Firenze non brucia. E parecchia gente della politica e dei media è rimasta con il cerino in mano: speriamo che finalmente lo spengano, adesso, e lo buttino negli appositi cestini, dimostrando lo stesso senso civico della stragrande maggioranza dei manifestanti. Il fantasma agitato per settimane era quello di una città di cristallo che non avrebbe retto l´urto dell´orda new-global. Di urtante, nei fatti, c´è stata solamente la grettezza fobica di qualche bottegaio, che ha complicato l´approvvigionamento delle giornate fiorentine. Per il resto, qualche urlaccio fuori tono e un fumogeno, meno di quanto sappia esprimere, ogni domenica, da anni, una curva turbolenta come la Fiesole.
Ed erano in centinaia di migliaia di ragazzi, assistiti con diligente discrezione dagli organizzatori finalmente organizzati, da gruppi di badanti della vecchia sinistra politica e soprattutto sindacale, e da forze dell´ordine evidentemente rinsavite dopo la pazzia genovese, e bene istruite dai loro capi (un successo del governo, questo, che dovrebbe fare riflettere soprattutto il governo, ostinatamente sordo e cieco dopo i fatti di Genova).
Le frange estreme interne al movimento new-global, nonché le bande (esterne al movimento) che misero a ferro e fuoco Genova, sono evidentemente un rischio sempre innescato, ma non un prezzo da pagare inevitabilmente. A bocce ferme e vetrine salve, sarebbe utile rivedere i toni isterici della vigilia e chiedersi quanto derivassero da una esagerata ma sincera premura per l´integrità di Firenze, e quanto da astio ideologico e da bacchettonismo politico.
Ogni dissenso, da che democrazia è democrazia, innesca delle turbolenze e spesso delle violenze. Ma questa volta l´impressione, netta, è che gli strepiti di paura riguardassero non le turbolenze, ma il dissenso stesso, il dissenso in quanto tale, reputato nell´area governativa (nettamente maggioritaria anche nei media) un insopportabile cascame del passato "comunista".
A partire dall´età media dei manifestanti, dal loro numero, dalla varietà delle matrici culturali presenti a Firenze, è invece addirittura ovvio che questa gente vive le tensioni e le speranze del presente e del futuro, e piuttosto che rappezzare i cocci delle vecchie ideologie cerca di scansare quelli prodotti dal Nuovo Ordine Mondiale.
Traditi anche da un avvio malpratico (poca dimestichezza col marketing), i new-global continuano a essere definiti dalla maggioranza dei giornali no-global. L´equivoco alimenta (anche al loro interno) qualche dubbia promiscuità con istanze para-reazionarie, ostili, più che al mercato globale, al vento impetuoso del progresso tecnologico.
Ma che si tratti di un movimento globalizzato, pacifista e pacifico, anti-nazionalista, multiculturale e plurale, dovrebbe essere ormai chiaro.
In questa luce, la scelta di Firenze appare molto meno bislacca di quanto si vociferasse alla vigilia. La fiducia dei suoi amministratori nel buon esito della tre giorni dipendeva anche dal fatto, innegabile, che Firenze è una città del mondo, e farne un chiuso sito museale, o peggio una ridotta bottegaia violabile solo con le carte di credito, sarebbe stato penoso e soprattutto irriguardoso per Firenze stessa.
Bene o male, con ingenuità o con acume, con faziosità preconcetta o con volontà di approfondimento, la marea di ragazzi accorsi a Firenze da tutta Europa e da mezzo mondo ha l´ambizione di avere uno sguardo ampio sui problemi della Terra e dei suoi popoli. Se le ragazzine che suonavano ai campanelli, pregando i fiorentini di aprire i loro water per compensare lo sgarbo dei negozi chiusi, sono state uno spettacolo ben diverso dei truci riots genovesi, forse è anche perché lo spirito del Social Forum, la sua preparazione, il lavoro degli amministratori, degli organizzatori e delle forze di polizia, erano non solo permeati di uno spirito pacifico, ma anche responsabilizzati dalla coscienza di esibirsi su un palcoscenico così altamente simbolico.
Di tante convention e raduni, non era certo questo il meno congruo per Firenze, che è un logo internazionale e una città non così angusta e inamidata come l´hanno descritta o forse sognata certi fiorentini di provincia.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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