Frizioni fra giustizia, politica ed economia ce ne sono in tutte le democrazie moderne. In Italia la situazione è complicata da vari fattori: la tenace persistenza della corruzione, capace di sopravvivere e di riemergere anche dopo i durissimi colpi di "Tangentopoli"; la collusione con la mafia di pezzi della politica e del mondo degli affari; la pretesa, da parte di alcuni politici, di sottrarsi alla giustizia comune; la sistematica aggressione contro i magistrati che si ostinano a voler applicare la legge in maniera uguale per tutti. E´ dentro questo specifico quadro che va inserito il dibattito sulla separazione delle carriere fra magistrati del pubblico ministero e magistrati giudicanti. Per rispondere all´interrogativo se la separazione delle carriere, al di là dei proclami, non sia in realtà un capitolo della strategia di mortificazione della magistratura in atto da anni: perché il libero esercizio della giurisdizione sia almeno "sterilizzato" quando si tratta di imputati che impunità van cercando.
Molti studiosi (cito per tutti Nello Rossi, componente del passato Csm) rilevano che per indagare sulle forme di corruzione del potere economico-politico e sulle "relazioni esterne" del potere mafioso è necessario che i pm siano indipendenti, soggetti soltanto alla legge, operanti nell´orbita della giurisdizione, secondo i suoi valori e le sue regole. Questo inserimento nella cultura della giurisdizione è tanto più saldo quanto più vi sia la possibilità per chi sia stato giudice di diventare pm e viceversa. Se questo legame con l´ordine giudiziario si attenua o viene reciso, si apre la strada alla deriva del pm verso culture, deontologie e prassi ben diverse da quelle del giudice: non più logiche di garanzia, ma di perseguimento ad ogni costo di risultati.
Nello stesso tempo, con la separazione dall´ordine giudiziario si chiude lo spazio per un´indipendenza reale del pm. Per garantirla bisognerebbe creare una specie di nuovo potere: una casta ristretta di magistrati inquirenti autonomi, non assoggettati a controlli esterni. Un "monstrum" inaccettabile, che non si è mai visto in nessuno stato democratico. L´unica alternativa possibile, per un pm divenuto "altro" dalla giurisdizione, sarebbe di finire alle dipendenze (che significa agli ordini) del governo: e ciò per ragionamento istituzionale, non certo in base ad arbitrari processi alle intenzioni di questa o quella maggioranza politica contingente. Con il rischio che di indagini sui "potenti" non se ne facciano più. Il che, magari, consentirebbe a qualcuno di proclamare la scomparsa della corruzione e delle collusioni con la mafia. Ma sarebbe una falsità. Ed estremamente pericolosa. C´è chi sostiene che separando pm e giudici si avrebbero magistrati più specializzati. In realtà, il percorso professionale più ricco e formativo è quello che moltiplica le esperienze, consentendo alla stessa persona di rivestire anche ruoli diversi nel processo. Di più: la diversità di posizioni professionali ricoperte è anche un potente antidoto contro le esasperazioni del ruolo e le incrostazioni di potere. Un vantaggio indiscutibile per la giustizia giusta.
Altro argomento in favore della separazione delle carriere è quello che individua nel rapporto di "colleganza" fra pm e giudice un elemento di squilibrio fra accusa e difesa nel processo. Premesso che l´appiattimento dei giudici sull´impostazione dei pm è più che altro black-propaganda, non essendovi sostanziale riscontro nella realtà; premesso altresì che per effetto di varie riforme si è realizzato – negli ultimi tempi - un notevole potenziamento del ruolo della difesa (al punto che il processo è diventato un percorso ad ostacoli, infarcito di regole che sono insidie formali o cavilli, opponibili a piene mani soprattutto da chi può permettersi difese agguerrite e costose), si deve in ogni caso osservare che scaricare sulla comunanza di carriera fra pm e giudici i risentimenti originati da un presunto assetto non equilibrato del processo significa eludere i nodi reali.
Sono i meccanismi di concreto funzionamento del processo che incidono sulla parità tra accusa e difesa. Ruoli e figure professionali restano diversi, al di là dei collegamenti derivanti da una carriera comune e degli stessi rapporti individuali. Un controllore resta controllore e un giudice resta giudice anche se prende un caffè col pm. Ragionando diversamente si dovrebbe imboccare, per coerenza, una strada senza uscita, nel senso di rescindere anche i rapporti fra giudici di primo grado e giudici d´Appello e di Cassazione. Perché non si vede come i sospetti derivanti dalla "colleganza" fra pm e giudici non debbano estendersi anche ai giudici dei diversi gradi del processo. Infine va detto che la critica della separazione delle carriere nulla toglie alla necessità di una distinzione delle funzioni che assicuri tranquillità piena a tutti i protagonisti del processo e ai cittadini. La magistratura è certamente disposta a pagare i prezzi necessari per raggiungere questo risultato, purché siano prezzi razionalmente giustificati e non nascondano altri obiettivi.
Gian Carlo Caselli

Gian Carlo Caselli

Gian Carlo Caselli (Alessandria, 1939) è stato giudice istruttore a Torino dove, per un decennio, ha condotto le inchieste sulle Brigate rosse e Prima linea. Dal 1993 al 1999 ha guidato la Procura della Repubblica di Palermo. È stato direttore generale del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Dal marzo 2001 è stato il rappresentante italiano a Bruxelles nell’organizzazione comunitaria Eurojust contro la criminalità organizzata. Nel 2013 ha lasciato l’attività di magistrato, raggiunta l’età della pensione. Con Feltrinelli ha pubblicato L’eredità scomoda. Da Falcone ad Andreotti. Sette anni a Palermo (con Antonio Ingroia; 2001).

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