Un dibattito sulla "differenza antropologica" tra destra e sinistra (più specificamente, tra berlusconiani e anti) è un bel rischio. E' irto di inciampi razzistici e di cadute nel ridicolo, come capita quando umori e sensazioni personali, venendo allo scoperto, rischiano di ergersi a "modelli di vita". Ma il dibattito è ormai in corso, innescato anche da chi scrive, e tanto vale provare a maneggiarlo come si può e come si sa.
Lo ha fatto, con riconoscibile destrezza, Giuliano Ferrara, tracciando un gustoso quadretto immoralista che contrappone lo "strafottente godersi la vita" dei berluscones al lugubre narcisismo moraleggiante dei "quarantenni di sinistra". A Ferrara non fa paura il disprezzo per l’altro, che anzi gli mette (da sempre) allegria, perché lo considera benzina politica ed esistenziale. Ma pone come condizione che lo spregiatore non si ami troppo, non ponga tra sé e lo spregiato il detestabile discrimine del superiority complex.
Secondo questa ricostruzione dei fatti, a muovere lo scontro tra quarantenni di sinistra (di qui in poi, per sintesi, QDS) e, mettiamo, trentenni di Publitalia, o settantenni processuati, sarebbe l’insopportabile natura giudicante dei sopracciò QDS, convinti che il mondo debba essere lo specchio delle proprie barbe e giacche di tweed, sede (barbe e giacche) delle virtù civili. Non quadra. Se è l’esagerato amor proprio il motore del disprezzo per gli altri, se cioè a malgiudicare il prossimo è soprattutto chi si bea di essere se stesso, basta osservare l’imputato Previti per cogliere al volo la più smodata e spensierata contentezza di essere come si è. Più in generale (e Ferrara e il suo giornale ne sono ottimi testimonial), l’elogio malpensante della gaglioffaggine e della spregiudicatezza, seppure velato da un sorridente dandismo, è un connotato tipicissimo di questa destra di mondo, che se ne ringalluzzisce tanto quanto i QDS, secondo Ferrara, sarebbero compiaciuti del loro esangue perbenismo. Sgomberiamo il campo, allora, da questi processi alle rispettive rigidità psichiche, facciamo pari e patta tra narcisismo QDS e narcisismo immoralista, diciamo pure che qualunque ego, oltre i quaranta, non può che essere un colabrodo di vanità scotte, e passiamo, per piacere, all’arrosto. E l’arrosto, secondo me, è questo: è la società, è lo stare con gli altri anche un insieme di vincoli, di doveri, di gentilezze civili, oppure il mondo è il campo aperto dove esercitare allegramente i cazzi propri (mi si perdoni il previtismo)? Ben oltre il rispetto delle leggi (che pure, accidenti, qualcosa conterà pure), la sfrontatezza del denaro, del potere, della telegenia, confligge o non confligge con quell’idea del limite che ci eravamo fatti in tanti, non solo QDS, a proposito della democrazia e dei suoi costumi?
Bisogna decidere questo: se il senso del limite è solo un galateo barbogio al quale ricorrono, per consolarsi, gli ex rivoluzionari frustrati, o se il senso del limite è sostanza democratica condivisa. Nel primo caso saremmo di fronte a un escamotage ipocrita e ignobile: quelli che non possono farsi non dico le ville di Berlusconi, ma tampoco la barca di D’Alema o la vasca di aragoste di Previti, avrebbero costituito una sorta di direttorio degli invidiosi e dei tristi. Nel secondo caso (che io credo ben più rispondente alla realtà delle cose), la malinconia della sinistra sarebbe l’espressione di un disgusto politico e morale che ha pieno diritto di cittadinanza. Il senatore Previti che si presenta al processo Imi-Sir con il distintivo di Forza Italia, forse volendo spacciare per persecuzione politica liberticida una bassa storiaccia di favori e unzioni, merita perfettamente, in una società sana o semi-sana, un contraccolpo polemico di almeno eguale durezza. E certi giroconto, come presa di posizione, meritano la stessa visibilità di un girotondo. Puntare il dito contro pratiche, atteggiamenti e mentalità che mettono sotto schiaffo un’intera collettività, le sue regole, le sue faticose giustezze, ha ben poco a che fare con il "narcisismo di sinistra". E’ una società intera che ha il diritto di specchiarsi nelle sue regole e nelle sue abitudini. E' ha il diritto di riconoscersi, o non riconoscersi, nelle facce e nelle parole che vede riflesse. Proviamo allora, di qui in poi, a scremare il dibattito dalle sue schiumette "di costume" e perfino gossip. Non ci si sta dividendo sulle aragoste, che piacciono a tutti, né in fondo su Previti, che non piace a nessuno, neanche a destra. E neppure, alzando troppo il tono, ci si sta dividendo sul "senso della vita", che per sua e nostra fortuna spariglia i poveri concetti di destra e sinistra come e quando gli pare.
Ci si sta dividendo, giorno dopo giorno, sulla media e vitale questione del portamento sociale e del rispetto per gli altri, sulle maniere che la democrazia richiede a ciascuno, per non pestarci troppo i calli, per non mangiare troppa torta, per non urtare troppe sensibilità. E' moralismo? Ma no, è autodifesa. C’è chi la pratica portando in parlamento un torpedone di avvocati, chi fermandosi a fischiare il torpedone quando gli passa davanti e proprio non può fare a meno di vederlo. La famosa differenza antropologica, in fondo, è tutta qui: ciò che per molti italiani è fonte di scandalo, per molti altri italiani non lo è più (o non lo è mai stato?) Non è una differenza da guerra civile. Ma nemmeno una differenza accessoria. Ed è per questo che sempre più spesso ci si parla e ci si guarda senza alcuna possibilità di capirsi.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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