. E la "lotta contro lo sfruttamento dei minori", proibendo il lavoro visibile, ti caccia nei bassifondi del sommerso. Ed è lui stesso a scegliere questa strada, pur di uscire dalla spirale perversa dell´assistenza e dell´inutilità. Vuole socializzare, vivere, uscire da quel limbo maledetto. Vuole, soprattutto, guadagnare: è venuto per questo.
Si butta nello stomaco di Genova, diventa un ragazzo da marciapiede. A disposizione di chiunque, in uno spazio subalterno dove nemmeno la precarietà è stabile. Smette di andare a scuola, assume un´identità "liquida", debole, da schiavo perfetto. Ma non ha scelta. "Non voglio vivere da parassita", spiega con un fremito d´orgoglio, tutto albanese. Chiede: "Posso aiutare, signore?". Oppure: "C´è da scaricare, amico?". Fa un po´ di giardinaggio, scarica sacchi in un mercato ortofrutticolo, cassette in una pescheria. Rischia una bastonatura, perché chiede troppo poco e deprime il mercato. In porto, i camalli non lo vogliono neanche dipinto.
Lo prendono come lavapiatti in una pizzeria, gli dicono che è uno "stage", un apprendistato. Sgobba otto ore al giorno, ma non c´è niente da imparare e il padrone non gli dà neanche le mance. Chiede un salario minimo, lo buttano fuori all´istante. Va a spostar fiori in una serra di Albenga, ma dopo tre giorni trova il suo dormitorio clandestino sigillato dalla polizia. Ha paura, torna a Genova. Lo aggancia la "mala", gli offre lavoro come "cavallino", il corriere che recapita la droga a domicilio. Rifiuta, ma non ce la fa a vivere, la tentazione di rubare è forte. Un italiano gli spiega: vai a battere, è il guadagno più facile. I pedofili hanno grana, potrai comprarti le Nike.
Le pattuglie lo fermano continuamente. Gli dicono: "Mostra le mani". Lo schema è elementare. Se non hai calli spacci droga, e finisci dentro. Se li hai, vuol dire che lavori, e ti lasciano in pace. Enver li ha, per fortuna. Ma non capisce. Non è la legge italiana che gli proibisce di lavorare? Intuisce che tutto è una macchina costruita per buttarti nel lavoro nero. Un giorno lo mettono dentro lo stesso, anche con i calli alle mani. Gli dicono "figlio di puttana", e lui reagisce. Racconta: "Mi hanno picchiato in tre, sono uscito dopo otto ore". Va da un prete che gli fa tagliare l´erba. Sta bene, almeno ha una casa durante il giorno. Ma non riesce a vegetare. Vuole vivere da uomo.
Il tamtam del quartiere gli dice che a Voltri c´è un cantiere edile, cercano bassa forza. Si presenta, gli palpano i muscoli, lo prendono per un mese, dieci ore al giorno, un euro all´ora. Gli mettono un casco, gli danno dei guanti. Ma non lo fanno salire sui ponteggi, troppo pericoloso. Enver deve solo rifornire quelli che stanno in alto. Gli danno anche tre tavole alla volta, o tre tubi da 3.70. Troppo per la sua età. Resiste quattro settimane, la schiena gli fa male, capisce che il capo-cantiere lo guarda storto, si è accorto che non ce la fa più. Allora decide di licenziarsi da solo. Spiega: "E´ troppo umiliante farsi mandare via. Almeno così uno se ne va a testa alta".
A settembre Enver torna dal prete. Si sente un lebbroso. Ormai aspetta il destino, il cellulare che lo porterà a Caselle o a Malpensa per il "rimpatrio assistito". Sa che è finita, il Comitato romano non fa restare nessuno. Capisce che è stata questione di giorni, che se fosse entrato in Italia solo una settimana prima, sarebbe salvo. Soprattutto, capisce che se fosse rimasto clandestino, se non si fosse presentato in questura, un anno e mezzo fa, nessuno l´avrebbe cercato. I marocchini l´hanno capito da tempo, ben prima degli albanesi, e si nascondono subito. L´idea di un diritto da rivendicare è loro estranea; per questo intuiscono meglio l´ipocrisia buonista del Sistema. Sanno perfettamente che se invochi i diritti della minore età, di fatto entri in un tritacarne che ti esclude dai medesimi.
Enver fuma un´ultima sigaretta, guarda il porto di Genova ridotto a un Luna Park e le nuove facciate della città storica sul fronte mare. Quei restauri per il vertice G8, un anno fa, li hanno fatti molti dei ragazzini che oggi non ci sono più. Adolescenti come lui, non accompagnati. Prima sfruttati, poi rispediti in patria.
Paolo Rumiz

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli”, 2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (con Riccardo Carnovalini; 2016), Il filo infinito. Viaggio alle radici d'Europa (2019) e, nella collana digitale Zoom, La Padania (2011), Maledetta Cina (2012), Il cappottone di Antonio Pitacco (2013), Ombre sulla corrente (2014), Gulaschkanone (2017).

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