Un parà spara a Catania. Con quel nome non può essere un «cattivo ragazzo». Nico Buonpane, si chiama, è siciliano ed ha solo 24 anni. Nico potrebbe essere il diminutivo di Domenico, ma nel dialetto isolano vuol dire anche piccolo. Sul cognome, Buonpane, poi, non è neppure il caso di spendere parole per sottolineare l´evidente contraddizione tra l´assonanza buonista e la storia che ha coinvolto il giovane. Già, perché Nico l´ha combinata grossa: la notte scorsa si è barricato in casa, ha abbassato le tapparelle dell´appartamento del quartiere Librino - edilizia popolare ad alta concentrazione di cemento - ed ha cominciato a sparare ad altezza d´uomo. Aveva litigato col padre, Nico. Vabbè, ma basta per spiegare le centinaia di colpi di «calibro 22» esplosi all´indirizzo dei poliziotti e dei carabinieri che cercavano di rabbonirlo? Ha tenuto sul filo decine di persone, per ore. Ha rubato un´auto della polizia e, inseguito nella notte come in un telefilm americano, ha continuato a sparare tra i passanti del centro storico di Catania, fino a costringere i gendarmi a ferirlo gravemente. Che può essere successo a Nico, buono come il pane? Il ragazzone è caporalmaggiore dei parà e, a dar conto alle agenzie di stampa, avrebbe qualche esperienza nella legione straniera. Una dimestichezza con le armi che gli viene anche dal padre, maresciallo dell´esercito. Tutto chiaro, dunque? Nato per sparare? E se, invece, la trasformazione di Nico fosse da addebitare ad un incontrollabile spirito di emulazione per il cecchino americano, il «veterano» John Allen Williams? Chissà quante volte avrà guardato alla tv i filmati sulla «grande caccia» al reduce che sognava di diventare tiratore scelto. Una botta d´ira, la lite col padre, una fragilità emotiva che gli fa perdere il contatto con la realtà per trascinarlo nella trama vista in televisione. La violenza generata dall´emulazione: non è la prima volta che si evoca. E´ avvenuto, per esempio, durante le indagini per l´uccisione di Marta Russo, quando si ipotizzò che a sparare potesse essere stato qualcuno «contagiato» dalla vista del cecchino del film «Schindler´s List», trasmesso in tv qualche giorno prima.
Francesco La Licata

Francesco La Licata

Francesco La Licata ha cominciato nel 1970 lavorando in cronaca per ‟L’Ora di Palermo” e poi occupandosi delle più importanti vicende siciliane: la scomparsa di Mauro De Mauro, l’assassinio del procuratore Pietro Scaglione, la guerra di mafia e i processi che ne scaturirono. All’inizio degli anni ottanta è chiamato al “Giornale di Sicilia”. Dal 1989 è alla “Stampa”. Ha scritto (con Galluzzo e Lodato) Falcone vive (Flaccovio), la prima intervista concessa dal giudice e ripubblicata nel 1992 dopo la strage di Capaci. Nel 1993 esce per Rizzoli Storia di Giovanni Falcone, una biografia del giudice supportata dalle testimonianze di Anna e Maria Falcone. Il libro – che ha ispirato la fiction televisiva di Raiuno – è stato riedito, nel 2002, da Feltrinelli. La Licata scrive per cinema e televisione, fa parte della redazione di Blu Notte, Misteri d’Italia, il fortunato programma tv di Carlo Lucarelli, e ha partecipato alla sceneggiatura del film Convitto Falcone (2012). In passato ha collaborato anche con “l’Espresso”, “Epoca” e con il settimanale televisivo “Mixer” di Giovanni Minoli. Recentemente ha scritto, con il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, Pizzini,veleni e cicoria. La mafia prima e dopo Provenzano (Feltrinelli, 2007) e, con Massimo Ciancimino, Don Vito (2010).

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