Emilio Tadini è morto, a 75 anni, nella sua casa di via Jommelli a Milano, la casa di suo padre, in cui ha sempre vissuto con la moglie Antonia e i figli Michele e Francesco. Si è spento serenamente, dopo una lunga malattia che ha fiaccato, prima che il suo fisico, il suo spirito vivace, sempre pronto all’ironia e allo scherzo.
Per questo, scrivere di Emilio al passato, per chi l’ha conosciuto, è una insopportabile contraddizione. Tanta e tale era la sua energia, la sua voglia di vivere, il suo desiderio di essere presente agli amici, al mondo. Non negli ultimi tempi, quando la malattia lo aveva debilitato ed era stanco: "Ho fatto tutto, ho avuto tutto", diceva, "in fondo posso anche chiudere", e allargava le braccia con quel poco di forza che gli era rimasta in corpo: "l’è inscì, è così...". Riusciva persino a scherzarci su. Quando è morto suicida Franco Lucentini, ha detto: "Bella fortuna abitare al quarto piano, io purtroppo sono solo al primo...". Sorrideva, non era il suo bel sorriso aperto di sempre, ma sorrideva. "Pensavo che fosse più difficile accettare l’idea della secessione definitiva, invece non è poi così drammatica, quando nella vita hai fatto quel che volevi, alla fine, in fondo...". Tutto ciò per dire che fino all’ultimo, la sua preoccupazione era evitare il patetico. Il tragico no, quello lo interessava eccome, da pittore e da scrittore (due facce inscindibili della sua creatività) e persino nelle sue predilezioni di critico e di giornalista: è stato collaboratore del Corriere. Il suo ultimo libro, uscito in questi giorni, racconta per brevi lasse La fiaba della pittura (edito da Pagine d’Arte). Tadini era irresistibilmente attratto dalla fiaba e dal comico, che nelle sue opere sono sempre l’altra faccia della realtà e del tragico.
Prima di tutto venne il poeta: che nel ‘48 Montale, Muscetta e Solmi gli assegnarono il premio Renato Serra per un poemetto che Vittorini pubblicherà sul Politecnico. L’esordio nel romanzo è con Le armi l’amore (Rizzoli), nel 1963, dunque in piena stagione neosperimentale. Solo in apparenza si tratta di un romanzo storico, essendo il racconto della vicenda di Carlo Pisacane (la sua fallimentare discesa al Sud) mescolato con soluzioni fantastiche e con chiare allusioni al presente. Lo scambio tra realismo e visione onirica, il pendolarismo, proprio del protagonista, tra azione e immobilismo meditativo innervano le pagine, la struttura e persino la sintassi. Ma la contaminazione è già qui a tutti i livelli: soprattutto nel tessuto linguistico, che di continuo intreccia alto e basso.
Emilio non ha mai nascosto la sua passione per Céline e Gadda. Interpretare il caos, accerchiare il mondo attraverso tutte le straordinarie potenzialità della parola: questa è la sua ricerca. La sua è una prosa che ama l’accumulazione, la corporalità e l’allucinazione, la molteplicità delle voci e dei punti di vista. Per a vere un secondo romanzo, bisogna aspettare ben 17 anni, perché c’è la pittura che preme. L’Opera (Einaudi 1980) si presenta come un romanzo giallo ma ne è quasi la parodia, così come è la dissacrazione dei templi dell’arte (gallerie, mostre, eccetera) e dei suoi linguaggi. C’è un giornalista, c’è un mistero, c’è un critico d’arte che uccide un giovane artista perché non può sopportare la banale realtà della rappresentazione. C’è una confusione di personalità e di linguaggi, di verità e di inganno, di realtà e utopia (l’utopia degli anni Sessanta), di quotidianità e concettosa astrazione. Ancora una volta Tadini mescola e deforma in chiave comica. E’ scrittore di "pastiche", di stratificazioni. A tavola, tra scoppi di risate e divertimenti (era un piacere stare a tavola con lui), Emilio preferiva la millefoglie cremose alla crostata. E poi c’è Milano. La sua Milano. Gli piaceva quell’effervescenza di corso Buenos Aires, quel miscuglio di umanità e di artificio, quel serbatoio di cronache, di lingue e di racconti possibili. Milano ritorna ne La lunga notte (Rizzoli 1987). Come vi ritorna il giornalista, desideroso di fare il "grande scoop", che si trova nella villa di un ex gerarca nazista appena defunto, la cui compagna, l’attrice Sibilla, ne narrerà la vita in uno smisurato e delirante elogio funebre. E alla prima storia (il cronista che fa il suo mestiere) e alla seconda (quella del Comandante) si sovrappone un terzo livello narrativo: e cioè il ricordo infantile degli anni milanesi tra il ‘43 e il ‘45. Una proliferazione di storie, tra l’epico e il grottesco, tra il lirico e il cronistico, tra la satira e la malinconia del ricordo (gli anni funesti, che Emilio ha sempre avuto ben impressi nella memoria). Comico e tragico che si inseguono senza tregua: sono una sola cosa, sempre, per Tadini narratore, poeta, pittore. Basta leggere La tempesta (Einaudi 1993), dove ancora una volta compare il giornalista, ancora una volta c’è Milano, una Milano notturna, forse la vera protagonista del romanzo.
Un giornalista-testimone, grasso e miope, narra in prima persona un fatto di cronaca: un ex commerciante di stracci, Prospero, si barrica nella sua catapecchia di periferia, con il folle proposito di farne una sorta di isola incantata, dopo che è stato sfrattato e abbandonato dalla moglie e dalla figlia. La polizia si presenta alla porta per far eseguire lo sfratto e Prospero cerca di resistere aggrappandosi ai suoi strampalati sproloqui, all’edificio simbolico che ha messo su, in casa, con i suoi stracci. Un grandioso bricolage. Tadini è attratto dal teatro (del ‘97 è il "lungo lamento" La deposizione, Einaudi): persino nei suoi romanzi c’è una implicita disposizione teatrale, ben visibile appunto ne La tempesta (titolo shakespeariano, come il nome del protagonista). Non è un caso che il Prospero di Tadini sia finito subito, e con successo, in teatro (interpretato da Piero Mazzarella). Teatralità e impulso narrativo finiranno per deflagrare nell’ultimo romanzo. Narra il mondo giovanile delle discoteche, la sua brutalità (non solo verbale), le sue allucinazioni, l' incapacità di uscire dal narcisismo di un’eterna adolescenza. E' un corto circuito potente tra simbolico-surreale, persino teologico, e iperrealismo costruito e insieme viscerale. Emilio ci teneva soprattutto che vi si leggesse la satira contro la cosiddetta Padania, grottesca e lugubre dei nostri giorni. Una "cognizione del dolore" concentrata in una notte interminabile in cui succede di tutto, in cui tutte le storie si incrociano per fuggire via e dileguarsi nell’oscurità. Emilio non avrà la sorte di vedere il suo quinto romanzo. Si intitola Eccetera. Forse un invito per chi rimane: eccetera. Per gli altri non è poi un dramma. L’è inscì e basta. L' è inscì.
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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