Se avete il sospetto che la fede antica non stia nelle piazze strapiene, nel marmo delle cattedrali o nelle grandi metropoli, ma nelle periferie, nei villaggi dimenticati ai confini ultimi dell’impero, allora visitate la mostra "Genti di dio", aperta a Roma nel palazzo Blumenstihl, l’Istituto Polacco di via Vittoria Colonna 1. Contiene le straordinarie istantanee della giovane fotografa-antropologa-scrittrice Monika Bulaj sui microcosmi perduti tra Baltico e Mar Nero, in bilico fra paganesimo e cristianità, cattolicesimo e fedi d’Oriente.
E' un viaggio in una devozione che la Bulaj definisce "passionale", bollata dalla cultura ufficiale come "popolare", propria di "illiterati et idiotae", contadini e santi. "Laggiù - scrive - ho cercato e cercherò la viva esperienza spirituale, fisicamente rivelata, lo stato di grazia. E le immagini della memoria". Vede "biascicare preghiere, baciare libri, icone, reliquie e croci, girare sulle ginocchia intorno a montagne sacre, fare prostrazioni, processioni, pellegrinaggi". Intercetta "il bisogno del sacrum. Intemperante, smodato, con il corpo e con l’anima". Polacca, 36 anni, autrice di grandi reportage sul giornale di Ryzsard Kapuscinski, la "Gazeta Wyborcza", la Bulaj abbina come pochi fotografia e scrittura, li miscela in una forma nuova e complessa di comunicazione. Da otto anni vive in Italia, sposata a un attore. Viaggia instancabilmente: in Polonia, Bielorussia, Ucraina, Moldavia, Nordafrica, Iran, Azerbajgian, Armenia, Arabia Saudita. Cerca soprattutto "le periferie solcate dalla storia". I posti dove i turisti non vanno, "sebbene - sottolinea - la natura incanti". Le frontiere etniche, nazionali, storiche e religiose. Le strade "piene di buche, ostruite da carri lenti e non illuminati di notte, nascoste dalla neve d’inverno o semplicemente inesistenti". La sua è un’infanzia grigia, tra i block di cemento real-socialista di Varsavia, con la cultura che si ritira in un universo illegale protetto da linguaggi cifrati, con la vita stessa che diventa un fiume sotterraneo tutto da esplorare. Monika frequenta l’università clandestina negli scantinati della Capitale. Oggi dice: "Tutta la mia voglia di conoscere è nata lì, non al liceo". Studia filologia polacca, si specializza in antropologia del teatro. Poi è la folgorazione: il microcosmo appartato dei Lemki, verso il confine ucraino. Una misteriosa comunità a cavallo tra liturgia greco-cattolica e ortodossia, stremata dai pogrom e dalle deportazioni dopo secoli di convivenza con zingari ed ebrei. Vi si immerge per dieci anni, che definisce "intensi e totali". Batte a piedi il territorio, cerca tra i ruderi di quella che fu la più misteriosa architettura religiosa dei Carpazi. Assiste alla morte di un mondo unico, popolato dai lumini e i colori di Kandinskij. Scopre il muro implacabile che separa la memoria dei vecchi e dei giovani. Da allora comincia a cercare tra le grandi foreste del Nord sorvolate dalle oche selvatiche e il favoloso mondo carpatico dove i cimiteri ridono, le sorgenti cantano e lunghissimi inverni hanno ibernato linguaggi e superstizioni millenarie.
"Ho vissuto - racconta - tra contadini pentecostali e carismatici, che pregano in tutte le lingue degli uomini e delle nazioni". Assiste stupefatta ai riti sul pozzo sacro di Bialystok e sulla Fonte Bianca di Wyznyca in Bucovina. Lei cattolica, ammette che la Chiesa d’Oriente "è una grande fonte di spiritualità". Soprattutto nelle eresie, che, rompendo il dogma, svelano l’inconscio religioso. Ed ecco i protagonisti della mostra, frutto di tre viaggi successivi, compiuti nell’anno 2000. I veterocredenti, gli scismatici dell’ortodossia russa che dalla Bucovina alla Dobrugia non accettarono le riforme liturgiche dei Seicento. I Rom ortodossi, cattolici e musulmani; gli ultimi Tartari, i "patriottici musulmani polacchi"; i monaci a cavallo tra Ucraina e Romania. E poi gli Hutzuli, musicisti geniali e guaritori dei Carpazi. E ancora, a Krynki, un mondo che pare uscito dai quadri di Chagall, gli ultimi seguaci del Profeta Elia delle foreste bielorusse, un santo leggendario, vivo nella memoria delle pianure. Mondi squassati dalla furia dei totalitarismi, troppo complessi per le ideologie omologanti. Immagini di carri a cavalli, bambini scalzi, candele accese e violini. Un mondo, sottolinea l’autrice, che "sta scomparendo sotto i nostri occhi", inghiottito dai modelli di plastica. Cita Claude Lévi-Strauss: "Rimpiangendo le ombre non rimango cieco rispetto alla vera visione che si forma in questo momento? Come se a questo punto della mia conoscenza dell’umanità, mi mancasse il senso per capirla". Questa domanda accompagna sempre Monika, "sempre più insistente, a ogni nuovo viaggio".
Paolo Rumiz

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli”, 2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (con Riccardo Carnovalini; 2016), Il filo infinito. Viaggio alle radici d'Europa (2019) e, nella collana digitale Zoom, La Padania (2011), Maledetta Cina (2012), Il cappottone di Antonio Pitacco (2013), Ombre sulla corrente (2014), Gulaschkanone (2017).

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