Fate conto di essere il premier danese Rasmussen, e di essere a Roma per un incontro ufficiale con il premier italiano Berlusconi. Fate conto che durante la conferenza stampa di chiusura, Berlusconi dica: "Rasmussen è il primo ministro più bello d’Europa. Penso di presentarlo a mia moglie, perché è più bello di Cacciari. Con tutto quello che si dice, povera donna". Non capirete, se siete Rasmussen.
Non capirete né lo spirito, né le intenzioni di una battuta che in sole 29 parole riesce a mettere in pesante imbarazzo una signora e a usare un esponente dell’opposizione come un pendaglio da barzelletta. Una battuta che riesce a violare il civile riserbo che la pur censurabile stampa italiana ha giustamente steso su uno stupido pettegolezzo, a trasformare un incontro ufficiale in una gag da spogliatoio maschile, infine a sdoganare l’allusione sessuale tra le affabilità diplomatiche tra capi di governo. No, se siete il premier danese, involontario zimbello della pochade estemporanea, proprio non capireste.
Ma non capireste spirito e intenzioni di quelle ventinove parole neppure se voi foste la signora Veronica Lario Berlusconi, inspiegabilmente catapultata, e proprio dall’autorevole marito, dalla sua proverbiale privacy al chiacchiericcio mediatico.
E non capireste neppure se voi foste Massimo Cacciari, che infatti non ha da consegnare, ai giornalisti che gli telefonano, che un desolato sbalordimento.
Neppure capireste com’è possibile, in sole ventinove parole, gongolare pubblicamente della propria grande maleducazione, e della piccola maldicenza altrui, se voi foste il giornalista che scrive questo articolo. Perché, a parte la monotonia annichilente del dileggio o del rimbrotto che Berlusconi merita quasi ogni volta che cerca di fare il simpatico in occasioni ufficiali, questa volta il tono e il volume della sortita sono così stridenti, così imbarazzanti, che davvero non se ne coglie, ripeto, né lo spirito né le intenzioni. Non ci sono umori logici, né obiettivi reconditi, che permettano di includere questo tristissimo incidente in questa o quella casella di una strategia di comunicazione. Un Grande Comunicatore, come dicono di lui gli agiografi, non esporrebbe mai la famiglia al tritacarne del gossip. Così, per la prima volta, viene quasi da sorreggerlo mentre inciampa, perché questo genere di tonfi causa una specie di disagio collettivo, di pena allarmata.
Non fa ridere, Silvio Berlusconi che scherza sui pettegolezzi subìti dalla moglie ("povera donna"...), se non qualche oppositore volgare o qualche compagno di footing. Fa, piuttosto, quasi paura, come chi, pur controllando una grande percentuale delle parole che circolano nel paese, non ha pieno controllo delle parole proprie. Gli outing sessuali fanno parte, negli ultimi tempi, delle abitudini polemiche di un paese eticamente sderenato, e impressiona la transumanza dei discorsi da bar, e da talamo, sulla scena pubblica. Ma le freddure sull’onore della moglie di Cesare non erano ancora arrivate così in alto, e che sia lo stesso Cesare a decidere di dare la stura non è, francamente, una buona notizia per nessuno. Non c’entra l’ipocrisia. C’entrerebbe la gentilezza, c’entrerebbe il rispetto, facoltà che dovrebbero avere attinenza e con la destra e con la sinistra, e soprattutto con la testa e i discorsi di un signore che, quando riceve un premier straniero, ci rappresenta tutti, ed è riuscito a imbarazzarci tutti. Fiori alla moglie di Cesare, e a Cesare un periodo di riposo, così, finalmente, possiamo riposarci anche noi.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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