Valentino Rossi ha più o meno gli stessi anni delle star più luminose del calcio. Ma per leggerezza ed entusiasmo, quando esulta nel quadro finale del suo ennesimo video-game vittorioso, sembra loro figlio. Un ragazzino che gioca, testimonial di uno sport dinamico e scapricciato.
Di questi tempi, con il calcio in depressione economica e il campionato sfarinato tra palinsesti sempre più avventurosi (penosissimo, in questo senso, l´oscuramento tecnico di Telepiù durante Milan-Perugia: robe da Rai di quarant´anni fa), viene spontaneo distrarsi, e incuriosirsi più del normale per gli altri sport. Una concorrenza vera non c´è mai stata: giusto l´atletica in periodo olimpico, la Formula 1 con la Ferrari in spolvero, gli sport di squadra quando gli azzurri salgono sul podio, riescono a contendere qualche spicchio di passione al calcio. Ma sarà sempre così? Se è vero che l´età media del pubblico, in molti settori merceologici (vedi musica, abbigliamento, comunicazione) tende a scendere fino quasi all´infanzia, allora l´adrenalina del giovane Valentino vale oro.
Certi campioni del pallone, a paragone dell' immagine da rocker del centauro di Tavullia, paiono malinconici cantautori. E certo, de gustibus, un fruitore maturo come chi scrive continua a sentirsi più prossimo a un Del Piero o a uno Zola che a un Valentino Rossi, così come preferisce ascoltare De Gregori o Peter Gabriel piuttosto che Britney Spears. Ma il calcio, così gravato di beghe politiche e di equivoci di immagine, così incerto del suo futuro, non dovrebbe cominciare a temere per le sue campagne di proselitismo? I bambini e i ragazzini di oggi, che sono il pubblico pagante di domani, non avvertono come noi adulti il fascino centenario di uno sport che vive anche di tradizione, di rituali antichi, di abitudini profonde (finché durano). Perfino il ritmo di una partita, che spesso ha le cadenze lente e misteriose di un tango, non è immediatamente godibile dai più giovani, abituati a un succedersi di occhiate, di immagini, di emozioni che il tatticismo non consente. Per proteggersi meglio, il calcio dovrebbe avere una compattezza (anche di calendario) che in questo momento non gli è consentita. Nei suoi ranghi allentati, in mezzo alle sue immagini troppo diluite e inflazionate, un lampo in motocicletta potrebbe rubare attenzione, e clientela... Niente è per sempre.
L' intera vicenda estiva del calcio in tilt si è retta sulla certezza che la popolarità del pallone, in Italia, è un dato acquisito, che il pubblico è in grado di digerire ogni intoppo e ogni veleno, che tutto, alla fine, si riaggiusta attorno all' amore inerziale che un popolo ha per il suo gioco identitario. E' vero, anzi è quasi vero. La supremazia del calcio si è retta, per anni, su consuetudini rispettate e regole certe, che rendevano facile e quasi spontanea la trasmissione di quella cultura ludica di genitori in figli. Violare quelle consuetudini come è stato fatto quest' anno, e sbriciolare ulteriormente lo spettacolo lungo orari i più improvvidi (sabato alle 18 la gente è tutta a spasso, i ragazzini non ne parliamo neanche), espone il calcio a rischi inediti. Un calciatore giovane come Valentino Rossi (il romanista Cassano, per esempio) deve ancora fare il suo vero debutto, e dopo anni di naftalina ha le cicatrici psicologiche di un veterano, e parla alle telecamere con la circospezione di un sottosegretario. Alla sua età, Rossi è già quattro volte campione mondiale. Gianni Rivera debuttò nel Milan a sedici anni: il calcio di mezzo secolo fa era molto più veloce, così veloce che non poteva essere sorpassato neanche in motocicletta. E il calcio di adesso?
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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